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Crete senesi

Crete senesi

di Marina Dotti


29 Gennaio 2017, 06.37
Gavardo
Maestro John

Caro amico ti scrivo

di John Comini
Avevo appena finito di compilare il registro elettronico, una bambina mi ha chiesto se potevo spiegarle come fare a leggere i miei “articoli” su Vallesabbianews, così l’avrebbe detto alla mamma. Vado sul sito e leggo: “Gaetano Mora ci ha lasciati”

Non m’è sembrato vero.
Allora voglio dedicare al mio amico Gaetano questa lettera.
Sono certo che da qualche parte del cielo la leggerà.
 
Caro Tano, ti scrivo queste poche parole: sono piccole, povere, ma scritte con il cuore.
Appena ho saputo che sei andato in Paradiso, sono corso a farti visita, ho abbracciato la dolce Rina, ho portato le mie condoglianze sincere ai tuoi figli, ai tuoi fratelli ed alle tue sorelle.
E al caro don Dario, una persona meravigliosa.

La notte non son riuscito a dormire e il giorno dopo a scuola ho chiesto ai bambini di essere più buoni del solito, perché il maestro John ha perso un amico. E i bambini mi son parsi più buoni del solito. Tu amavi i bambini, e li illuminavi con il tuo sorriso.

Al tuo funerale sono stato in disparte.
C’era un sacco di gente, una moltitudine di sacerdoti, autorità, uomini e donne di ogni condizione sociale. E durante i molti discorsi in omaggio alla tua bontà, alla tua generosità, ho immaginato che tu, da qualche parte, sorridevi, pensando: “Ma sif dré a parlà de mé?”

Ebbene sì, caro Tano, ti sei meritato tutto l’affetto della comunità.
Tu hai voluto bene a tanti, e tanti ti hanno voluto bene. E mentre ascoltavo la bellissima omelia di Don Dario, ho condiviso le virtù teologali che hai fatto tue: la fede (trasmessa dalla famiglia e da don Antonio), la speranza (che hai comunicato fin dai tempi in cui facevi catechismo) e l’amore (che hai donato a tanta gente).

Ed ha ragione don Dario: tu avevi dentro l’energia atomica, una vitalità incredibile, credevi nei valori cristiani ed umani e li vivevi davvero.
E don Giacomo, visibilmente commosso, ha ricordato un’altra virtù: il dono del sorriso e dell’autoironia.

E riferendosi alla tua passione per la bici, ha citato la famosa canzone dei New Trolls:

Signore io sono Irish , quello che non ha la bicicletta
Tu lo sai che lavoro e alla sera, le mie reni non cantano
tu mia hai dato il profumo dei fiori, le farfalle i colori
e le labbra di Ester create da te, quei suoi occhi incredibili solo per me

Ma c'è una cosa o mio Signore che non va
io che lavoro dai Lancaster a trenta miglia dalla città
io nel tuo giorno sono stanco, sono stanco come non mai
e trenta miglia più trenta miglia sono tante a piedi lo sai.
E Irish, tu lo ricordi Signore, non ha la bicicletta
Nel tuo giorno le rondini cantano, la tua gloria nei cieli
solo io sono triste signore, la tua casa è lontana
devo stare sul prato a parlarti di me e io soffro Signore lontano da te
 
Ma tu sei buono e fra gli amici che tu hai
una bicicletta per il tuo Irish certamente la troverai
anche se vecchia non importa, anche se vecchia mandala a me
purché mi porti nel tuo giorno mio Signore fino a te.
Signore io sono Irish quello che verrà da te in bicicletta.”

E poi, tra le altre bellissime parole e la preghiera del fante, ho ascoltato lo straziante ricordo del tuo “fratellone” Italo, che ti ha raccontato un commovente episodio della vostra infanzia.
Italo che un tempo scriveva sulla rivista “Madre”, Italo che scriveva delle bellissime recensioni di film che mi facevano sognare…

Caro Tano, è stato il teatro che ci ha fatto conoscere sulla strada della vita.
Ti avevo visto recitare in alcuni sketch all’Oratorio, insieme al tuo cognato Peppino Coscarelli che ti faceva da “spalla”. Eravate davvero due “ragazzi irresistibili”: tu eri un mattatore, un improvvisatore, trascinavi il pubblico in continue risate.

Mi ricordavi il grande Totò, in scena avevi una mimica incredibile, la battuta ti usciva con naturalezza, inventavi gag esilaranti, soprattutto in dialetto.
Poi una sera avevi partecipato alle prove del Gruppo Teatrale Gavardese, una compagnia amatoriale nata nel 1981 mediante l’aggregazione di un gruppo di giovani che volevano realizzare uno spettacolo in occasione della partenza di due sacerdoti –don Cesare Polvara e don Flavio Saleri – per l’Uruguay.

