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Vicini a Venezia

Vicini a Venezia

by Vanna


04 Novembre 2018, 11.36
Gavardo
Blog - Maestro John

L'apocalisse

di John Comini
Come un bollettino di guerra. Una tragica ondata di maltempo ha flagellato l’Italia, con venti fortissimi e pioggia incessante, provocando un vero disastro

Ci si aspettava che piovesse, dopo il caldo. Ma poi ne è venuta giù di acqua. Giorni da apocalisse. Strade devastate, tralicci piegati come fuscelli. Giorni di paura, di disagi, persino di morti. Pare siano almeno 15. Che tristezza.

Il Chiese e i suoi affluenti sono esondati nelle campagne, creando apprensione.

Frane di terra e fango dappertutto. La furia del vento ha scoperchiato tetti di case e capannoni. Le forti raffiche hanno spezzato e sradicato gli alberi, i tronchi hanno bloccato molte strade, distrutto le linee elettriche, lasciato al buio e al freddo molti paesi. Bagolino era isolata. Manco i cellulari funzionavano. Le immagini del traliccio dell’alta tensione piegato dal vento sono davvero impressionanti. Al freddo e al buio Provaglio Valsabbia, Anfo e Idro. A Livemmo si sono abbattuti centinaia di abeti e piante sia in pineta che in Valsorda, sulla montagna di fronte a S. Rocco. Comignoli volati via, tetti sparsi un po’ ovunque… Altro che Halloween: il vento ed il buio erano veri e la candela non era accesa per un sabba delle streghe, ma per illuminare la notte nera.

Ancora una volta bisogna ringraziare i Vigili del fuoco, le Forze dell’ordine, le squadre della Protezione civile, tutti fuori sotto la pioggia a dare una mano, cercando un difficile varco sulla strada, tra frane, alberi sradicati e rami spezzati.

Pareva il diluvio universale. Dopo il gran caldo, piogge da zona monsonica. E piovono le polemiche, per la mancanza di infrastrutture, per la mancanza di pulizia dei corsi d'acqua e degli scarichi, il mancato taglio di alberi pericolosi vicino a strade e linee elettriche. Il lago d’Idro ha subito tutto l’impatto delle piene trentine. A Condino il fiume è esondato.  Particolarmente impetuoso anche il Caffaro. E il Garda è una distesa di fango e detriti.

Il suono del fiume Chiese faceva impressione. Pare che il livello di piena si stia abbassando. Ma bisogna sempre stare all’erta.
Sgomentano le foto ed i video che mostrano l’immane distruzione nel nostro Paese. Tutti a guardare le previsioni ed a sperare nel bel tempo.

In Trentino è stato stimato che siano caduti oltre un milione e mezzo di metri cubi di alberi. Gli alberi, che tutti amiamo, che ci donano ossigeno, ombra, legno, frutti e gioia di vivere. Gli alberi con le loro radici ben inserite nel terreno. Ma i venti di questi giorni hanno raggiunto velocità molto elevate, con punte fino a 170 km/h. Gli esperti dicono che i venti, incanalati nelle valli, aumentano di velocità, con forza paragonabile agli uragani.

Molte vittime sono state schiacciate dagli alberi caduti come fuscelli. Pare impossibile. Leggere i loro nomi ti fa stringere il cuore come in una morsa. Poteva capitare a chiunque… In Val D’Aosta un enorme castagno si è abbattuto su un’auto in transito: a bordo due pensionati, di 74 anni, e di 73, che non hanno avuto scampo.
Un 81enne della Val Badia, intento a sistemare il tetto della sua malga danneggiata dalla violenta perturbazione, è precipitato morendo sul colpo.

Una donna è rimasta intrappolata nella sua abitazione in Val di Sole sommersa da una imponente colata di fango e sassi, un surfista 63enne è stato scagliato sulla scogliera di Cattolica dalle fortissime raffiche di vento, un artigiano è stato recuperato nel torrente Biois a Falcade (Belluno). In provincia di Frosinone due uomini a bordo di una Smart sono stati schiacciati da un albero.

