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23 Ottobre 2016, 08.23

Maestro John

Notti magiche

di John Comini
L’altro giorno mi è capitato di rileggere questo interessante “pezzo” su internet…

“Se eri un bambino negli anni 50, 60 o 70… Come hai fatto a sopravvivere?  

1.- Da bambini andavamo in auto che non avevano cinture di sicurezza né airbag. 

2.- Viaggiare nella parte posteriore di un furgone aperto era una passeggiata speciale e ancora ne serbiamo il ricordo.  

3.- Le nostre culle erano dipinte con colori vivacissimi, con pitture a base di piombo.   

4.- Non avevamo chiusure di sicurezza per i bambini nelle confezioni dei medicinali, nei bagni, alle porte.             

5.- Quando andavamo in bicicletta non portavamo il casco.  

6.- Bevevamo l’acqua dal rubinetto (magari attaccandoci al bocaröl, aggiungo io)

7.- Trascorrevamo ore ed ore costruendoci carretti a rotelle ed i fortunati che avevano strade in discesa si lanciavano e, a metà corsa, ricordavano di non avere freni. Dopo vari scontri contro i cespugli, imparammo a risolvere il problema. Si, noi ci scontravamo con cespugli, non con auto!    

8.- Uscivamo a giocare con l’unico obbligo di rientrare prima del tramonto. 

9.- La scuola durava fino a mezzogiorno, arrivavamo a casa per pranzo. Non avevamo cellulari...cosicché nessuno poteva rintracciarci. Impensabile.

10.- Ci tagliavamo, ci rompevamo un osso, perdevamo un dente, ma non c’era alcuna denuncia per questi incidenti. La colpa non era di nessuno se non di noi stessi.   

11.- Mangiavamo biscotti, pane e burro, bevevamo bibite zuccherate e non avevamo mai problemi di soprappeso, perché stavamo sempre in giro a giocare...      

12.- Condividevamo una bibita in quattro bevendo dalla stessa bottiglia e nessuno moriva per questo.

13.- Non avevamo Playstation, Videogiochi, televisione via cavo, dolby surround, cellulari personali, computer, Internet... Invece AVEVAMO AMICI.     

14.- Uscivamo, montavamo in bicicletta o camminavamo fino a casa dell’amico, suonavamo il campanello o semplicemente entravamo senza bussare e lui era lì e uscivamo a giocare.   

15.- Si! Li fuori! Nel mondo crudele! Senza un guardiano! Come abbiamo fatto? Facevamo giochi con bastoni e palline da tennis, si formavano delle squadre per giocare una partita; non tutti venivano scelti per giocare e gli scartati non subivano alcuna delusione che si trasformava in trauma. Sapevano che prima o poi avrebbero giocato.  

16.- Alcuni studenti non erano brillanti come altri e quando perdevano un anno lo ripetevano. Nessuno andava dallo psicologo o veniva “schedato”, nessuno soffriva di problemi di attenzione né di iperattività; semplicemente ripeteva ed aveva una seconda opportunità.  

La grande domanda è: “Come abbiamo fatto a sopravvivere?”  
Sicuramente diranno che eravamo dei noiosi, però siamo stati molto felici! Avevamo libertà, fallimenti, successi, responsabilità ed imparavamo a gestirli.”

Ora, non sono un “laudator temporis acti”, cioè un nostalgico del tempo passato.
Il grande poeta Orazio con questa frase criticava il comportamento delle persone anziane che, non potendo ritornare negli anni passati, vi ritornano con la memoria, dimenticando le cose brutte, criticando il presente e ricordando solo le cose belle “di una volta”.

