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05 Agosto 2017, 09.00
Lavenone Valsabbia
Storia e storie

Loro non si girarono dall'altra parte

di Guido Assoni
Dai documenti e dalla passione alla ricerca di Guido Assoni, l'epopea ebraica e poi della famiglia Levi, che trovò a Lavenone un sicuro riparo dalla tempesta
 
LIA LEVI E LA FAMIGLIA MANI-BERTOLI DI LAVENONE
“Uomini che assumono su di sé la sofferenza degli altri, rendendone possibile la sopravvivenza in un mondo carico di dolore” (Andrè Schwarz-Bart)
 
La comunità ebraica nel bresciano, pur avendo radici lontane nel tempo, riveste un ruolo di rilievo nel periodo rinascimentale sotto la dominazione della Repubblica di Venezia.

E’ in questo contesto storico che la collettività israelitica bresciana si distingue nel campo culturale con una scuola rabbinica di valenza nazionale, nel campo tipografico con grandi famiglie di stampatori quali i Soncino e Natan da Salò, nel commercio dei manufatti di ferro, nella produzione siderurgica e nella concessione di denaro a prestito con i banchi dei pegni.

Col passare degli anni, a livello nazionale, cresce l’ostilità della borghesia e del ceto più povero della società alimentata dalla aggressiva campagna contro il prestito ad “usura”.
Dobbiamo fare però attenzione che il termine “usura” solo negli ultimi secoli ha assunto il significato che ben conosciamo, mentre nel periodo rinascimentale stava ad indicare semplicemente una sorta dell’attuale interesse bancario.
La contrapposizione dei Monti di Pietà, sostenuti dai francescani ed in primis da Bernardino da Feltre, accresce acredini, malcontenti e maldicenze nei confronti delle comunità ebraiche.

Si acutizza anche l’atteggiamento discriminatorio della Chiesa
nei confronti del mondo ebraico accusato della morte del Cristo e del rifiuto di riconoscerlo come Dio.
Uno dei temi più controversi nella storia di questo popolo è l’accusa, rivolta per secoli, di omicidio rituale di bambini cristiani.
Il caso più famoso si verifica nel 1475 con la vicenda del piccolo Simonino da Trento.
La rappresentazione del falso martirio del fanciullo cristiano Simone Underdorben è tutt’ora presente nell’iconografia in diversi luoghi di culto nel bresciano e rappresenta un’infamia nei confronti degli ebrei.

La confessione, sotto tortura, di un vecchio giudeo
sarà il pretesto per una repressione violenta che costerà la condanna al rogo per diversi maggiorenti e l’epurazione degli ebrei da Trento con incameramento dei relativi beni.
Una vera e propria ondata di isterico misticismo che non risparmierà la comunità ebraica bresciana accusata di aver ordito l’infanticidio.
L’accusa poi di aver approfittato del “Sacco di Brescia” del 1512 per arrecare danno al cristianesimo, darà inizio alla persecuzione culminata con l’espulsione pronunciata nel 1572.
La comunità giudaica bresciana viene quindi spazzata via nonostante la protezione di illustri storiche famiglie quali i Martinengo, i Gambara ed i Gonzaga.
I pochi ebrei che, nei secoli successivi, vuoi per motivi di lavoro vuoi per i casi della vita, si sarebbero trovati sul territorio bresciano, avrebbero fatto riferimento alla sinagoga ed alla comunità di Mantova.

Ora facciamo un salto di secoli ed arriviamo al ventennio di Benito Mussolini.
Già dalla prima ora, il fascismo presenta un biglietto da visita inquietante per l’ebraismo.
Il suo carattere totalitario, il mito della romanità e quindi della razza, il suo nazionalismo esclusivo che non tollera altre aspirazioni nazionali, il fatto che vi avessero aderito teorici dell’antisemitismo, le contraddittorie elucubrazioni del duce sul tema, sono segnali inequivocabili.
Con il Concordato tra l’Italia fascista ed il Vaticano del 1929, viene rimessa in discussione l’eguaglianza ebraica nel senso che la religione cattolica viene considerata “religione di stato” mentre gli altri culti vengono semplicemente “ammessi”.

Il questionario del Censimento generale del 1931 predisposto dall’ISTAT, include per la prima volta ed in maniera strumentale il quesito sulla religione allo scopo di consentire al regime di quantificare le presenze “non cattoliche” ed individuarne i settori economici di attività.
A Brescia si registra una presenza poco significativa di ebrei, ovvero di 6,6 ogni 10.000 abitanti, contro i 185,4 di Trieste, i 135,5 di Livorno ed i 111,9 di Roma.

