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23 Gennaio 2017, 14.29

Il contributo

Le sfide di una società multietnica

di Renato Piccini
Dinanzi alla nascita di una società multietnica sorge, spesso, il dilemma se debba prevalere più “accoglienza” o più “sicurezza”. Ma come e perché si è giunti a questa drammatica alternativa: accoglienza o sicurezza… o voi o noi?
 
Di disonestà ce ne sono molte… e, normalmente, si colgono nel comportamento morale, la cosiddetta disonestà di coscienza…
Ma ve n’è una più pericolosa: la disonestà intellettuale che, in gergo comune, si chiama menzogna… è la peggiore perché confonde e falsifica le coscienze, in un perenne inganno storico, tanto che la verità si scopre dopo, a volte molto più tardi, a volte resta coperta nella notte dei tempi… una “menzogna” che la gente, la moltitudine, paga duramente.

È difficile riflettere serenamente nell’attuale momento storico, così confuso e drammatico, costruito su ingannevoli promesse, giocando sulla sofferenza di 2/3 dell’umanità.
Tuttavia una cosa è certa: se siamo a questo punto non è né colpa del destino né colpa di un dio, di un piano prestabilito che si perde nella metafisica del sapere.
Il cammino della storia è opera dell’uomo e quindi sarà bene affrontare la situazione con onestà intellettuale, senza cercare scorciatoie, perché i piccoli arroccamenti, gli spot, la propaganda sono fuori luogo.

La società multietnica c’è, è un dato di fatto
, si voglia o no, è storia di oggi e storia di casa nostra.
Ed è frutto della globalizzazione, un frutto storico, concreto, voluto da noi, dal sistema alla cui costruzione abbiamo partecipato, seppure a titolo diverso, tutti… un sistema al quale abbiamo legato il nostro benessere.

Se però questo progresso – che poi è tutto meno che vero progresso – ci ha portato al dilemma o noi (sicurezza, tranquillità, benessere…) o loro (che, nel linguaggio comune, vuol dire insicurezza, cedere qualcosa che “ci appartiene”, qualche privilegio in meno…), allora, forse, è bene porci una domanda di fondo: come si è arrivati a costruire un sistema-mondo spaccato in due, in una drammatica alternativa?

Ma il nostro mondo è proprio questa alternativa: o io o te – o noi o voi?
Se così fosse ogni guerra, ogni terrorismo, ogni violenza verrebbe giustificata.
Non è facile dare una risposta che non sia né drammatica, né superficiale, e tanto meno evasiva, alla politichese.
Perché il mondo, il nostro mondo, la nostra vita, quella dei nostri figli non può essere chiusa nell’imperativo o noi o gli altri, sarebbe consegnare a chi verrà dopo di noi un mondo di terrore, un’esistenza vissuta nel sospetto se non addirittura nell’odio.

La vita, dono della natura o dono di un dio, è un diritto per tutti, come per tutti è un diritto una vita dignitosa.
Questo lo dice la nostra coscienza di uomini e, per chi possiede la fede, è volontà di Dio, perché il Dio cristiano è il Dio della vita in pienezza per tutti.
Ma, qual è il volto, o meglio i volti, di questo sistema-mondo che noi chiamiamo globalizzazione? Se c’è qualcosa di sbagliato va cercato alla radice, nel tipo di società che abbiamo costruito e che difendiamo con accanimento.

Qual è la dimensione della nostra umanità di oggi, quell’umanità che ci appartiene e in cui, nel bene e nel male, consenzienti o no, siamo stati chiamati, per nascita e per scelte, a vivere?… Questa umanità “etica” esiste ancora, è tuttora presente nella società di oggi?
Cosa ne è del volto della nostra civiltà di cui portiamo il vanto e che rivendichiamo con forza, che ha segnato ed è storia nella nostra attuale società globale?
Qual è il nostro compito-dovere? Dobbiamo prendere coscienza di quale posto ci tocca per rispondere alle sfide di oggi…
 
Il volto della globalizzazione
Il mondo della globalizzazione, sognato per il bene comune, non è come doveva essere, non è “per tutti”, come chi ne beneficia di più proclama ad ogni vento. Comuni ed universali sono le risorse che la globalizzazione sfrutta, ma il bene è per alcuni – tra i quali, forse, ci siamo anche noi –, non certo per tutti.
Lo sviluppo promesso dalla globalizzazione avrebbe dovuto superare almeno le disuguaglianze e le ingiustizie più grandi… invece!

