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27 Agosto 2018, 08.09

Racconti del lunedì

La moretta fanese

di Ezio Gamberini
Per festeggiare nel modo più appropriato il duecentesimo “Racconto del Lunedì” pubblicato su Vallesabbianews, voglio narrare delle due settimane trascorse in agosto a Fano, nelle Marche, con Grazia…

Due settimane! Da quasi trent’anni non trascorrevamo due settimane al mare, cioè da quando i nostri figlioli erano bambini.
Ciò avveniva di solito ai primi di settembre, e ricordo che il tempo era nella maggior parte dei casi favorevole, oltre a considerare la sensibile minore spesa complessiva del soggiorno. Ma ora che anche l’ultimogenita ha “spiccato il volo”, non abbiamo avuto alcun indugio.

Primo giorno

Sabato mattina partiamo molto presto, quando è ancora notte, anche se sappiamo già che potremo occupare la camera soltanto nel pomeriggio, e dopo aver trovato un traffico intensissimo, arriviamo a Fano prima delle nove.
Parcheggiamo e ci dirigiamo verso il centro, dove faremo la seconda colazione (la prima l’abbiamo consumata poco dopo Bologna, che volevamo attraversare il più presto possibile).

Poi cominciamo a bighellonare, e percorriamo le direttrici principali del centro, andiamo a vedere dov’è il nostro bagno, ci spostiamo da una porta all’altra della città magnificamente fortificata, spostandoci su cardi e decumani maggiori e minori, e constatiamo quanto è grande (che sorpresa scoprire che ha sessantamila abitanti!), guardiamo le vetrine, “annusiamo” la città,  come facciamo ogni volta in cui visitiamo una nuova località, anche se in realtà a Fano ci siamo già stati qualche anno fa, ma soltanto per un paio d’ore.

Nella via centrale, occupata da numerosi banchi del mercato, assistiamo alle performance di un giovane in frac, con un violino in mano, un artista di strada, insomma, che con l’aiuto di una base esegue con il suo strumento arie e canzoni famose.
Attacca “Con te partirò”, di Bocelli, e Grazia, all’improvviso, mi sussurra:
“Accompagnalo, vai a cantare!”.

La guardo perplesso, non mi aspettavo una richiesta del genere, ma vado!
Il violinista mi guarda, lascia fare, anzi comincia a sorridere, così la mia voce spicca il volo, ed io chiudo gli occhi e mi esibisco come se fossi alla Scala, fino all’ “Io con teeeeeeee” finale eseguito magistralmente, con il pizzicato che chiude il brano cui segue un’esplosione di “Bravi, bravi, bis!”, e una custodia del violino che trabocca di euro, depositati dai turisti stupiti durante l’esecuzione, e alla fine, mentre io mi eclisso, dopo aver stretto la mano al giovane e bravo violinista.
Grazia mi dice che quando ho cominciato a cantare, si è avvicinata una marea di persone che hanno iniziato a mettere le monete nella custodia del violino, sempre più massicciamente. L’episodio, improvviso e inaspettato, mi ha proprio stupito ed emozionato.

Siamo da tre ore a Fano e in sostanza l’abbiamo girata a piedi già tre volte: ufficio informazioni, principali palazzi, le porte, il teatro Fortuna (ci lasciano entrare, è un gioiello!).
A sera, dopo cena, ci sediamo al tavolo di un bar, in una via del centro. Grazia beve un caffè, mentre io avrei voglia di un buon bicchiere di vino bianco fresco, e scelgo un Pecorino, gradevole, dopo aver rifiutato un ambiguo “Passerina”, ma se ci fosse qui il “Balì” dei nostri amici Trevisani, non ci sarebbe storia: il loro meraviglioso vino bianco sarebbe fuori gara, e surclasserebbe qualsiasi bianco della zona, compreso il miglior Verdicchio di Jesi.

Quando andiamo a pagare, il barista mi dice:
“Ah, la prossima volta lei deve assolutamente provare una ‘Moretta fanese’”.

La “moretta valsabbina” che mi sta accanto, dopo esserci scambiata un’occhiata interrogativa, apprende per la prima volta, come me, che in realtà la “Moretta fanese” è un intruglio alcolico a base di caffè, corretto con rum, anice e brandy, che secondo la tradizione ebbe origine tra i marinai e i pescatori di Fano, che assumevano tale mistura calda e inebriante, prima di “andare per mare”.
In pratica si trattava di caffè con ogni rimasuglio di liquori avanzati, che erano raccolti insieme, per non sprecare nulla.