Giorgio Gaber scrive in La mia generazione ha perso”:
“Non mi piace chi è troppo solidale e fa il professionista del sociale
ma chi specula su chi è malato, su disabili, tossici e anziani è un vero criminale…
La mia generazione ha visto le strade, le piazze gremite di gente appassionata
sicura di ridare un senso alla propria vita
ma ormai son tutte cose del secolo scorso, la mia generazione ha perso.
E la tecnologia ci porterà lontano ma non c'è più nessuno che sappia l'italiano
c'è di buono che la scuola si aggiorna con urgenza
e con tutti i nuovi quiz ci garantisce l'ignoranza…
Non mi piace il mercato globale che è il paradiso di ogni multinazionale
e un domani state pur tranquilli ci saranno sempre più poveri e più ricchi
ma tutti più imbecilli…
Ma forse sono io che faccio parte di una razza in estinzione.”

L’altra mattina, prima di salire in classe, vedo alcuni alunni in gruppo, concentrati, che parlottano a bassa voce.
Una interessante ricerca antropologica? Un complicato problema matematico? Un bel testo in italiano o in inglese?
Macché! Si stavano scambiando le figurine! Ce ne sono di molti tipi: di animali, di Walt Disney, di personaggi televisivi.
Chiedo: “Ci sono ancora figurine di calciatori?” Mohammed mi mostra orgoglioso una serie di giocatori…Mi assale una botta di nostalgia: le mitiche figurine Panini!

E allora la memoria mi porta alle elementari, quando con i miei amici facevo raccolta delle figurine storiche. Ricordo quelle del periodo risorgimentale, con Garibaldi, Vittorio Emanuele e Camillo Benso conte di Cavour…
C’erano splendide rappresentazioni di battaglie, come quella di San Martino, che era formata da un mosaico di più figurine e allora si cercava avidamente chi potesse scambiare le tue “doppie” con il pezzo mancante.
Era un continuo mercanteggiare, e sono contento che le figurine non siano passate di moda. 

In classe ho molti bambini che giocano a pallone, sono tutti entusiasti e pare che tra loro ci siano dei talenti. Anni fa avevo in classe Moussa, che aveva fatto provini in squadre importanti, ora ho André che gioca nella Feralpi Salò.
In palestra mi sforzo di ripetere loro i concetti fondamentali del rispetto dell’avversario, delle regole, dell’accettazione della sconfitta e di come la vittoria sia un momento in cui una persona si dimostri sportiva.

Ovviamente loro mi ascoltano, anzi, “a parole” mi dimostrano tutte le cose giuste e sacrosante.
Poi, se perdono fanno facce di una sconfinata disperazione, e se vincono (anche solo nella staffetta o nella palla bollata) si abbracciano come se avessero vinto la Champions League! Quasi come il loro maestro quando guarda le partite in tv…

“Forse non sarà una canzone a cambiare le regole del gioco
ma voglio viverla così quest' avventura senza frontiere e con il cuore in gola…
E il mondo è una giostra di colori e il vento accarezza le bandiere
arriva un brivido e ti trascina via sciogli in un abbraccio la follia
Notti magiche inseguendo un goal sotto il cielo di un'estate italiana
e negli occhi tuoi voglia di vincere un' estate un’avventura in più
Quel sogno che comincia da bambino e che ti porta sempre più lontano
non è una favola - e dagli spogliatoi escono i ragazzi e siamo noi…”

Accipicchia, questa canzone di Bennato-Nannini mi ricorda quando l’Italia ha perso contro l’Argentina nel ’90, ed in vacanza in Sardegna ho passato la sera a consolare il mio Andrea e mia nipote Barbara, che piangevano disperati nel lettone…ed io ero più disperato di loro! Il calcio è sempre stato per me una grande passione.
Com’era quella frase? “Alcuni credono che il calcio sia una questione di vita o di morte. Non sono d’accordo. Il calcio è molto, molto di più.” 

Io sono un “gnaro del’oratorio”, appena potevo correvo là, era come la Terra Promessa.
C’era il catechismo: “Chi è Dio? Dio è l’essere perfettissimo creatore e Signore del cielo e della terra.”
E poi fuori a giocare, a ciche, a football, a cip, a corse, a bici. Quante scivolate, quante croste alle ginocchia, quante magliette sudate, quanta felicità!
All’oratorio nel pomeriggio i giochi venivano rotti da un urlo disumano ”Gnari, Rintintin!” e un’orda di bambini in braghe corte si ammassava nel fortino del bar, davanti al Caporare Rusty. 