Il modello neoliberale ha marcato la globalizzazione
lasciando tutto nelle mani della dinamica del mercato, in un processo insostenibile che non garantisce a tutti il minimo per vivere in dignità.
Il risultato è una situazione di disordine sociale globale, che compromette la sicurezza e la stabilità mondiale.
In questo senso, non possiamo dimenticare che la pace è sempre vincolata alla garanzia di condizioni minime di vita, ossia ad alcuni diritti sociali essenziali, come il diritto all’alimentazione, all’educazione, alla salute, al lavoro, a una casa dignitosa…, ai diritti essenziali della giustizia, valore fondante della comune fraternità, della pace globale, sempre più difficile, proprio perché investe l’intera umanità.
Frutto di tutto ciò è un gran numero di ingiustizie e “perversioni” globalizzate.

Emerge sempre più una situazione d’ingiustizia dei e nei mercati finanziari; una delle principali caratteristiche del capitalismo globale è la libera circolazione di capitali speculativi, che genera instabilità e scatena crisi disastrose.
Il commercio è fonte di ricchezza per pochi ed esclude milioni di esseri umani che non possono competere nel mercato in condizioni eque.

Una globalizzazione fondata sul diritto assoluto e speculativo del denaro che, prima, crea i flussi migratori che investono popoli interi, sradicandoli dalla loro storia, cultura, religione, dalla loro vita secolare… poi se ne sente minacciato e reagisce con la guerra, i massacri, i genocidi, la violazione dei più elementari diritti umani… fattori che generano, in una spirale infinita, sempre maggiori migrazioni.
Di conseguenza, tra questo sviluppo economico e identità culturale vi sarà sempre più incompatibilità.

Ed è qui che si innesta, in positivo e in negativo, la problematica dell’immigrazione.
La reazione, dinanzi a questo fenomeno inarrestabile, ha molte variabili.

V’è, in primo luogo, la “criminalizzazione” di chi entra nel nostro “territorio” clandestinamente (e come potrebbe essere altrimenti se, invece di frontiere aperte ad accogliere chi fugge da violenza, fame, “schiavitù”… trovano muri di ogni tipo… e non solo materiali!?!), una criminalizzazione fomentata

- dai mass-media, quando si fanno voce dei poteri forti, soprattutto economici,

- da partiti politici che, per nascondere la mancanza di un reale progetto di società, cercano consensi facendo leva sulle pulsioni e gli istinti più irragionevoli della gente, e ne lasciano affiorare il lato peggiore… Su questa irrazionalità, poi, fondano il loro “potere” dichiarando di rappresentare la “volontà popolare”…

- da gruppi, enti di ogni tipo che operano nei campi diversi della cosiddetta “sicurezza” per avere mani libere in ogni azione e intervento.

C’è poi chi si arricchisce sul dolore e la morte

- nei percorsi brutali di un certo tipo di “accoglienza” che sfrutta e ricava profitto giocando sulla vita e sul bisogno

- nello sfruttamento di una manodopera senza diritti e senza voce, più che ricattabile semplice oggetto “usa e getta” di cui nessuno chiederà conto

- nel far “scomparire” (nel senso letterale del termine) nelle maglie di un mondo sommerso, nelle mani di una criminalità che nessuno (o ben pochi) è disposto a controllare: prostituzione, trapianto di organi, addestramento (sotto ricatto) a crimini (furto, omicidio, lavori “sporchi” di ogni tipo…)… e, primi tra tutti, minori non accompagnati di cui, a decine di migliaia, si perdono definitivamente le tracce…
 