Secondo giorno

Domenica, finalmente tutto il giorno al mare, diventeremo rossi come gamberi! Abbiamo scelto la mezza pensione per non riempirci troppo, oggi però decidiamo di pranzare in un locale accanto al porto.
Si chiama Pesce Azzurro, con tredici euro si possono gustare due antipasti, un primo, due secondi con un contorno, tutto a base di pesce, più acqua e vino a volontà, tramite una spina che eroga acqua frizzante freschissima e un buon Trebbiano delle Marche.
I posti a sedere sono più di ottocento: ci si mette in coda e il vassoio è riempito man mano che si procede davanti ai vari addetti che si occupano dei piatti diversi. Il tutto è gestito dalla Cooperativa dei pescatori e l’intero pescato è utilizzato per i piatti di ogni giorno.
Davvero strepitoso!

Sentiamo le campane che suonano le ore: dong, dong, dong, e poi altri tre rintocchi, deng, deng, deng, con un suono più flebile; guardo l’orologio, le tre e tre quarti. In questo paese le campane suonano anche i quarti, è la prima volta che mi capita, e scopriremo che è una prerogativa marchigiana (anche a Mondolfo accadrà la stessa cosa).

Terzo giorno

La giornata è splendida! La cosiddetta “Passeggiata del Lisippo”, un chilometro e mezzo circa lungo il litorale, che costeggia il porto di Fano, è rilassante e piacevolissima. L’orizzonte è infinito, e il mare azzurrissimo. Alla fine della passeggiata, eccolo, l’Atleta di Fano, una scultura bronzea opera di Lisippo (o riferibile alla sua scuola, secondo alcuni esperti), databile attorno al IV secolo a.C., conosciuta in America come Victorious Youth (Giovane Vittorioso), o Getty Bronze (ah, questi americani!). Infatti, quella a Fano è una copia, mentre l’originale, ripescato casualmente al largo di Fano nel 1964, fu acquistato nel 1977, dopo alcuni passaggi di proprietà, dal Getty Museum di Malibù. Per farla breve: le diatribe legali, seguite alla richiesta di restituzione da parte dello stato italiano, secondo le quali la statua non poteva essere esportata, proseguono tuttora, con una sentenza del Tribunale di Pesaro, del giugno 2018, che rigetta l’opposizione del Getty Museum contro la confisca della statua. Stiamo a vedere come finirà!

Quarto giorno

Oggi minaccia pioggia, ma dopo la colazione, come sempre sfacciatamente abbondante (ma mai raggiungerò il livello dell’amico .... no, non posso rivelare l’identità, al massimo posso rendere note le iniziali di nome e cognome: terza lettera dell’alfabeto per entrambi), ci avventuriamo al mare, e vi restiamo qualche ora, facendo un po’ di bagni.
Il pomeriggio andiamo a Pesaro, che avevamo già visitato. Parcheggiamo vicino al centro e appena entrati nella piazza principale, scorgiamo a destra, sull’arco che sovrasta l’ingresso di un signorile palazzo, la scritta: “Palazzo del Governo” e su una targhetta, a lato, “Palazzo Ducale”.

Decidiamo di visitarlo: l’entrata è un po’ buia, e in un angolo, prima di accedere al cortile interno, c’è la biglietteria.
Mi avvicino e chiedo:
“Buongiorno, per cortesia, quanto dura la visita e quanto costa il biglietto?”.
Sento un microfono che è attivato, e dall’altoparlante collegato al vetro, sento rispondere:

“Buongiorno signore. Guardi, questa è la Prefettura! Si possono fare visite guidate al Palazzo, ma bisogna fare una richiesta specifica”.

Se mi avesse detto:
Oh, ma sei scemo? Non hai visto a lato il cartello ‘Polizia’, ed io sono la Poliziotta addetta all’ingresso? E questa non è una biglietteria, ma una guardiola”, ci sarei restato meno male.
Al buio non avevo visto né il cartello Polizia né la divisa della “bigliettaia“.