L’avvento al potere di Hitler in Germania nel 1933, gonfia il petto degli antisemiti italiani che si identificano nella testata di Roma “Il Tevere” diretta da Telesio Interlandi.
Nel 1938 il regime si allinea agli orientamenti antiebraici del potente alleato nazista e sul primo numero del 05/08/1938 della rivista “La difesa della razza” diretta senza farlo apposta dal solito Interlandi, viene pubblicato il “Manifesto degli scienziati razzisti” meglio conosciuto come il “Manifesto della razza”.

In rapida sequenza, con regi decreti firmati da Benito Mussolini in qualità di capo del governo e quindi promulgati dal re Vittorio Emanuele III, vengono adottati provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista (05 settembre 1938) e nei confronti degli ebrei stranieri (07 settembre 1938) fino al pronunciamento del Gran Consiglio del Fascismo sulla “Dichiarazione della razza” (06 ottobre 1938) che precede il famigerato RDL 17/11/1938, n. 1728 – “Provvedimenti per la difesa della razza italiana”.

Ha inizio la discriminazione e la persecuzione degli ebrei e non solo.
I figli d’Israele entrati in Italia dopo il 1919 dovranno lasciare il Paese, i figli degli ebrei stranieri residenti in Italia verranno espulsi dalle scuole italiane.
Anche gli insegnanti non ariani saranno allontanati dalla scuola. 

Verrà vietato agli israeliti di partecipare a qualsiasi congresso o manifestazione a valenza internazionale, di prestare servizio militare, di sposare cittadini di razza ariana, di essere proprietari o gestori di aziende di una certa rilevanza, di essere proprietari di terreni, fabbricati urbani e apparecchi radio, di andare in luoghi di villeggiatura e di cura, di esercitare l’ufficio di tutore di minori od incapaci non appartenenti alla propria razza, di ottenere il passaporto e visti d’ingresso, di esercitare attività nel campo artigianale e commerciale.

Ai sensi dell’art. 9 del RDL 17/11/1938, n. 1728 l’appartenenza alla razza ebraica dovrà essere denunciata ed annotata nei registri dello stato civile e della popolazione. Tutti gli estratti dei predetti registri ed i certificati relativi, che riguardano appartenenti alla razza ebraica, dovranno fare espressa menzione di detta annotazione.

Il peggio dovrà ancora venire con l’occupazione tedesca dopo l’armistizio dell’08 settembre 1943.
Avrà così inizio la caccia agli ebrei e la conseguente deportazione nei campi di sterminio nazisti.

Abbiamo detto che a Brescia, alla fine degli anni trenta del secolo scorso la presenza ebraica è numericamente marginale. 
Ma è su questa realtà che si abbatte la caccia all’ebreo del Questore Candrilli e del suo entourage culminata con la deportazione nei campi di sterminio di ventisei ebrei residenti nel bresciano dei quali solo due, Giuseppe Dulugacz e Wasser Ruth riusciranno a fare ritorno.

Tra le famiglie di Israele che riusciranno dopo mille peripezie a sfuggire alla morsa dello zelante questore di Brescia, ricordiamo quella di Aldo Levi composta dalla moglie Rosina Taino e dalla figlioletta Lia. 
Anche la madre ed i fratelli di Aldo (Irene Poggibonsi, Gino e Mario Levi) riusciranno a salvarsi.

In questi giorni ho avuto la fortuna di conoscere personalmente la signora Lia Levi, la quale gentilmente mi ha omaggiato di copie di documentazione di rilevanza storica relativa al periodo immediatamente successivo all’emanazione delle leggi razziali.
Si tratta della copia integrale del suo atto di nascita in cui compare l’annotazione marginale del seguente tenore: “Levi Lia di cui all’atto qui contro esteso è di Razza Ebraica in relazione alla denuncia n. 6 presentata dal padre Levi Aldo, a questo Ufficio di Stato Civile il 24/01/1939 XVII a sensi dell’art. 9 R.D. 17-11-1938 N. 1728”.

Un’ulteriore testimonianza è rappresentata dalla copia del libretto di lavoro rilasciato dal Ministero delle corporazioni ad Angelo Levi, nonno di Lia e marito della citata Irene Poggibonsi, residente a Bergamo dal 30/07/1942 e proveniente da Cremona.
A pagina 5 del libretto, tra le variazioni e annotazioni viene riportata la seguente dicitura “Il titolare del presente libretto è di razza ebraica – Bergamo 14/09/1942 anno XX”.