Da più parti si sostiene che la presenza di immigrati è indispensabile per conservare il livello della nostra qualità di vita e all’economia di tutti i paesi in cui, clandestini o no, lavorano… dalle “badanti” a coloro che, spesso per una miseria, svolgono lavori che nessuno più vuol accettare…

Una donna salvadoregna, espulsa dagli Stati Uniti perché “illegale”, mentre eravamo in attesa all’aeroporto di Guatemala, mi diceva: «Tornerò, i lavori che io faccio là non li vuol fare nessuno… e soprattutto alle condizioni in cui li faccio io».
Anche questa è una “forza” del fenomeno migratorio che segnerà il XXI secolo e contro cui non è possibile lottare solo con leggi: il nostro sistema economico ha bisogno di “schiavi” e non siamo disposti a rinunciare ad essi. La “cultura del soddisfacimento” ha i suoi costi. Noi siamo incapaci, ci rifiutiamo di scendere dai nostri livelli di vita, e “loro” possono esistere, e resistere, con molto meno di noi.

Questa è la figura del nero, del marocchino, del musulmano che incontriamo lungo la nostra strada, alla porta accanto, che riempiono le nostre stazioni, perenni erranti in cerca di un tozzo di pane, di un luogo ove posare il capo, di un sorriso che li accoglie, di una mano tesa che li aiuti a camminare in un paese che non li vuole…

È necessario riappropriarci della verità, per quanto amara sia
… tutto ciò è avvenuto perché a noi tutti è stato propinato uno sviluppo e un benessere falso, senza etica e senza i veri valori dell’uomo.
Così si è creata l’alternativa terribile: o noi o loro… e questo perché è mancato il volto umano della globalizzazione, una globalizzazione senza giustizia ed equità, una casa, solo a parole “comune”, fatta di mercato, competitività, speculazione, profitto, denaro.

La globalizzazione dal volto umano, quella che pone al centro l’uomo/donna, la vita, le persone, ogni persona… è un’altra cosa, comporta il rispetto dell’alterità, suppone il mutuo capirsi, implica uno sforzo verso la diversità senza differenze, di fronte a questa “uniformità” con differenze sanguinose che caratterizza la globalizzazione attuale; incarna una dialettica tra amore e libertà che tende all’identità di tutti e di ognuno.

Non è umana la figura dell’”homo consumptor”, il consumatore, una pedina indispensabile nell’attuale globalizzazione economica.
Il consumismo non è una caratteristica umana naturale, è un fatto culturale creato artificialmente.

Neppure è un dato umano naturale, e pertanto universalizzabile, quella caratteristica del nostro mondo sviluppato che si può definire come “imperativo tecnocratico”: tutto ciò che è possibile fare nell’ambito della tecnologia deve per ciò stesso esser fatto.
Senza altro motivo, senza chiedersi se l’attuazione di questa possibilità aperta porterà danno all’umanità o al contesto umano, ma scommettendo sul fatto che, se nocumento ci sarà, o verrà risolto subito o, in ogni caso, saranno altri a pagarne le conseguenze.

Non è verità umana quella implicita apologia della violenza come unico modo di autodifesa presente in quasi tutti i nostri prodotti culturali. Essa emana piuttosto da ciò che Baudrillard ha definito il carattere “assoluto” della merce, e dall’erigere la concorrenza a unica forma di relazioni umane. L’imperativo assoluto di concorrenza fa sì che imprese che hanno appena conseguito straordinari utili chiudono le proprie sedi nel “Primo Mondo” per emigrare nei paesi dove non ci sono valutazioni sociali o ecologiche, il lavoro può essere fatto anche da bambini e in condizioni favorevoli al “capitale”.

