11 Novembre 2020, 08.40
Eco del Perlasca

Plutocrazia chiamata «sogno»

di Tommaso Franzoni

Sarebbe stato interessante leggere questo articolo prima delle elezioni USA, quando è stato scritto. Ancora più interessante è leggerlo oggi


Le elezioni negli U.S.A. sono arrivate, un evento atteso da tutta l’opinione pubblica mondiale, ma sono davvero così importanti? Cambierà realmente qualcosa?

La prima settimana di novembre, negli Stati Uniti d’America, verranno svolte le elezioni per eleggere il Parlamento e il nuovo Presidente della Repubblica.
I candidati sono noti a tutti: il Presidente repubblicano uscente, Donald Trump, e il candidato del Partito Democratico Joe Biden, spalla destra di Obama.

Il repubblicano è familiare a tutti per il suo operato ed i suoi voli pindarici imbarazzanti, ad esempio quando disse di lanciare un missile nucleare per fermare un forte tornado.
Biden, a differenza di “The Donald”, è un politico moderato, progressista ma pur sempre “americano”, ossia legato a politiche economiche liberiste.
Per il futuro della prima potenza mondiale penso che entrambe le proposte non siano adeguate alla risoluzione dei problemi che affliggono l’America.

La disuguaglianza economica all’interno della nazione è molto elevata: il 40% degli americani non può affrontare un inconveniente da 400 $.
Dal dopoguerra ad oggi la situazione non è per nulla migliorata per la classe media, ma continua a peggiorare; di fatto il 90% della popolazione non ha aumentato il proprio reddito dal 1974 ad oggi, mentre la restante fetta, quella più benestante, ha quasi triplicato i propri guadagni (fonte: World Inequality Database).

Per confermare questa tesi, basta visionare l’incremento mostruoso che ha subito il patrimonio dei tre americani più ricchi durante la pandemia: Jeff Bezos (Amazon): +90.1 miliardi; Bill Gates (Microsoft): +20 miliardi; Mark Zuckerberg (Facebook): +46.5 miliardi.
Queste cifre sono in contrasto con l’andamento economico del resto del pianeta.
  
Nonostante sia aumentata la ricchezza e siano diminuite le imposte delle multinazionali, i salari, contando fenomeni come l’inflazione, non aumentano da 60 anni.
La vicenda di George Floyd non è sicuramente una novità, ma una goccia che ha fatto traboccare il vaso: un individuo di colore negli U.S.A. ha uno stipendio che corrisponde al 74% di un cittadino bianco, una donna all’83% e un ispanico al 69%.
I conflitti sociali tra persone di diverse etnie sono solo in grado di peggiorare la situazione economica tra le parti, in quanto i soggetti tendono ad accentrare le questioni culturali, oscurando quelle economiche così da generare un abbassamento universale dei profitti.

Le grandi società non favoriscono sicuramente il consumatore, ma anzi, negli ultimi anni hanno tentato di prendere il potere per favorire i propri interessi.
In maniera illegale, le multinazionali si organizzano tra loro per non aumentare gli stipendi dei propri lavoratori, così da non ostacolarsi a vicenda.
Uno scandalo risale al 2013, quando alcuni dipendenti di Apple, Google, Intel e Adobe fecero ricorso alle proprie società ed ottennero un esborso di 415 mln di $.

I salariati nella nazione hanno sempre meno diritti, ma i ricavi delle grandi compagnie, come visto in precedenza, sono in costante allargamento, grazie alla cooperazione e alla creazione di monopoli commerciali.
Infatti tre sole imprese coprono interi settori: 89% social network, 87% bricolage, 89% pacemaker, 75% birrificazione, 97% alimentare per animali, 85% marmellata e 76% compagnie aeree; in tutto sette monopoli.

La concentrazione di mercato (monopolio) porta solo svantaggi al cliente, in quanto subisce un processo detto “mark up”, ovvero la vendita di un prodotto di qualità scadente a prezzi molto più elevati.

“The Donald” ne sa sicuramente qualcosa, poichè il suo nucleo di sostegno reale è composto da una vera minoranza che ha mascherato una guerra di interessi economici in una guerra tra idee politiche, illudendo alcuni elettori della classe media.
Qualunque successo Trump abbia ottenuto è dovuto alla coalizione con la piccola comunità di affari.

Joe Biden, a mio giudizio, è un'opzione migliore rispetto al Presidente uscente, ma non è ancora abbastanza, in quanto segue ancora politiche neo-liberiste che non risolverebbero il vero problema americano: la disuguaglianza economica.
Politiche più egualitarie significano un vantaggio per tutti, in quanto un sistema capitalistico è formato da una piramide ed i ceti borghesi si trovano in cima ad essa, più soldi arrivano dal basso (ceti inferiori), più soldi raggiungeranno la vetta, garantendo una performance superiore per chiunque.

Una possibile risposta al problema poteva essere Bernie Sanders, politico di vecchia data che proponeva semplicemente di aumentare la spesa pubblica, comprendo i buchi con una tassazione del 2% ai patrimoni più elevati.
Al contrario Donald Trump ha abbassato le imposte alle imprese dal 35% al 21%, ottenendo un fiasco, poiché la manovra non ha attirato i desiderati investitori, ma ha espanso la spesa pubblica nazionale.

Per di più, in questa legislatura, Trump propone di eliminare l’Obamacare, una riforma del sistema sanitario che garantisce un accesso maggiore a cure mediche per le classi inferiori, mentre l’Unione Europea si predispone ad una sanità comune e gratuita.

L’istruzione pubblica è scadente: gli studenti devono indebitarsi per tentare di garantirsi una vita migliore.
Basti pensare che il denaro dovuto da tutti gli studenti ammonta a circa 1500 mld di $.

L’America è la plutocrazia per eccellenza, in quanto gli interessi delle multinazionali prevalgono rispetto a quelli dei cittadini, ma qualcuno si ostina a definirla “sogno” e a nessuno sembra importante, dal momento che i due candidati non offrono garanzie sicure per il ceto medio della popolazione.

Gli Stati Uniti non sono pronti ad una evoluzione, purtroppo non verrà adottato un capitalismo progressista in un’epoca di malcontento.

1 novembre 2020
Tommaso Franzoni



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