31 Ottobre 2021, 09.19
Blog - Maestro John

Non ti scordar di me

di John Comini

Giorni dei ricordi: 2 e 4 novembre. Per il Centenario del Milite Ignoto, domenica prossima a Gavardo ci sarà la celebrazione in musica col coro La Faita, il Corpo Musicale Viribus Unitis e la voce narrante del mio grande amico Deni Giustacchini


Martedì si ricordano i defunti.
Penso a quante persone ci hanno lasciato. Sulle lapidi del cimitero c’è un trattino tra la data di nascita e quella di morte. In quel trattino c’è tutta una vita. Ognuno di noi è stato colpito da un lutto, che sia un familiare, un parente o un amico. Lasciandoci, ci hanno lasciato valori inestimabili. La loro eredità più vera non sono i soldi o le cose, ma l’amore che ci hanno donato. Sembra vogliano dirci: “Saremo sempre insieme. Non potremo più toccarci e abbracciarci, ma il nostro amore supera la parte fisica, va oltre il dolore, la distanza.”

Magari, travolti dagli impegni, capita che non si pensi a loro. Finché un giorno, all’improvviso, una canzone, un profumo, un suono, e senza sapere perché ti ritrovi a piangere come un bambino. E tutto ritorna. Magia dei ricordi. Il luogo della memoria non è la testa. Il luogo della memoria è il cuore.

Penso a nonni e nonni che, senza tante parole, ci hanno trasmesso le radici cristiane ed umane, i valori della condivisione, del rispetto degli altri, pregi spesso dimenticati.

Dicono che la vecchiaia è l’età del tramonto. Ma ci sono tramonti che tutti si fermano a guardare. “Se sei al tramonto non piangere, perché le tue lacrime potrebbero impedire ai tuoi occhi di vedere le stelle” (Tagore).

I nostri nonni ne hanno passate tante, ma tante. Quante volte si vorrebbe rileggere il passato per strappare le pagine di dolore.
I nostri nonni hanno vissuto tempi terribili, hanno visto la povertà, la guerra, la fame, il coprifuoco, il mercato nero. Hanno visto il marito, i fratelli e i figli partire soldati, con l’ansia per la mancanza di notizie, ed il terrore di riceverne di brutte.
Nonni che furono anche i ragazzi del dopoguerra, della Lambretta, della Fiat 500, dei primi frigoriferi, del boom economico, che con il sudore hanno ricostruito questa nostra Patria.

La morte quando arriva ci lascia sempre un senso di inquietudine e impotenza. Anche quando giunge in età molto avanzata. Una studentessa friulana, Angelica Ippolito di 15 anni, ha scritto un tema su sua nonna, scomparsa dopo una lunga malattia che l’aveva isolata dal mondo. Il tema s’intitola “Non ti scordar di me”. Eccone alcuni stralci.

“Avevi delle mani bellissime, sai, a volte mi sembra ancora di vederle mentre stringono la stoffa dei pantaloni del pigiama che indossi.
Ti vedo sulla poltrona, seduta accanto al nonno, e poi sul letto, mentre Loredana ti cambia. Ti sento cantare i ritornelli che avevi imparato da bambina, e mentre inutilmente cerchi tua madre.

Ricordo quel pomeriggio in cui avevi iniziato a cullare la mia bambola, per un qualche istinto materno che in te era sempre stato innato, e tutti mi avevano chiesto di lasciartela, ma io non avevo voluto. Me ne vergogno moltissimo, ma perdonami, ero piccola. Ora come ora, di quelle bambole te ne regalerei a migliaia.

Vorrei poter raccontare di gite al parco e fiabe lette, di baci della buonanotte e di te che vieni a prendermi alla fermata del pulmino, di pomeriggi passati a giocare e di pensieri condivisi, ma non sarebbe la nostra storia.

Non lo sarebbe perché a noi non è stato concesso il tempo di fare queste cose, non ne abbiamo avuto l’occasione. Ma sono infinitamente grata per aver avuto quella di amarti con tutto l’amore del mondo, di essermi potuta rendere conto di quanto una persona possa essere fondamentale anche se non si ricorda il tuo nome e non ti riconosce più.

Mi accontento del filmino tutto sgranato della mia prima Pasqua, dove mi tieni in braccio e ridendo dici: “Ma cjale ce biela fruta” (“Ma guarda che bella bimba”).

Anche la tua risata era bellissima, in realtà eri bella tu, di uno splendore disarmante, lo sei sempre stata. Nonostante i giochi che non abbiamo fatto, i discorsi mai pronunciati, gli abbracci a senso unico e i muri che c’erano senza che nessuno li avesse eretti, sei il mio primo ricordo: tu e io sui sedili posteriori dell’auto a cantare.
Non poterti più venire a baciare la sera mi ha svuotata completamente, per settimane non sono più stata capace di guardare nella tua stanza, sapendo di trovarci un letto vuoto.