La minaccia della falsa globalizzazione non si limita all’eliminazione delle “piccole” identità (cosa che potrebbe spiegare l’attuale successo dei nazionalismi come movimenti di auto-protezione), ma soprattutto elimina i migliori valori tipici della tradizione della nostra civiltà: democrazia, diritti umani, eguaglianza, ecc…
È nata una società dove stanno aumentando individualismo, egoismo e indifferenza… il contrario di una casa comune.
Salvo alcuni casi, questa globalizzazione ha cancellato quel “volto umano” del mondo, quella “umanità” di singoli e comunità, ha distrutto la ragion d’essere dell’uomo stesso, la gioia, la felicità del vivere insieme, con tutti, in piena libertà, in ogni angolo della Terra.
Questo sistema, il mondo di oggi non può essere la casa comune a cui ogni essere umano ha diritto.
 
Globalizzazione e mondo religioso
Nell’analisi sulla realtà attuale, è indispensabile tener conto, data la strumentalizzazione che ne viene fatta, anche dell’aspetto religioso, per noi essenzialmente nel versante cristiano.
Che rapporto esiste tra globalizzazione e cristianesimo, cioè tra la società cristiana o meglio la civiltà cristiana, (quella “occidentale” di cui molti, a torto o a ragione, ritengono che il cristianesimo sia il fondamento) e il processo di globalizzazione?

È bene, qui, premettere una nostra lettura sull’annuncio cristiano.
Il messaggio cristiano è tutto meno che un sistema culturale, così come non è un sistema politico né un sistema religioso: è un “annuncio di valori” essenziali e fondamentali alla vita, nella massima intensità ed estensione.

Il Dio cristiano non è il “dio-liberale”.
Come non è un dio aristotelico, tomistico, ecc…, così il messaggio cristiano non è un’organica espressione dottrinale o ideologica… è un dio che si coglie nel volto dell’uomo alla ricerca della verità e nell’impegno etico per la creazione di un regno dove gli essenziali valori di giustizia, libertà, uguaglianza, fraternità ne siano i fondamenti; un regno senza frontiere né confini dove ogni uomo/donna ha il proprio posto con pieno diritto di cittadinanza, un regno costituito su un’utopia che si fa storia.

Sgorga dal messaggio cristiano un’etica da cui sorge un impegno etico.
Ma l’etica non è una “concezione di vita” a se stante, indipendente, pellegrina e aleatoria, è strettamente legata ad una concezione filosofica della vita, alla finalità dell’esistenza stessa.
L’etica liberale è espressione di coscienza e di vita dell’idea liberale che si esprime nel liberalismo filosofico e nella politica accentrata sull’individuo, nell’economia come supremazia del mercato che ha come finalità il profitto.

L’etica che nasce dal messaggio cristiano
pone la dignità dell’esistenza umana come volontà suprema del Dio della vita e come fine il regno di giustizia, compendio dei valori e dei diritti universali dell’uomo.
Non un cristianesimo accomodante, compiacente, sterile… ma un cristianesimo che, pur nelle contraddizioni del percorso storico, incarni oggi l’annuncio di Gesù ed i valori evangelici con coerenza e forza.

Le caratteristiche essenziali del messaggio cristiano non escludono nessun valore umano.
C’è, sì, un volto trascendente che si coglie solo nella fede, ma questo non deve prevalere sui valori storici del Vangelo, sarebbe una strumentalizzazione e una mistificazione pericolosa e bugiarda.

Nell’annuncio cristiano vi sono aspetti essenziali in cui nessuno può ritenersi estraneo, su cui ogni persona, di qualsiasi “fede” o ideologia, può riconoscersi:

- la centralità dell’uomo che si dipana nel percorso storico che ogni persona, singolarmente e come appartenente ad una comunità, prepara, sogna, costruisce, percorre

- il valore del povero come segno di essenzialità e cammino di liberazione

- la priorità dell’oppresso, dell’emarginato, dei “nessuno” (direbbe Galeano), senza confini, distinzioni, steccati…

- la ricerca del “diverso” di ogni storia e di ogni geografia

- un metro di giudizio fatto su il pane condiviso, l’accoglienza di ogni bisogno, l’uso della propria vita per l’attenzione all’altro…

Concludendo, la globalizzazione in cui viviamo, al di là dei suoi progressi, non costruisce, per finalità e storia, la globalizzazione che serve all’uomo, all’umanità tutta, al “creato”, per usare una parola onnicomprensiva: occorre una globalizzazione che ponga al centro la vita di tutti perché così vuole il diritto di ogni essere; è necessario dare alla globalizzazione quel volto umano senza le distinzioni create ad arte dalla cupidigia dell’uomo, contro una storia come cammino comune di un presente ed un futuro dignitosi, liberi, giusti…; l’uomo, la sua vita, la sua ricerca di un mondo migliore… devono ritornare al centro della storia.
 