E’ all’oratorio che ho avuto il massimo della mia celebrità
, per aver inventato il gioco del “balunsì”.
Si usava un palloncino e le due strutture di metallo del basket facevano da porte, e lì ho giocato ore e ore tutti i giorni, con la mia mamma che mi dava la merenda dentro un sacchetto giallo della polenta.
“Pasa, tira, dai, lancia, pasa, noo, cori, ciapel, goal!” Se chiedete a qualcuno: chi era el re del balunsì? La risposta non può essere che una sola: “El John Comini, el fiöl de chel dele scarpe.”

“Un bambino che palleggia rappresenta una buona approssimazione alla felicità”.
 
D’estate all’oratorio c’era il mitico torneo notturno, un mix di tensione e di violenza, dove sentivi urlare dagli spogliatoi: bisogna ransai so, dai petei, oho voet ciapale, arbitro cornuto!
L’altoparlante diffondeva la voce del Piero Tedoldi: “Sportivi gavardesi, è scoppiata la guerra, guerra alla sete al bar dell’oratorio! Aggrappati alla grappa De Luca!”
Durante le partite gli arbitri rischiavano la pelle, prendevano ombrellate persino da mamme normodotate, i giocatori se le davano di “santa” ragione mentre l’immagine di Don Bosco subiva una smorfia e la statua della Madonnina piangeva lacrime amare…
 
A San Luigi c’era la cuccagna con i salami in cima, c’era lo spaccapignatte, c’era la gara di ciclocross.
Per un periodo  mi sono cimentato nelle corse campestri, all’inizio partivo come una schioppettata, ma andavo subito in riserva… Arrivavo quando stavano smontando il traguardo.
Il motto di De Coubertain, “l’importante non è vincere, ma partecipare”, per me era un concetto naturale, mi veniva spontaneo perdere, non facevo proprio nessuna fatica.
Però nel ‘73 ho vinto un torneo di basket (vedi foto): va bè, ho giocato un paio di minuti come riserva, però sono nella foto dei vincitori…

All’oratorio ci si scherzava tra bambini juventini, milanisti e interisti.
Si cantava “C’era una squadretta piccolina in Canada, con tanti giocatori che facevano pietà, e tutte le ragazze che passavano di là, dicevan che schifo (nome della squadra da denigrare) in serie A…”
Oppure si diceva: “Primo comandamento: ama il prossimo tuo come te stess… Secondo comandamento: ama i tuoi nemici… Ma il comandamento fondamentale è: copa el (milanista o juventino o interista) entat che el ghè!

Non so da quando ho iniziato a tifare Juve, forse per la cassa di legno che mio fratello Dino teneva dietro la Lambretta per portare le scarpe a Desenzano: c’era scritto W JUVE, tutto maiuscolo. Io sognavo che giocava la Nazionale Italiana a San Siro, stava perdendo, io chiedevo di entrare, chissà come riuscivo a convincere l’allenatore, facevo un gol da metà campo e tutto il pubblico mi osannava…
Un giorno quelli dell’Unione sportiva Gavardo hanno fatto un provino, io mi son fatto dare un paio di scarpe da “fòbal” e con i miei mutandoni fantozziani mi sono recato al campo sportivo: sto ancora aspettando la convocazione! 
 
“E chissà quanti ne hai visti e quanti ne vedrai di giocatori che non hanno vinto mai ed hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro
e adesso ridono dentro a un bar, 
e sono innamorati da dieci anni con una donna che non hanno amato mai.
Chissà quanti ne hai veduti, chissà quanti ne vedrai…
Ma Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore,
non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore,
un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia.” (De Gregori)
 
In compenso facevo il tifo per i gialloneri e passavo le domeniche pomeriggio agitando il vessillo giallonero.
Mi recavo al vecchio campo sportivo (dinanzi all’ospedale), compravo il gelato dal Pieretto (indovinate a quali gusti?) e sulle tribune mi sgolavo: “Gavardo! Gavardo! Gavardo!” Naturalmente se il Gavardo perdeva ero triste e la domenica diventava malinconica, ma non ho mai fischiato o insultato gli avversari. 

