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25 Marzo 2018, 10.10

Blog - Maestro John

E intanto il tempo se ne va

di John Comini
Questa mattina mi sono svegliato più presto del solito. Guardo la sveglia: sono già le 7?! Ah già, c’è l’ora legale. Rimango nel letto a pensare.

Tra poco sono 66.
Il doppio degli anni di Gesù… Li compio nello stesso giorno del mio “classe” Carlo Giovannini. Ieri mia sorella Rita mi ha portato una crostata di marmellata. Squisita! “Chissà quante te ne farà la tua Emi il giorno del compleanno!” Sé ciao…Vengo assalito da una strana malinconia. Penso alla mia classe di ferro, quella del ’52.

Penso a quando andavamo all’asilo (foto 1), con la Madre Rosa, nello stupendo monastero di Santa Maria. Altri miei amici andavano all’asilo comunale. Penso a quando andavamo in colonia a Livemmo o a Igea Marina (foto 2, con la dolce “signorina” Dori Lazzarini, sorella del mio amico Giusy). Penso alle scuole elementari, alla maestra Scolari ed al maestro Grumi. Non ho foto di classe (e sì che non c’erano gli attuali divieti per la privacy…). Eravamo tutti maschi, mentre il mio amico Carlo Zanetti mi ha mandato una foto (3) in cui la maggioranza è formata da femmine (anche del ’51).

Avevano la maestra Cirimbelli. Si andava a scuola 3 ore al mattino e 2 al pomeriggio, e il giovedì era vacanza. Una goduria.  Tutti i giorni c’era la Messa, ed eravamo felici di andarci, anche perché incontravamo gli amici. Prima e dopo le confessioni si giocava sul sagrato della chiesa, e si tornava a casa sudati ma con l’anima candida come San Luigi. Bevevamo l’acqua del rubinetto, spesso attaccandoci al bocaröl.

Uscivamo a giocare con l’unico obbligo di rientrare prima del tramonto. Non avevamo cellulari, cosicché nessuno poteva rintracciarci. E poi, chi ci avrebbe mai cercato? Ci tagliavamo, ci sbucciavamo le ginocchia, perdevamo un dente, ma non c’era alcuna denuncia da fare per questi incidenti. La colpa non era di nessuno se non di noi stessi.

Di macchine ne passavano pochissime, ed avevano la freccia a bacchetta, che sporgeva dall’abitacolo. Di airbag neanche a parlarne. Quando andavamo in bicicletta non portavamo il casco, ma “cascavamo” spesso per le strade non asfaltate. Uscivamo di casa, andavamo fino a casa dell’amico, e lui era lì che ci aspettava e correvamo a giocare. Mangiavamo pane e burro, pane e zucchero, bevevamo bibite super zuccherate e non avevamo mai problemi di soprappeso, perché stavamo sempre in giro a correre e giocare. All’oratorio condividevamo una bibita in quattro bevendo dalla stessa bottiglia e nessuno è mai morto per questo. Non avevamo videogiochi, smartphone, internet... In compenso avevamo un sacco di amici. La televisione si andava a vederla alle Acli o all’oratorio. Era in bianconero, come la maglia della Juventus che nel 1952 vinse lo scudetto. A scuola alcuni studenti non erano brillanti come altri e quando perdevano un anno lo ripetevano. Nessuno andava dallo psicologo o veniva “schedato”, nessuno soffriva di problemi di attenzione né di iperattività; semplicemente ripeteva l’anno ed aveva una seconda opportunità. 

Con gli amici andavamo in località Boschetta, vicino alla casa del mio amico Lauro “Ciottolo”, e giocavamo ad austriaci contro piemontesi. Eravamo tutti amici e tutti felici. Nel 1952 (anno bisesto…) sono nati Benigni, Lella Costa, Enzo Jacchetti e Vasco Rossi, che canta…
“E adesso che sono arrivato fin qui grazie ai miei sogni
che cosa me ne faccio della realtà
adesso che non ho più le mie illusioni
che cosa me ne frega della verità
Adesso che ho capito come va il mondo
che cosa me ne faccio della sincerità?
E adesso che non ho più il mio motorino
che cosa me ne faccio di una macchina
adesso che non c’è più Topo Gigio
che cosa me ne frega della Svizzera
adesso che non c’è più brava gente
che tutti son più furbi di me
e adesso che tocca a me…”

Penso a quando andavamo alle medie, con il professor Paci e il Preside Aimo (foto 4). Era appena nata la Scuola Media unica, ed aveva sede all’oratorio. Praticamente ci passavo tutto il giorno: mattina scuola, pomeriggio palloncino. Durante la ricreazione bastava un sasso per fare gol.