La saga di questa famiglia merita di essere raccontata.
Aldo Levi, classe 1906, antifascista come i fratelli, originario di Modena, già a diciott’anni entra in pianta stabile nelle maestranze degli stabilimenti della Sant’Eustacchio, una delle tante “Cattedrali del Lavoro” di Brescia.

Nel 1929 si sposa con la cattolica Rosina Taino di Cremona con la quale si trasferisce definitivamente a Brescia. 
Per arrotondare lo stipendio insegna per qualche ora alla settimana come tecnico di laboratorio presso l’Istituto Moretto. 
Svolge anche la funzione di Commissario del Karen Kayemeth Leisrael, il fondo nazionale ebraico per comprare e sviluppare terra in Palestina e per la costruzione dei Kibbutz per l’insediamento degli ebrei.
A lui si rivolgono gli israeliti tedeschi delle comunità agricole del Garda giunti in Italia con la convinzione che l’Italia di Mussolini non li avrebbe perseguitati come la Germania nazista.

Nel 1936 nasce la figlia Lia.
In conseguenza delle leggi razziali del novembre 1938 viene licenziato dalla Sant’Eustacchio con decorrenza 15/12/1938.
Inizia così un periodo difficile per la famiglia Levi, con il padre alla difficile ricerca di un posto di lavoro e la incalzante necessità di sfuggire dalla morsa dei nazifascisti.

Li troviamo quindi a Roma dove devono vivere in incognito e poi, fino al 1940 a Intra sul lago Maggiore, dove Aldo trova impiego come capo fonditore nelle Officine Meccaniche Buzzi.

Sarà che nell’Universo ci sono altri fili che legano gli eventi, fatto sta che a Intra fanno conoscenza con una famiglia di Lavenone colà emigrata per motivi di lavoro.
Tutto sembra aver avuto origine da un annuncio, non si sa bene come giunto fino in quel di Lavenone, in cui un imprenditore di Intra cercava una balia per il proprio figlioletto garantendo nel contempo il posto di lavoro al capo famiglia.

Ed ecco quindi che la famiglia lavenonese di Antonio Mani, muratore e contadino, composta dalla moglie Bartolomea Speranza Bertoli, la figlioletta Caterina e il piccolo Stefano in fasce, dopo aver preso accordi con i Buzzi partono pieni di speranze per Intra, zona di Verbania sul lago Maggiore.
Nasce così una profonda amicizia tra le due famiglie testimoniata da un ricco epistolario gelosamente custodita dalla sig.ra Lia.
Nelle lettere che ho avuto modo di consultare emerge il fatto di come Bartolomea Speranza Bertoli si firmi esclusivamente con il secondo nome di “Speranza”. 
Anche questo un segno del destino.

Come per l’ebreo errante magistralmente raffigurato da Marc Chagall, non c’è pace per la famiglia Levi.
Oltre che dagli zelanti prefetti, questori, podestà, commissari prefettizi, comandi militari, carabinieri, federali, direttori di uffici demografici comunali, i Levi devono guardarsi dall’arma micidiale sulla quale può contare l’apparato repressivo della polizia fascista, ovvero la delazione.
Aldo Levi riesce a trovare lavoro a Brescia nel settembre 1942 presso la ditta dei F.lli Ragazzini in via Apollonio.

Per la solita spiata, questa volta probabilmente da parte di un compagno di lavoro, un manipolo di fascisti si presenta in fabbrica per trarlo in arresto. 
Riesce con un colpo di mano a sfuggire alla cattura scavalcando la finestrella del gabinetto e inforcando una bicicletta che un solerte ragazzino gli aveva procurato seduta stante.

Troviamo poi la famiglia a Cremona,
città di provenienza della moglie Rosina, a Lavenone dove nel frattempo i coniugi Mani erano ritornati avendo Bartolomea Speranza esaurito il compito affidatogli e via via in varie altre località del bresciano.

A Lavenone, lasciano la figlioletta Lia in consegna ai coniugi Mani nel periodo più drammatico, dal 1942 fino a pochi mesi prima della Liberazione.
Ricordiamo come il territorio di Lavenone e dell’alta Valle Sabbia fosse oggetto di continui rastrellamenti nazi-fascisti alla ricerca dei ribelli fuggiti in montagna dopo l’8 settembre.

Nella sua testimonianza, Lia afferma come venne circondata dall’affetto e trattata come una figlia alla pari di Caterina e di Stefano con i quali giocava.
Emblematiche nella loro semplicità le letterine che la piccola Lia, per la quale vigeva il divieto di frequentare le scuole pubbliche, scriveva ai genitori.