Comincio a ridere:

“Signora, mi perdoni, si faccia una risata!”, che mi elargisce generosamente, prima di congedarmi.
Torno all’ingresso del Palazzo, dove mi aveva atteso, e racconto tutto a Grazia, con la quale ci facciamo un supplemento di risate…
Visitiamo i Musei Civici, con una comoda audio guida, sul proprio cellulare, che è fornita tramite l’accesso al sito del Museo e, di nuovo, poiché lo avevamo già fatto in occasione dell’ultima visita in questa città, la casa natale di Gioacchino Rossini.
A sera, scopriamo che il biglietto cumulativo, che è valido per dieci giorni, comprende anche la visita al Museo Archeologico e Pinacoteca di Fano, che avevamo già deciso di effettuare durante la nostra permanenza in questa città.

Oggi abbiamo appreso dell’immensa tragedia di Genova, il crollo del ponte Morandi che ha causato la morte di quarantatrè persone. Che disastro! Rottura di un tirante? Cedimento strutturale? Quante polemiche e quante paure, ora. Cosa dobbiamo pensare, noi di Vobarno, la prossima volta che attraverseremo il “Ponte Nuovo”, costruito nel 1964, ancora prima del “Morandi” di Genova?
Ma ora l’unico pensiero, e la preghiera, sono per le famiglie distrutte…

Quinto giorno

Il mare è mosso, anzi, quasi in tempesta. Non riusciamo a entrare (volevamo soltanto farci lambire dalle onde, non certamente andare a nuotare), ma fatto un passo, prima cade Grazia, e poi io, travolti dai flutti.
Il bagnino ci guarda, con occhio quasi di compatimento, e ci dice:
“Forse è meglio che rientriate”.

Stiamo diventando vecchi, infatti, a due giovanotti lì accanto, che accennano a entrare in acqua, non dice nulla!
Andrà meglio nel pomeriggio, quando esce il sole e potremo fare alcuni bagni.

Sesto giorno

Il mattino mi sveglio con un dolce ricordo della mamma che ho sognato stanotte. Ero entrato in casa sua, con la chiave che conservavo sempre, perché era un po’ tardi, e lei andava a letto molto presto.
Sono entrato in camera, mi ha sorriso:
“Tutto bene?”.
“Tutto bene, mamma”.
“E i ragazzi?”
.
“Magnificamente, mamma, sono sereni e soddisfatti, anche se tutti e tre stanno lavorando tanto. Stanno costruendo in modo positivo il loro futuro”.
Ogni tanto sembra volersi informare dei suoi cari, e “viene a trovarci”, cara mamma…

Dopo tutta la giornata trascorsa in spiaggia, la sera visitiamo Mondolfo, distante una quindicina di chilometri, uno dei “Borghi più belli d’Italia”.
Alla visita guidata del borgo partecipano più di cinquanta persone e ci sono tre coppie che parlano bresciano.
Alla fine del percorso, chiedo loro:
“Ma da dove venite voi bresciani?”. Il mondo è proprio piccolo, perché guardando bene, riconosco uno dei tre maschi, poco più giovane di me, che è del mio paese, anche se non vi abita più da anni!

Settimo giorno

Anche oggi stiamo al mare tutto il giorno, e la sera prenotiamo una visita guidata a “Fano sotterranea”.
L’appuntamento è alle ventuno e trenta di fronte alla chiesa di S.Agostino. Siamo quasi cinquanta; la guida che ci accoglie, e che ci spiegherà in modo accattivante ciò che vedremo in seguito, in una ventina di minuti, è un maturo professore di matematica, sui sessanta, appassionato di archeologia e volontario dell’Archeoclub, sezione di Fano, che ci dice:
“Sapeste che soddisfazione, dopo nove mesi in cui i ragazzi ai quali insegno si disinteressano a quello che dico, parlare a cinquanta persone che mi ascoltano affascinate, e che per farlo pagano pure un biglietto!”.

Il costo della visita è di cinque euro, mai spesi così bene per aver potuto scoprire, qualche metro sotto il suolo della Chiesa di S.Agostino, i resti della presumibile Basilica di Vitruvio, in tutta la loro imponenza e maestosità.

Ottavo giorno

Accanto al nostro bagno c’è una scuola di vela. Osservo incuriosito un bimbo che al massimo avrà sei anni, avvolto da un giubbotto di salvataggio, che, da solo, su una piccola barca a vela, ascolta le indicazioni dell’istruttore mentre veleggia in direzione di una boa lontana una trentina di metri da riva; quando la raggiunge, si china con destrezza e, passando sotto la vela, si pone sull’altro lato della barca.