Le partite andavo a vederle alle Acli. Essendo giusto consumare, io avevo i soldi per pagarmi un bel gelato, panna e cioccolato. Fissavo la tele ed ero felice, con la mia camicia bianca al cioccolato. Assistevo alle partite dell’Inter, ed ero felice (ma guarda un po’…) se l’Inter vinceva. Anche perché così i miei mi lasciavano andare a vedere altre partite.
C’era la mitica formazione nerazzurra, quella della Grande Inter, che sapevo a memoria: Sarti Burnich Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Peirò, Suarez, Corso (quello delle punizioni a foglia morta…come la canzone francese…). C’era anche Domenghini, che correva come un motore diesel.

Io ero innamorato di De Paoli, il mitico bomber delle rondinelle.
Quando è stato comprato dalla Juve, ho raggiunto il nirvana…Con i miei amici era tutta una discussione su quali calciatori comperare. “Noi gli diamo cento milioni, e in cambio prendiamo…
Ovviamente sapevamo tutto del menisco e dei crociati (nel senso dei legamenti), e se un bravo giocatore della squadra avversaria si faceva male ed era costretto ad uno stop metti di 3 mesi, a noi spiaceva tanto, ma proprio tanto…

Scrivevo sui quaderni i miei commenti riguardanti le partite domenicali (a quei tempi si giocavano tutte nello stesso tempo…pare passato un millennio).
Quei quaderni li avevo messi in palio ad un torneo di palloncino, e se ce ne fosse ancora qualcuno in giro scoprirei che tipo di ragazzo ero…

Un giorno si è sparsa la voce che alla trattoria Mariettina era arrivata la televisione a colori.
Naturalmente sono corso là ma si vedeva lo schermo solito, con alcune strisce verdi, gialle e azzurre. Ma mi sembrava di vedere davvero le figure a colori, come una grande illusione. 

Poi finalmente a casa è arrivata la televisione…ma è arrivata anche la stagione dell’amore, e allora la domenica pomeriggio, mentre camminavamo io e la mia “attuale” moglie (milanista perché le piaceva Rivera…) sul lungolago, si potevano osservare masse di morosi e sposati che tendevano con movimenti geometrici ad aggregarsi attorno al proprietario di una radiolina dove trasmettevano “Tutto il calcio minuto per minuto”:Quanto fanno? E il Milan? E la Juve? E l’Inter...E il Brescia? E l’Avellino? E il Sabbioneta?” (questo per la schedina)

E quello con la radiolina rispondeva a tutti, con l’aria di un santone che ti diceva il destino di vita e di morte.
Dalle facce capivi chi vinceva, chi perdeva, chi pareggiava, chi si stava difendendo: e chi al novantesimo minuto sperava in un miracolo.
Verso le 19 dicevo alla mia dolce metà che dovevo assolutamente tornare a casa, perché i miei volevano che rincasassi presto. In realtà (ma questo gliel’ho detto dopo sposati…) correvo a casa a vedere le partita in differita (mia zia diceva “difterite”). Sapevo già il risultato, ma era sempre un gran godere. 