C’era un prete indimenticabile, don Erminio, che teneva noi ragazzi nella sua casa, offrendoci la possibilità di recitare, stampare un giornalino (“Petit monde”) e suonare. Don Erminio (che noi ragazzacci chiamavamo Don Sterminio) faceva debiti pur di comprarci le chitarre elettriche. Era un ambiente aperto e caotico, ma per noi ragazzi era il Paradiso.

Poi alcuni compagni di scuola sono andati a lavorare, altri hanno continuato gli studi. Ma essere stati compagni di scuola è come un marchio, un sentimento che ti fa essere amico al di là del tempo e dello spazio. Penso a quanta gente che andava a lavorare al Lanificio (un migliaio, come quelli che andavano al Cotonificio di Villanuova).

Dopo la tragedia della guerra, c’era fiducia nel futuro. Anche senza televisione in casa, anche senza macchina, anche senza cene fuori o vacanze alle isole tropicali. I maschi della mia classe hanno fatto il servizio militare. C’erano i fogli tricolori incollati ai muri “W il 1952, classe di ferro”. Quindici mesi di naja, che a quel tempo era obbligatoria. Non c’era il servizio civile. Ricordo che i testimoni di Geova rischiavano il carcere per il rifiuto di fare il militare. Sono stato alpino a Cuneo, presso il Centro addestramento reclute. Quando hanno chiesto che lavoro facessi, io ho scritto “attore”.

Mi hanno cercato per uno spettacolo da fare davanti ai commilitoni della caserma, così ho saltato qualche marcia… È lì che ho fatto il primo monologo, davanti a centinaia di soldati plaudenti e prendendomi i complimenti dal capitano. Avremmo dovuto replicare lo spettacolo fra le varie caserme, ma poi è tragicamente una recluta si era gettata dalla finestra e tutto era stato sospeso. 

Sono stato trasferito a San Giorgio a Cremano di Napoli, preso la Scuola Marconisti, vicino a dove è nato il mitico Massimo Trioisi!
La domenica mi veniva a prendere con una spider rossa l’amico Salvatore, conosciuto nei campi scuola dell’Azione Cattolica. Mi offriva il pranzo e mi faceva conoscere le bellezze di Napoli, dei quartieri e di Pompei: ho assistito (gratis, come militare) ad una partita allo stadio San Paolo e ho avuto la fortuna di veder recitare Eduardo De Filippo.

Infine sono stato traferito a Merano, alla Caserma Rossi, vicino all’Ippodromo. Al sabato sera andavo in libera uscita con l’amico Gianni Facchetti a mangiare la pizza: ma la pizzeria era stracolma di soldati in grigioverde (non c’era la possibilità di “cambiarsi” in borghese), praticamente Merano era invasa dagli alpini. Spesso me ne stavo nel grande refettorio, a cenare nei vassoi di metallo, accanto ai conducenti muli.

L’amico Gianni mi diceva: “Dopo i 20 anni il tempo vola, ti trovi vecchio senza saperlo”. Aveva ragione! Adesso tanti miei coscritti sono diventati nonni. E mi piange il cuore ricordare quelli che non ci sono più. Ricordo con affetto Renato Pialorsi, il suo sorriso e la sua esuberante vitalità; suo papà era animatore della Filodrammatica “La Concordia” di Gavardo. Ricordo l’amico Gianni Faini, una persona dolce e profonda, bravissimo falegname. Alle Medie era ordinatissimo e scriveva in modo impeccabile, suo figlio Massimo è amico del mio Andrea.  Ricordo Pierluigi Franceschini ed Elda Tagliani. E poi il grande Teddy, che cantava accompagnandosi con la sua splendida chitarra
 “Suna Martì col tò viulì
che la vita l’è meno düra
l’è l’ilusiù del temp pasàt
che mai poderà riturnà.”