L’istruttore gli urla:
“Barra a dritta, ora, cazza la randa, cazza la randa!”, e il piccolino in un battibaleno raggiunge la riva, a vela spiegata; resto davvero affascinato dal gesto e dalla maestria del bambino. Che spettacolo!
A sera visitiamo la chiesa di San Michele, dove tra le altre cose, si può vedere la ricostruzione tridimensionale di antichi monumenti indossando un apposito visore.

Nono giorno


Questa mattina, domenica, andiamo a messa in una chiesa amministrata dagli Orionini. Lo zio don Alberto, fratello di mio papà, morto a quarantatré anni, nel 1967, apparteneva alla Congregazione fondata da San Luigi Orione.
Grazia ed io ci collochiamo nel quinto banco, sulla sinistra, in mezzo ad altra gente. Non so se io ho scritto sulla fronte “Jo Condor”, ma una signora, che ovviamente non conosco, seduta al secondo banco sulla destra, si gira, mi guarda e mi chiede:
“Vuole leggere la seconda lettura?”. Come succede talvolta anche al mio paese, rispondo:
“Va bene”…

Il celebrante è molto anziano, ma di una straordinaria lucidità e spigliatezza, ed è cieco! Si avvale di un apparecchio elettronico collegato a un auricolare che s’infila nell’orecchio al momento del bisogno, mentre un diacono accanto lo aiuta per il resto.
Andiamo a salutarlo. Scopriamo che don Gilfredo Buglioni ha novantaquattro anni! E’ nato nel marzo 1924, mentre lo zio don Alberto il primo aprile dello stesso anno.

Eccome se si ricorda di lui! Hanno frequentato insieme un anno di liceo, nel 1942, poi si sono persi di vista, ma la cosa che più mi ha impressionato, in don Gilfredo che ricordava mio zio, è stata l’affermazione:
“Aveva una voce celestiale!”. Ecco da dove nasce la mia passione per il canto!
Il mare è fantastico: facciamo il bagno e aspettiamo le onde, saltando poco prima che ci investano, così è bellissimo essere trasportati dai flutti.

Grazia dice:
“Guarda che bei saltelli”, allora esclamo:
”Ecco Grazia che si esibisce in ‘saltelli aggraziatissimi’”, e mentre li esegue, comincio a fare pernacchie con la bocca: “Prrrr, prrr”, proprio come il caro mitico trio, Aldo, Giovanni e Giacomo, con questi ultimi due a spernacchiare Aldo mentre esegue i famosi ‘saltelli aggraziatissimi’.

Qualche anno fa, con Grazia, ci è capitato di incontrare Giovanni Storti (che è anche un buon podista amatoriale), in una serata a Milano, organizzata da XRUN, una rivista mensile di podismo, in cui ero stato invitato anch’io, perché nel numero di quel mese c’era un articolo che narrava la storia del “Tapascio Bombatus”, podista e maratoneta atipico (che sarei poi io…) e l’abbiamo ringraziato per quanto lui e i suoi colleghi Aldo e Giacomo hanno donato a me, a Grazia e ai nostri figli (e ad altri milioni di persone…), quando consumavamo le videocassette dei loro spettacoli sdraiati sul divano, ridendo a crepapelle, senza l’ostentazione di volgarità gratuite o eccessi sconsiderati, ma soltanto godendo di puro divertimento.

Decimo giorno

Dopo colazione partiamo per visitare Loreto e Macerata.
Al Santuario di Loreto accendiamo una candela per la nostra famiglia e altre quattro: le prime due per la nostra amica, che è all’ospedale, e la sua vicina di letto, che abbiamo conosciuto in occasione delle visite che le abbiamo fatto; la terza per un amico, che spera di andare in pensione alla svelta; l’ultima per gli altri amici, scavigliati (incredibilmente tre o quattro hanno problemi alle caviglie), sani, interisti (l’Inter, antagonista designata della Juventus nel precampionato, alla prima giornata ha perso con il Sassuolo), vicini, lontani, ecc. ecc.

Mando la foto delle quattro candele all’amica all’ospedale:
“Come potrai notare (è uno scherzo del destino, ma è vera al 100%) la candela a sinistra è quella con la fiamma più piccola, che riluce di meno: di sicuro è quella riservata agli interisti!”.