Vincenzina, una donna di 88 anni di Albisola Superiore, era uscita per fare la spesa ma è rimasta travolta da un grosso pannello di lamiera che si era staccato da un tetto a causa della tromba d’aria. E Giovanni, 52 anni, vigile del fuoco volontario, era impegnato a tagliare un albero pericolante, quando una forte folata di vento gli ha fatto cadere il tronco addosso. Michela, 45 anni, di Dimaro, è morta nella casa investita da una frana e travolta dal miscuglio di rocce e fango.

Un pescatore è affogato nel lago di Levico, per colpa di una raffica di vento che lo ha battuto in acqua mentre stava controllando lo stato della sua barca.

Penso a Egidio Fontana, il pensionato di 85 anni di Nozza di Vestone di cui si erano perse le tracce mentre era a passeggio sotto la pioggia. Pare sia scivolato nel fiume, rapito dal maltempo. Aveva un cuore d’oro.
Le riprese di un drone mostrano una distesa di alberi caduti a Belluno. Le immagini sono allucinanti: migliaia di pini spazzati via come stuzzicadenti, platani adagiati uno sopra l’altro in un inarrestabile domino. “All’alba ci siamo trovati davanti a uno scenario apocalittico.” Apocalisse: questa è la parola che meglio racchiude quanto è successo.

Il vento ha stravolto la foresta degli Stradivari nelle Dolomiti. Un boscaiolo, sconfitto: “Ci vorranno due secoli per riavere gli abeti distrutti”. Danneggiato in Val Saisera il famoso bosco degli abeti rossi di "Risonanza", gli alberi con cui si realizzano violini, viole e pianoforti di tutto il mondo. Mamma mia!

È come se fosse passato un mostro che spazza via tutto, frusta i boschi, spezza le strade, lasciando dietro di sé un paesaggio irriconoscibile.

C’è il problema dell’acqua potabile: le sorgenti sono state invase dall’acqua piovana e dalle sue impurità, perciò l’acqua va bollita almeno 5 minuti.

La pagine Facebook sono passate dagli annunci turistici ai mesti bollettini che, di ora in ora, aggiornano la situazione di emergenza.
Raffiche di vento, nubifragi, trombe d’aria e grandinate hanno colpito pesantemente l'agricoltura: ulivi secolari sradicati, coltivazioni distrutte, semine perdute, campi allagati, muri crollati, serre distrutte, stalle ed edifici rurali scoperchiati. Danni per centinaia di milioni.
Acqua alta a Venezia, allagata la Basilica di San Marco e il suo millenario pavimento a mosaico.. “In un solo giorno la Basilica è invecchiata di vent'anni”.

Sullo Stelvio oltre 170 persone sono state bloccate per la neve. Chiusi i passi alpini anche per motivi di sicurezza.
Penso alla Liguria, nuovamente in ginocchio, dopo alluvioni e mareggiate. Nel mar Ligure si sono registrate onde alte fino a 10 metri, sembrava uno tsunami.

Le spiagge sono state mangiate dalle onde. Intense mareggiate hanno cancellato la strada di collegamento con Portofino,  anche a Paraggi, celebre località dove si trova – a picco sul mare – il castello di Piersilvio Berlusconi e di Silvia Toffanin.
Devastato il porticciolo nel borgo di Boccadasse, dove il grande Camilleri fa abitare la fidanzata del commissario Montalbano.
A Rapallo, la mareggiata ha fatto una “strage” di yacht, che hanno rotto gli ormeggi e si sono schiantati contro la costa. Il porto non c’è più.  La tempesta perfetta, l’hanno chiamata. E c’è pure l’allarme inquinamento, per il possibile sversamento in mare del carburante dei 211 yacht affondati o arenati (nel porto ne erano ormeggiati 355).