Anche Roberto Benigni è nato nel 1952. Ha detto:
“Affrettiamoci ad amare perché al tramonto della vita saremo giudicati sull’amore. Perché non esiste amore sprecato e perché non esiste un’emozione più grande di sentire quando siamo innamorati, che la nostra vita dipende totalmente da un’altra persona. Che non bastiamo a noi stessi e perché tutte le cose anche quelle inanimate come le montagne i mari le strade ma di più di più il cielo il vento di più le stelle di più le città i fiumi le pietre i palazzi tutte queste cose che di per sé sono vuote indifferenti, improvvisamente quando le guardiamo si caricano di significato umano che ci affascinano ci commuovono… Perché? Perché contengono un presentimento d’amore, anche le cose inanimate, perché tutta la creazione è amore e perché l’amore combacia con il significato di tutte le cose: la felicità sì la felicità… Ce l’hanno data in dono quando eravamo piccoli, ce l’hanno data in regalo, in dote ed era un regalo così bello che l’abbiamo nascosto, come quando fanno i cani con l’osso quando lo nascondono e molti di noi l’hanno nascosto così bene che non si ricordano dove l’hanno messo ma ce l’abbiamo… Guardiamo in tutti i ripostigli gli scaffali gli scomparti della nostra anima, buttate tutto all’aria i cassetti i comodini che ci avete dentro, vedrete che esce fuori… C’è la felicità, provate a voltarvi di scatto, magari la pigliate di sorpresa ma è li.

Dobbiamo pensarci sempre alla felicità e anche se lei qualche volta si dimentica di noi, noi non dobbiamo mai dimenticarci di lei fino all’ultimo giorno della nostra vita e non dobbiamo avere paura nemmeno della morte, guardate che è più rischioso nascere che morire, non bisogna aver paura di morire ma di non cominciare a vivere davvero. Saltate dentro all’esistenza ora qui perché se non trovate niente ora non troverete niente mai più. È qui l’eternità, dobbiamo dire sì alla vita… Se la vita fosse solo quello che capiamo noi sarebbe finita da tanto tanto tempo e noi lo sentiamo, lo sentiamo che da un momento all’altro ci potrebbe capitare qualcosa di infinito e allora a ognuno di noi non rimane che una cosa da fare: inchinarsi, ricordarsi di fare un inchino ogni tanto al mondo, piegarsi, inginocchiarsi davanti all’esistenza.”

Sono nel letto e penso. Penso alla mia inutilità. Penso di aver sbagliato tante cose, agli errori commessi nella vita, a tutte le parole che avrei dovuto dire o a quelle che avrei fatto meglio a far silenzio. Ma non posso più tornare indietro. Penso che non ho paura di morire. Quando verrà il mio giorno, spero di addormentarmi pian piano e di non soffrire. La mia vita, bene o male, l’ho fatta. Spero che lassù siano di “manica larga”, mi facciano “promosso” e cancellino i molti errori che ho fatto. Penso ai numerosi bambini che ho avuto la fortuna di  conoscere nella mia vita di maestro. Adesso saranno grandi, e spero siano sereni. Penso a quei bambini costretti a fuggire dalla loro terra, magari dentro una valigia, rischiando la vita per trovare un mondo migliore. Penso ai miei amici. Penso a mia moglie. Penso a mio figlio. Penso a tutte le persone che mi vogliono bene. Penso a tutte le persone che ho amato e che sono in Paradiso, e che avranno sempre un posto nel mio cuore. Penso a quello splendido ragazzo di nome Andrea che ci ha lasciato il 2 marzo scorso. Penso alle stupende frasi scritte da un suo amico: “Un ragazzo che ha affrontato la vita con il sorriso… Andrea donava speranza e coraggio alle persone malgrado la sua condizione. Ora tocca a tutti noi vivere a testa alta e con il sorriso sulla faccia pensando ad Andrea che viveva, come ci disse lui, non aspettando che passasse la tempesta ma ballando sotto la pioggia.”

Dai John, alzati e cammina, la via Romana ti aspetta. Oggi compie gli anni Doni, una persona meravigliosa. Guardo la tele: la Ferrari ha vinto in Australia. Mio cognato Angelo farà festa in cielo.

Ci sentiamo la settimana prossima, a Dio piacendo.

   maestro John Comini
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Lasciatemi cantare Abbiamo sempre cantato. Quelli della mia generazione, intendo. In chiesa, all’oratorio, a scuola, in colonia, in campeggio, al mare o in montagna, in pullman o camminando. Sarà stato che la guerra era finita da poco, sarà stato che la gente ricominciava a credere nel futuro, che c’era in giro un’aria di speranza.



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