Ed ora, ecco l’interrogativo famoso…
Che fare?

Di fronte alla globalizzazione è assurdo e irresponsabile pensare ad una risposta di piccoli orizzonti, la risposta del privato (il proprio piccolo mondo sociale, culturale, religioso, politico, economico…): sarebbero soluzioni facili, illusorie e devastanti… l’incapacità di vedere oltre i propri meschini confini è un suicidio.
Non occorre essere profeti per dirlo, lo dice la storia, basta saperla leggere.

È necessario l’impegno di tutti per la costruzione di una casa comune.
Viviamo senza dubbio un tempo di profonda crisi, idoneo per chiedersi che tipo di società e di mondo vogliamo costruire. È il momento, in definitiva, in cui ci viene chiesta la lucidità necessaria per saper cogliere le possibilità emergenti presenti nella realtà attuale. Le crisi sono sempre un richiamo a cambiare direzione e edificare il mondo su altre basi.

È indispensabile, allora, passare da una società del benessere a una società della giustizia.
L’impegno per una società e un mondo più umani dovrà porre l’accento più sull’equità e la giustizia che sul benessere o su una non meglio definita qualità di vita.

È necessario che la logica economica si metta al servizio dell’uomo e delle sue necessità reali, rendendogli possibile porsi in relazione con gli altri. È giunta l’ora di vivere una “solidarietà ascendente” che non consiste nel distribuire tra “i meno uguali” l’eccedente dei “più uguali”, ma nell’organizzare tutto partendo dai diritti e dalle necessità dei “meno uguali”, dei più deboli ed esclusi.

Da una società del consumismo incontrollato si deve passare a un’etica del sufficiente o della moderazione.
Le nostre società sono sommerse nella cultura di un individualismo possessivo e di un consumismo esasperato, potenziato dalla pubblicità. Conviene ricordare le parole profetiche di Gandhi: «Dobbiamo imparare a vivere più semplicemente perché gli altri semplicemente possano vivere». Sta qui la grande sfida per il XXI secolo. Infatti, «la civiltà non consiste nel moltiplicare all’infinito le necessità umane, ma limitarle deliberatamente all’essenziale».

È il ritorno all’essenziale, quell’essenziale che è garanzia di giustizia, equità, uguaglianza, libertà, dignità… per ogni uomo e donna.
Se tutti vogliono di più, non v’è posto per l’altro… se questo altro è diverso, allora scatta la “giustificazione della coscienza legale” per toglierlo di mezzo, per non dargli spazio.
In America Latina dicono che il “se non c’è per tutti, che ci sia almeno per me”… deve essere cambiato con: “perché ci sia anche per me, ci deve essere per tutti”.

Ignacio Ellacuría (1) parlava, in proposito, della “civiltà della povertà”:
«La povertà non sarebbe più la privazione di ciò che è necessario e fondamentale a causa dell’azione di gruppi, classi sociali o nazioni, ma uno stato universale di cose in cui è garantito il soddisfacimento delle necessità fondamentali, la libertà di scelte personali e un ambito di creatività personale e comunitaria che permetta la comparsa di nuove forme di vita e di cultura, nuovi rapporti con la natura, con gli altri uomini, con se stesso e con Dio»(2).
Si giunge, così, ad una concezione culturale globale di dialogo e condivisione.

È sempre più necessario saper trovare il difficile equilibrio tra democrazia e identità culturale, diritti umani e il diritto alla diversità culturale, vista come ricchezza da condividere, per promuovere un dialogo con carattere di uguaglianza. Solo così sarà possibile salvaguardare realmente la diversità culturale e, nello stesso tempo, vivere con forza etica, promuovere una cultura della solidarietà che vincoli la nostra vita alla vita degli altri.