Mi hanno raccontato che quando il Napoli ha vinto lo scudetto, al cimitero di Poggioreale i tifosi partenopei hanno appeso uno striscione con la scritta “Non sapete che vi siete persi!”
Dopo molti anni, quando l’Italia ha vinto ai mondiali contro il Brasile, mi son fatto prestare una bandiera dell’Italia dal segretario di Gardone Riviera (avevo i suoi figli a scuola) e a clacson spiegato sono andato in giro per Salò con la macchina.
Un sacco di altri tifosi mi ha seguito: “Italia Italia, tuu tuu, tuu!” ad ogni chilometro raccoglievo dietro di me le macchine colme di tifosi impazziti, sembravo il pifferaio magico. “Italia Italia, tuu tuu, tuu!”
Arriviamo a Tormini, siccome a Tormini si cambia siamo andati in Vallesabbia, “Italia Italia, tuu tuu, tuu!” siamo arrivati a Vobarno, poi il destino volle che io imboccassi una strada stretta (era forse un refuso del catechismo: mai prendere la strada larga) e ci siamo ingolfati in una stradina che dava per Clibbio. Al tramonto facemmo tutti retromarcia gridando “Italia Italia, tuu tuu, tuu!” ma un po’ meno convinti…

Quando la mia squadra ha perso la finale di Manchester del 2003 contro il Milan ai rigori, io e il signor Losi (juventino doc) abbiamo messo il lutto: ci dicevamo che ormai il calcio è corrotto, che i giocatori sono mercenari, che non val la pena soffrire per 22 giocatori che corrono in mutande…Ma appena è ricominciato il campionato, abbiamo ricominciato a vivere… e a soffrire!
 
Una domenica a Salò, mentre accendevo la Vespa e mia moglie saliva dietro, ho sentito urlare i tifosi della mia squadra. Sono partito a razzo, vedevo la gente che gridava e mi faceva segni al vento, anch’io esultavo e inneggiavo…dopo cento metri ho capito che mi stavano avvertendo che avevo perso mia moglie per strada…
 
“Pioggia e sole cambiano la faccia alle persone
fanno il diavolo a quattro nel cuore e passano e tornano e non la smettono mai…
Sempre e per sempre tu ricordati dovunque sei, se mi cercherai
sempre e per sempre dalla stessa parte mi troverai…
Ho visto gente andare, perdersi e tornare 
e perdersi ancora e tendere la mano a mani vuote
e con le stesse scarpe camminare  per diverse strade
o con diverse scarpe su una strada sola…
Tu non credere se qualcuno ti dirà che non sono più lo stesso ormai
pioggia e sole abbaiano e mordono ma lasciano, lasciano il tempo che trovano…
E il vero amore può nascondersi, confondersi, ma non può perdersi mai
Sempre e per sempre dalla stessa parte mi troverai
Sempre e per sempre dalla stessa parte mi troverai. (De Gregori)
 
Ci sentiamo la settimana prossima, a Dio piacendo.
 
maestro John Comini
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Commenti:

ID68978 - 23/10/2016 12:02:14 (pierdo53) che nostalgia
Tutto vero. C'è davvero da stupirsi per come siamo COMUNQUE cresciuti e credo che in buona parte CRESCIUTI BENE.Pensa che al mio paese (Anfo) potevamo anche permetterci di giocare a pallone sulla statale e fermarci quando sentivamo l'arrivo di una macchina in lontananza,Grazie per le emozioni che mi ha riproposto questo bello articolo.


ID68981 - 23/10/2016 15:56:28 (Nero74) Grande John
Sei stato il mio maestro alle elementari ormai una vita fa, ma sei sempre stato un mito! Tutto vero ed emozionante quello che scrivi. E sono sicuro che ancora molti tengono dentro questi ricordi, ma come dici il mondo avanza velocemente e aimè non sempre in modo positivo nella gran parte dei casi. Purtroppo ci si ricorda e parla di questo solo quando si è in compagnia e alla fine si dice sempre… Ma ormai è cambiato tutto.


ID69017 - 25/10/2016 18:24:05 (ba53) Nostalgia
Purtroppo questo mondo cambia troppo in fretta e quasi sempre in peggio.La ringrazio per la sua lettura degli anni migliori di sempre,secondo me,la condivido e mi porta tanta nostalgia.Le stesse cose le racconto ai miei figli quando pranziamo insieme e si legge nei loro sguardi incredulità,anche un pò di invidia.Da parte mia credo di non aver fatto abbastanza per lasciar loro un mondo migliore!



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