Macerata è una bella città. Visitiamo lo Sferisterio, il teatro arena all’aperto; si stanno esibendo sul palco alcuni gruppi di musicisti, uno di balletti e musiche balcaniche, e in seguito uno di ragazzi brasiliani, provenienti dal Maranhao, che stanno provando i pezzi che presenteranno nella serata al Festival del Folklore (come apprenderemo la sera guardando il TG3 regionale delle Marche). A un certo punto tutti scendono dal palco, che resta vuoto.

Dopo due minuti, dico a Grazia:
“Ora salgo io”. Mi guarda, ormai mi conosce, e non scuote più neppure la testa; canto il finale del “Nessun dorma” e l’intera “E lucean le stelle”, Che acustica eccezionale! Non sembra neppure la mia voce, quella che odo, e provo una soddisfazione enorme.

Verso l’una e mezzo vediamo un ristorante-pizzeria e abbiamo una voglia matta di mangiarci una pizza.
Entriamo e la cameriera ci dice:
Sapete come funziona?”.
La gestione è nuova, il locale si chiama “LordBio”, tutto biologico; con nove euro si può fare un giro del buffet, più acqua e un bicchiere di vino.
Mangiamo pasta fredda condita con una crema di cavolfiore, humus di piselli (insomma, un frullato!), insalatine di tutti i tipi, torte salate integrali con bietole speciali, finocchietti, anacardi…
“Buonissimo” dice Grazia, e non smetterà di tirarmi in giro per il resto della giornata, per la mia voglia repressa di pizza…

Undicesimo giorno

Oggi stiamo in spiaggia tutto il giorno. Quando facciamo il bagno, il mare è un po’ mosso. Siccome mi piace galleggiare, fare il ‘morto’, insomma, c’è il pericolo cha vada al largo senza che me ne accorga (e pur essendo capace di nuotare, in mare, dove non tocco, non ci vado), e allora dico a Grazia:
“Per cortesia, potresti tenermi per la caviglia un momentino? O al massimo, fai come il commissario Montalbano, quando ha trovato un cadavere in mare, mentre si faceva una nuotata: si è tolto il cordoncino che sosteneva il suo costume e l’ha legato alla caviglia del corpo esanime, per trascinarlo a riva”

A sera visitiamo due chiese, Santa Maria Nuova e San Pietro in Valle, e il Museo Civico con la Pinacoteca, e possiamo gustarci magnifiche tele del Guercino, Palma il Giovane, Guido Reni, Perugino, e una collezione numismatica eccezionale, dalla quale non vorrei più venir via!

Dodicesimo giorno

Oggi andiamo in gita a Mondavio e Fossombrone, e a poca distanza visitiamo le Marmitte dei Giganti, sul fiume Metauro, un piccolo canyon scavato dall’erosione fluviale.
Alla Rocca di Mondavio, costruita tra il 1482 e il 1492, magnificamente conservata, vediamo un italiano del posto che accompagna un giapponese nella visita. Apprendiamo che questo giapponese, appassionato filatelico, ha visto la rocca di Mondavio su un francobollo, e ha voluto assolutamente visitarla, restandone affascinato per la bellezza e la straordinaria conservazione.

Tredicesimo giorno

Ultimo giorno di mare, lo godiamo completamente in spiaggia con numerosi bagni.
In questi giorni Grazia si è dedicata all’ultimo Montalbano e a un altro giallo, mentre io mi sono gustato l’ultimo libro di Maurizio De Giovanni, Il Purgatorio dell’Angelo, con protagonista il commissario Ricciardi, ambientato come i precedenti nella Napoli degli anni trenta, l’ultimo capitolo dei Delitti del BarLume, di Marco Malvaldi, A bocce ferme, e uno stuzzicante Urania, scritto nel 1951, Agonia della terra.

Quattordicesimo e ultimo giorno

Sulla via del ritorno visitiamo San Leo, detta già Montefeltro, costruita su un enorme masso roccioso, sul cui sperone più alto svetta il Forte, in cui perì, imprigionato, il Conte di Cagliostro.
Nei prossimi giorni si svolgerà la manifestazione “Alchimia”, dedicata proprio a Cagliostro, in cui esoterismo, scienza e spiritualità si uniscono agli spettacoli e alle danze per le vie del borgo.
Certo, qui la gente è ben strana: prima di arrivare a San Leo, una strada sulla destra è sovrastata da un segnale stradale con l’indicazione “Poggio Peggio”, mentre poco dopo, sulla sinistra, una cascina presenta la facciata con un’enorme scritta “Podere Fatti Coraggio”. Boh!