Dalla cultura della violenza è indispensabile passare alla cultura della fraternità.
Solo l’apertura all’”altro”, il rispetto delle reciproche identità e diversità, potrà le basi di una convivenza giusta e umana su cui si fonda la sicurezza e la tranquillità della vita.

Concretamente, pensare e lavorare per un uomo nuovo

- il cittadino del mondo (i nostri giovani, per primi, ne sentono il bisogno)

- con una coscienza responsabile: oggi siamo nel mondo delle deleghe… (a istituzioni, persone, movimenti…), nel mondo dei “non responsabili” muoiono milioni e milioni di persone per fame, si fanno guerre spaventose: di chi la colpa?… magari del destino o di un dio!!!

- con una visione creativa e planetaria. I nostri orizzonti si sono fatti piccoli, è necessario allargarli… o vogliamo restringerli ancora? Rischieremmo di soffocare.

Chi ha fede, deve creare un cristiano nuovo

- della sua funzione evangelica, appoggiato su una forte fede che non ha bisogno di sicurezze dottrinali e tanto meno secolari (concordati e leggi ad hoc), ma che si mette in gioco e accetta le sfide, ogni sfida sociale, culturale, politica, di “identità”…

- al dictat di Gesù: quello che avete fatto a uno dei più piccoli e abbandonati l’avete fatto a me.

L’uomo a cui fa riferimento Gesù è quel povero, quel diverso, quel nero, quello zingaro… che incontriamo nelle nostre strade, di cui sfruttiamo magari il lavoro e il bisogno, quel mendicante che ci dà fastidio… il povero di Gesù è proprio quello che puzza, che disturba, che “ruba il lavoro”… e così è lecito tenerlo lontano ovunque (tempo fa fece scandalo – o forse solo notizia – l’ordinanza che scacciava i mendicanti dalle chiese del luogo del mendicante per eccellenza, Francesco, il poverello d’Assisi).

Deve consolidarsi una rinnovata coscienza popolare, di base.
Un movimento di base, rinnovato e consapevole, deve riprender forza nell’indispensabile lotta contro divisione e disuguaglianza per portare avanti i grandi valori di equità, libertà, giustizia…, rifiutando “l’elemosina” che il potere di oggi è disposto a dare in cambio delle dure conquiste di ieri, aprendo la strada ad un futuro più incerto e difficile.

In Italia, con le dovute bellissime eccezioni, la reazione e il dissenso appaiono poca cosa, in mano a gruppi e movimenti che, spesso, persi in un’interminabile ricerca di un minimo denominatore comune, non riescono a superare le differenze e a coagularsi per formare una forza di anti-potere, protagonista nelle idee e nell’azione per costruire quella casa comune dove ognuno trovi il proprio posto e possa dare il proprio contributo; una “forza” presente in ogni lotta e rivendicazione in difesa del bene comune e della vita, minacciata e travolta da interessi e ingiustizie che rendono impossibile la sua piena realizzazione.

I tanti moralisti e maestri d’Israele dovrebbero spiegarci che differenza passa tra il cosiddetto “omicidio” di un essere nel seno materno (pur lasciando tutti i necessari distinguo) o lasciare che le acque del mare nostrum, il “nostro” Mediterraneo, divengano il sudario per migliaia di storie, sogni, possibilità… o gettare sulla strada milioni di giovani vite, condannarli ad una morte precoce, a volte ammazzati dalle “forze dell’ordine” mandate dalle “persone per bene” per non essere disturbate, o permettere situazioni di “non-vita” che lasciano un numero enorme in mano a criminali di ogni tipo che li portano alla morte morale e psicologica prima che fisica.