Ne avessi ancora l’occasione, dipingerei per te tutto quello che non hai visto, ti racconterei tutto ciò che ti sei persa dal duemila all’anno scorso, ma soprattutto ti farei viaggiare, ti porterei ovunque pur di farti mettere il naso fuori dalla tua Carnia. Anche se alla fine tutto conduce lì, unico luogo dal quale nemmeno io riesco ad allontanarmi per lungo tempo, dove ci sono le montagne che hai visto sin da bambina, il lago dove hai portato i tuoi figli a fare il bagno, e tutto quello che mi fa pensare a te, che sei casa.”


Che parole meravigliose! E poi c’è chi dice che ai ragazzi non gliene frega niente…

Riporto una straordinaria lettera scritta al Giornale di Brescia dal dottor Giovanni Damiata (un simpatico medico di famiglia, che ho avuto la fortuna di incontrare grazie all’Avis Gavardo). Si immedesima in una persona che dal Senegal è venuta a Foggia ed è morta, fra i campi di pomodoro.

“Ciao, sono Babucar, del Senegal… In Italia da 12 anni, partito con mio fratello, lo hanno perso nel deserto prima di Agadez, è caduto dalla jeep. La jeep non si può fermare. Ho lavorato 7 anni in fonderia, assunto, una casa in affitto, un dottore della mutua.

La crisi, niente più lavoro, niente più documenti, niente più. Migro, come un moderno migrante, fino a Foggia, al ghetto il lavoro si trova sempre, da 15 anni almeno. Il capo nero, il capo bianco, i pomodori, 1 cassa, 1 ora, 3 euro, 5 al capo bianco che ci porta al campo, 3 il panino e l’acqua, 1 euro 1 aulin per i dolori. Solo muscoli forti qui: dal Senegal, Mali, Nigeria e Ghana, anche questa è selezione naturale.

Niente bianchi dall’est, non reggono. Per loro altri lavori, altri ghetti.

Niente fogne, niente luce, niente acqua per lavarsi, baracche e polvere. Conosco tutto, già da Bergamo. La sera c’è il dottore della Ong: visita chi sta male, quello con mezza mano: l’altra mezza l’ha lasciata all’alba sotto una cassa. Il capo bianco non ti porta al pronto soccorso. L’ambulanza non si chiama. Il ghetto non esiste.

Stasera è sabato, il capo bianco che ci porta al ghetto col furgone senza sedili né fari corre più del solito… corre, corre, forse è solo più ubriaco, corre, terra, buche, corre corre sterza frena ciao! Ero Babucar, uno dei dodici morti, tra la salsa di pomodoro sulla strada, oggi. Domani dodici posti di lavoro in più al ghetto. Anzi no, che sciocco: se si bloccano le persone sulle navi, con tante telecamere, vuoi che non si voglia bloccare migliaia di “capi” nei ghetti? Vabbè, tra qualche giorno tornerò alla mia famiglia, al villaggio, con una colletta dal ghetto. Perché noi si fa così.”


Infine penso ai poveri ragazzi caduti nella tragedia della guerra.
Penso al Milite ignoto. Era il 28 ottobre 1921. Venne affidata a Maria, mamma del volontario irredento Antonio Bergamas disperso in combattimento, la scelta di una salma tra undici bare di soldati non identificati caduti in battaglia. Vestita di nero, rappresentava le madri di tutti i caduti. Maria abbracciò le bare una ad una, davanti alla decima si accasciò gridando il nome del figlio. Sarà questa a prendere la via della Capitale. La bara prescelta fu deposta in un carro ferroviario che sfilò in tutta Italia a passo d’uomo. Alle stazioni era pieno di gente che si inginocchiava, faceva il segno della croce, piangeva, gettava fiori, foto, rosari. Una storia davvero straziante.

Ci sentiamo la settimana prossima, a Dio piacendo. W il Chiese!
A proposito: ho letto che vorrebbero far pagare una tariffa per il Gazebo del presidio di fronte al Broletto. Non ci posso credere… Povera Patria! Forza ragazzi! (Del resto, quando uno ha la squadra del cuore che continua a perdere...ndr)

Maestro John

Nelle foto alcune persone che ci hanno lasciato quest’anno:
1) La cara Maria Poli col marito Antonio Abastanotti
2) Il mio caro cognato Giovanni Avanzi con l’amico Aristide Fontana
3) Il caro Ivan Martinelli (il secondo da sinistra) con la compagna Manuela ed un gruppo di amici
4) Il caro Battista Grumi accanto al figlio Filippo



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