La lotta al maltempo ha i suoi “eroi”, ragazzi e pensionati a spalare per ore e ore. Come gli “angeli del fango” dell’alluvione di Firenze del 4 novembre 1966, che fece 35 vittime e danni incalcolabili ad un gioiello di arte e di cultura.
Dal Nord al Sud. A Palermo, allagamenti e auto in trappola, impantanate nei sottopassi. Le squadre di soccorso sono intervenute per liberare gli automobilisti intrappolati dall’acqua che scorre lungo le strade, in alcuni tratti le vie sono diventate laghi e torrenti. A Napoli uno studente di ingegneria di 21 anni è stato schiacciato da un grosso pino che lunedì pomeriggio si è abbattuto sulla strada.
Ora si aspetta il sole…

E per sollevare un po’ il morale,
pensando alla bellezza della nostra Italia, ho chiesto all’amico maestro Fabrizio Landi di pubblicare la sua poesia, prima classificata del concorso di poesia dialettale dedicato al compianto Cesare Cavagnini. Si intitola “El Cés urgugliùs”

“Quand l’ira picinì, èl mé bubà,
per culpa dela guèra èl gh’a mia pudìt stüdià;
matematica, italiano, geografia:
lü, tante ròbe, nó ‘l ia cunussìa.
D’estàt, en löi o agóst, quand fàa cald fés,
èl mé portàa al Mulì, ‘ndo gh’ira el Cés:
lé fàem èl bagn, a volte cól saù,
e sìrèm ‘n tancc, mìa apéna nóter du.
Passàt el tép, ón dé nóm a Milà,
gh’ìe la patente e issé pudìe guidà;
chilometri e chilometri dé strada
e sóm turnàcc endré a fì zurnàda.
La séra, a séna, la mama la domanda:
“Ché gh’ét vist?” “’Na strada pròpe granda,
màchine, camion, cap, cità e paés
e, ogni tat, ón pónt, con sóta on…cés”.
Gh’ó mìa it el córàgio de curigìl
perché l’ia tròp contét: tè gh’ìet dé idìl!
Per lü “CÉS” l’ìa mìa ón nòm, opure ón scótöm;
lü ‘l cridìa ché ‘l vulìes dì: “FIÖM”.
Tè gh’è de esser urguglùs, alura, Cés,
perché ‘l tò nòm, anche sé l’è cürt fés,
l’è stat dopràt, pròpe dal mé bubà,
per ciamà töcc i cors d’acqua, èsteri e italià.
Passàt  ón po’ de tép, domande al me bubà
se ‘l gh’ìa amò vòia de turnà a viagià.
“Alura nóm a Parma e sta mia dìm de nò,
perché gh’óm gnamò vist èl “ces” piö grand: èl Pò!”

A proposito di fiumi, come non pensare al Piave, quando nel 1918 i nostri ragazzi dovettero difendere la nostra terra, le nostre case, le nostre famiglie. Dopo la disfatta di Caporetto, i "crucchi" si trovarono di fronte a combattenti capaci di farsi legare alle mitragliatrici pur di non arretrare. Lì gli italiani furono, per qualche mese, nazione vera. E il 4 novembre alle 3 del pomeriggio è stata proclamata la fine di quell’apocalisse, la fine della guerra. Ricordate il bollettino della Vittoria del generale Diaz? “I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza…”

Ha scritto Aldo Cazzullo: “È giusto celebrare il 4 novembre. Ricordare, in un Paese dalla memoria corta, il sacrificio di 650 mila fanti, dei mutilati, dei prigionieri, dei combattenti. Non ne è rimasto nessuno; la loro memoria è affidata a noi.” Penso che questi giorni di catastrofe siano l’occasione per ritrovarci insieme, a darci una mano, a sistemare il nostro territorio ed a sentirci, una volta tanto, popolo unito nella solidarietà.

Ci sentiamo la settimana prossima, a Dio piacendo,

maestro John

Le foto di Cesare Goffi documentano le memorabili piene del Chiese a Gavardo il 4 novembre 1966 e del 3 ottobre 1976









 

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