Un bimbo di strada di Città del Guatemala, solo, all’angolo di una piazza, inala colla – uno dei tanti huelepega che usano come droga la colla da calzolaio… la droga dei poveri, di basso costo, facilmente reperibile e con conseguenze devastanti in pochissimo tempo –. Un operatore, che cerca di aiutare questi bambini e ragazzi, gli si avvicina e gli chiede: «Perché respiri quella colla?»… la risposta è agghiacciante: «Per dimenticare di esistere!».
Ma è questa la casa comune che abbiamo costruito e che vogliamo blindare e difendere a denti stretti?

È qui che entriamo, dobbiamo entrare, tutti in gioco: nessuno che faccia parte del difficile cammino della storia umana deve tradirne i valori essenziali.
C’è sempre chi è pronto ad offrire un piatto di lenticchie, di biblica memoria, per ammortizzare la protesta e chiudere nel proprio “privato”… per creare una massa di “indifferenti”, quella “maggioranza silenziosa” che ha permesso, e permette, i peggiori crimini della storia.

È necessario ritrovarci sempre dalla parte dei più deboli, emarginati, assetati di giustizia e verità, e finché ci sarà un povero abbandonato e sfruttato ognuno ha il dovere di portare avanti una lotta a tutto campo, battendosi, senza baratti di alcun genere, per la verità, la libertà, la giustizia, ovunque vengano calpestate… valori essenziali perché l’utopia di un mondo più umano si faccia storia e il destino delle generazioni future non senta di pianto ma di sorriso… perché un mondo nuovo è veramente sorto quando ognuno accetta la sfida della storia.

Renato Piccini
gennaio 2017
 
1) Ignacio Ellacuría, gesuita, rettore dell’Università Centroamericana – UCA – di El Salvador fu ucciso, il 16 novembre 1989, dall’Esercito insieme ad altri sei gesuiti e due collaboratrici. Vedi Renato Piccini, I martiri della giustizia, Informe 2009-2010, Fondazione Guido Piccini 2009.
2) La “civiltà della povertà”, Informe 2013-2014, Fondazione Guido Piccini 2013.

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Commenti:

ID70788 - 24/01/2017 08:16:30 (Dru) Caro Piccini un primo commento
Dove contrapponi tecnica a natura devi fare i conti con il vero pericolo e il vero pericolo non è la natura per la tecnica, ma la tecnica per la natura, perché l'uomo è naturalmente tecnico.


ID70789 - 24/01/2017 08:19:45 (Dru)
Se non comprendi questo significato, significa che il tuo discorso è alienato. Se non comprendi che l'opposizione di natura e tecnica è, nel sottosuolo potente del nostro tempo, fittizia, tale che INA sua natura dell'uomo alla tecnica è destinata alla sconfitta, allora fai del laicismo un fantoccio e dunque ti risulta facile l'abbatterlo.Ma un fantoccio del tempo laico non è il tempo laico.


ID70790 - 24/01/2017 08:23:30 (Dru) Infine i "sollen" (doveri morali che imponi nel tuo discorso)
..lo denunciano. La potenza si declina con il potere, non con il dovere...


ID70791 - 24/01/2017 08:26:30 (Dru)
.. Il mio sopra è un müssen.


ID70958 - 10/02/2017 21:45:52 (sonia.c) criminalizzazione...
siamo arrivati all'assurdo più assurdo! il "clandestino" è diventato una specie di "nuova razza" (pericolosa )da cui proteggersi..una razza aliena ,perchè non gli viene più riconosciuto nulla di umano! si è arrivati a "distinguo" tra persone in base (o meno) ad un timbro su carte burocratiche..siamo arrivati a sentir esprimere concetti cosi "cazzoni"("diatribe feroci sui social ,tra chi discetta se la "sacra famiglia" possa essere paradigma di un antico fenomeno di immigrazione,o no. o se il Papa faccia più o meno bene a "difenderli" (questa "nuova razza"sic!) siamo cosi subdolamente contagiati tutti da questa disumanizzazione,che persino la sottoscritta,quando ha visto quella pagella scolastica ,recuperata da una nave affondata,per un nanosecondo..se ne è stupita! ( e se capita a mè..figurarsi ai disumani di professione!)siamo ad un isteria-follia collettiva ,ormai,fuori controllo..



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