Ne riportiamo alcuni stralci: “Caro papà e mamma. Ieri sera ho ricevuto la vostra lettera, sono tanto contenta che state tutti bene e che anche la nonna Irene sia in vostra compagnia la lettera me l’hanno portata in alta montagna ma oggi sono venuta in città di Lavenone a mangiare i fichi e a scrivervi, ma stassera vado ancora in su. La balia mi ha pesato sono 16,60 la Caterina 20 chili…”.

“Cara mamma e papà lunedì quando mi sono svegliata non vi ho trovato. La balia mi disse che avete sentito gli areoplani e avete avuto così paura e siete scappati dove ne passano più tanti. Sapete che cosa ho detto alla Rina? La Rina mi ha chiesto stai qui fino che è matura l’uva ed io le ho risposto che voglio anche mangiarla. Il balio (marito della balia) in Plagne ci ha attaccato l’altalena una per me e la Rina e l’altra per Stefano…”.

“Cara mamma e papà sono tanto contenta che mi avete scritto. Io sempre vi ricordo e non vedo l’ora di vedervi. Sto bene, mangio molto e quando verrete a prendermi sarò bella grassa. Tanti baci a voi e ai nonni, vostra Lia”
.

“… la balia nel suo prato ha già i fichi maturi, se non fate presto a venire noi li mangiamo tutti”.

“… Io qui mangio polenta e latte, riso patate piselli pane e latte, bevo il latte appena munto…”
.
 
Nel carteggio accuratamente conservato a cura della signora Lia, vi è un foglio di quaderno a quadri grossi come si usava un tempo a scuola nella prima classe elementare, in cui Bartolomea Speranza così scriveva ad Aldo e Rosina: “Non pensate a lei che sta bene, e se vedete dei pericoli la nostra casa è a vostra disposizione. Ricevete i più cari saluti da Antonio e da noi tutti Aff.ma Speranza. Tanti baci dalla vostra Lia”.

Sarà questa la testimonianza-chiave per cui Antonio Mani e Bartolomea Speranza Bertoli saranno insigniti dell’attestato di “Giusti delle Nazioni” dall’ Yad Vashem di Gerusalemme il 07/08/2000.
I coniugi Mani ebbero anche a custodire il mobilio dei Levi che fu loro restituito alla fine del conflitto, quando Lia si ricongiunse definitivamente ai suoi genitori che poterono così riprendere a vivere una vita normale.

In una toccante cerimonia nel pomeriggio del 06 marzo 2001
il Consigliere d’Ambasciata d’Israele, Tibor Schlosser consegnò la Medaglia d’oro ed il Certificato d’Onore alla figlia Caterina in quanto i coniugi Mani Antonio e Bartolomea Speranza Bertoli e il secondogenito Stefano erano già passati avanti.

Delle due famiglie che si erano incontrate sul lago Maggiore ora non rimane che la sola Lia che mantiene costantemente i contatti con Lucia e Fernando i figli dei “Giusti delle Nazioni” nati dopo la guerra.

Il grande rammarico in questa storia sta nel fatto che la nostra Bartolomea Speranza sia scomparsa solo tre mesi prima del riconoscimento dell’onorificenza più significativa da parte della massima istituzione israeliana per il ricordo della Shoah.
Alla classica domanda sulle motivazioni che l’avrebbero spinta a prendere una decisione così rischiosa, avrebbe risposto con la naturalezza e la semplicità di un sorriso, perché lei, in un periodo in cui regnava l’indifferenza non ebbe a girarsi dall’altra parte.
 
Guido Assoni

Oltre a Lia Levi e a Lucia Mani ringrazio sentitamente lo storico Prof. Marino Ruzzenenti per avermi fornito diversa documentazione sul periodo storico trattato ed in particolare sulla persecuzione degli ebrei bresciani.
 
Bibliografia:
Marino Ruzzenenti: “La capitale della R.S.I. e la Shoah”;
Luciano Tas: “Storia degli ebrei italiani”;
Israel Gutman e Bracha Rivlin. “I Giusti d’Italia”;
Andrè Schwarz-Bart: “L’ultimo dei giusti”,
 
.in foto: Lia Levi ed alcuni momenti dell'incontro avvenuto nel 2001 con gli scolari di Lavenone.
 
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Commenti:

ID73187 - 05/08/2017 19:22:31 (Iva) bravo GUIDO
Bravissimo Guido,un bellissimo articolo, ti faccio i migliori complimenti. Arch. Iva Benetelli


ID73257 - 09/08/2017 02:36:36 (doc)
Caro Guido, storia interessate e degna di essere tramandata a monito della stoltezza umana. Bravo!



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