Prendiamo la via del ritorno: solite code nell’approssimarsi a Bologna, ma neanche più di tanto, e finalmente arriviamo a casa.
Alla fine, resta il ricordo e l’emozione per questa splendida regione, le Marche, con panorami mozzafiato, borghi splendidi, tesori artistici sparsi ovunque, cibo ottimo e vini squisiti, che, speriamo, potremo gustare anche in futuro.

Per concludere, voglio diffondere una delle cose più belle di queste ferie: è un messaggio speditomi dall’amico don Oreste Maiolini, anche lui Orionino, contenente un’omelia di Papa Francesco, di qualche giorno fa:

“Puoi avere difetti, essere ansioso e perfino essere arrabbiato, ma non dimenticare che la tua vita è la più grande impresa del mondo.
Solo tu puoi impedirne il fallimento. Molti ti apprezzano, ti ammirano e ti amano.
Ricorda che essere felici non è avere un cielo senza tempesta, una strada senza incidenti, un lavoro senza fatica, relazioni senza delusioni.
Essere felici significa trovare la forza nel perdono, la speranza nelle battaglie, la sicurezza nella fase della paura, l’amore nella discordia.

Non è solo godersi il sorriso, ma anche riflettere sulla tristezza. Non è solo celebrare i successi, ma imparare dai fallimenti.
Non è solo sentirsi felici con gli applausi, ma essere felici nell’anonimato. Essere felici non è una fatalità del destino, ma un risultato per coloro che possono viaggiare dentro se stessi.

Essere felici è smettere di sentirsi una vittima e diventare autore del proprio destino. E’ attraversare i deserti, ma essere in grado di trovare un’oasi nel profondo dell’anima.
E’ ringraziare Dio ogni mattina per il miracolo della vita. Essere felici è non avere paura dei propri sentimenti ed essere in grado di parlare di te.
Sta nel coraggio di sentire un “no” e ritrovare fiducia nei confronti delle critiche, anche quando sono ingiustificate. E’ baciare i tuoi figli, coccolare i tuoi genitori, vivere momenti poetici con gli amici, anche quando ci feriscono.

Essere felici è lasciare vivere la creatura che vive in ognuno di noi, libera, gioiosa e semplice. E’ avere la maturità per poter dire “Ho fatto degli errori”.
E’ avere il coraggio di dire “Mi dispiace”. E’ avere la sensibilità di dire “Ho bisogno di te”. E’ avere la capacità di dire “Ti amo”.
Possa la tua vita diventare un giardino di opportunità per la felicità… che in primavera possa essere un amante della gioia ed in inverno un amante della saggezza.

E quando commetti un errore, ricomincia da capo. Perché solo allora sarai innamorato della vita.
Scoprirai che essere felice non è avere una vita perfetta. Ma usa le lacrime per irrigare la tolleranza.
Usa le tue sconfitte per addestrare la pazienza. Usa i tuoi errori con la serenità dello scultore. Usa il dolore per intonare il piacere. Usa gli ostacoli per aprire le finestre dell’intelligenza.
Non mollare mai… Soprattutto non mollare mai le persone che ti amano. Non rinunciare mai alla felicità, perché la vita è uno spettacolo incredibile”.

(Papa Francesco)

Ezio Gamberini

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Duecento Racconti del Lunedì.

Scritti tutti con grande umanità, scorrevolezza, invidiabile ironia.
Spesso capaci di strappare garbati sorrisi, altre volte lacrime di emozione.
All'amico Ezio vanno i ringraziamenti miei, di tutti i miei collaboratori e dei lettori di Vallesabbianews.
E una promessa: i prossimi 200 te li pagheremo il doppio.


Ubaldo

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E così scrive John Comini:

Sei una magnifica persona!
E dietro una magnifica persona c'è sempre una splendida donna! Grande Ezio! Sono stato fortunato a conoscerti...
Ti leggo sempre con piacere.
Certo che il Direttore ti copre d'oro, manco fossi CR7, eh eh eh.


Un abbraccio dal maestro John

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