All’inizio ti sei cimentato in uno spettacolo divertente ma con sfumature malinconiche, dal titolo “I bei giorni”: due amici si rivedono dopo molti anni e ricordano i momenti della gioventù, dalle partite di “fobàl” all’oratorio, per passare poi alla scuola fino a quando andavano a morose…

Ma l’exploit è stato nell’85, quando ci avevano richiesto di rappresentare uno spettacolo in occasione del 40° anniversario di sacerdozio di don Francesco Zilioli.
Avevo scritto la storia di un sacerdote che arriva in una nuova parrocchia. Nella storia si intrecciavano tante piccole storie della gente comune, dai bùli del Bar Acli ai giovani, dal curato alla suora, dalla recita dei bambini dell’asilo al lavoro in fabbrica, per non parlare delle betoneghe che commentavano a modo loro gli avvenimenti della piccola comunità.

Era il periodo storico in cui la Messa era ancora il latino e stava arrivando il grande rinnovamento del Concilio Vaticano II°, di quando il servizio militare era obbligatorio e di un mondo che sembra lontano mille anni ma che affonda ancora le radici nella nostra gente.
Su nel solaio di casa mia facevamo le prove, ma ogni sera era una risata continua, perché tra una scenetta e l’altra molti attori inventavano una girandola di battute, e spesso ci piegavamo dal ridere.

Andavo a dormire ma continuavo a ridere nel sonno.
E mia moglie mi chiedeva: “Che cumbinì lé en sima?” “È teatro, cara, è teatro!” E poi c’è stata la “prima”. Il Salone Pio XI (che qualcuno chiamava Pio 1-X-2) era stracolmo, io ero agitatissimo. Andrà tutto liscio? Alcune attrici dicevano “In bocca al lupo”, e altre battute sulla balena…
E come poteva andar tutto liscio, se le prove sembravano così arruffate e confuse? E invece…è accaduto un piccolo miracolo. Ogni minuto partiva un’ovazione, ogni scena terminava con un applauso spontaneo, in sincronia con le stupende musiche degli anni ’60, da Celentano a Battisti a Mina. Ma non era solo una faccenda di attori che “giocano in casa”. Mentre tu interpretavi il parroco che prega, c’era un silenzio davvero commovente.

Le ricordi Tano alcune parole?
“Signur, l’è pasatt apò el primm dè dela parochia nöa. Ghè sucess de tött, ghè sucess tate de chele robe. Adess so propris stracc, Signur. Ala fì dela me zurnada me resta la tò crus. Aidim, Signur, dim una mà a fam capì endoe che sbaglie. Ve do töt el me chör. Ciapil e fin chel che vulif. Amen.”

E anche…
Te ringrasie, Signur, che te met fat capì una roba: bisogna mai eser sicür de chel che se pensa, l’è facil veder i sbagli dei alter, piè dificil l’è capii, mitiss nei so pagn. A sta seracc en sacrestia, en canonega, se capess pocc dei alter. I fradei bisogna encuntrai, cunusii, parlaga ensema, e se lur i ve mia bisogna naga encuntra. E mé che foi po’?
 
Insomma, doveva essere solo la rappresentazione di una sera, invece ebbe un grande consenso di pubblico e il Gruppo Teatrale Gavardese fece più di 70 repliche in giro per la provincia e venne richiesto anche in seminario.
Ricordi, caro Tano? Questo grazie alla simpatia ed alla bravura dei tanti attori del gruppo, che hanno raccontato la storia in modo allegro, ma non per questo meno profondo.  

Tu, caro Tano, eri davvero al top, quando apparivi in scena con la veste nera ed il cappello da prete, veniva giù il teatro…
Memorabili le tue battute sulle betoneghe dalla bellezza ormai svanita (“sarale töte isè?”), i battibecchi con la perpetua e la suora, e le battute con i “bulli” delle Acli.
Fra le betoneghe c’era Paola Rizzi, la futura Signora Maria, che già si faceva notare per le smorfie comiche e le battute folgoranti.

Utilizzavamo il furgone del Teatro Poetico e lasciavamo il materiale di scena in uno spazio dei tuoi capannoni.
Non eravamo un gruppo, eravamo una specie di Armata Brancaleone, un caravanserraglio dove continuava ad entrare gente. Ognuno era di sostegno e di aiuto all’altro, nascevamo amicizie ed amori, chi aveva bisogno di aiuto trovava sempre qualcuno che gli stava vicino.
C’era chi si affezionava, c’era chi si lamentava per il ritardo, c’era che era felice anche solo di esserci.

Ognuno era importante.
Arrivavamo in un posto con macchine e moto, si allestiva la scenografia su semplici pedane o su carri sgangherati, alla fine dello spettacolo addentavamo panini e risate a volontà. Insomma, era una festa mobile!
Tu, caro Tano, eri sempre allegro, ma ammiravo la tua professionalità perché anche nella cura dei costumi eri attento ed ordinato.

E quando c’era qualche discussione, ti facevi serio e comunicavi frasi sempre profonde, frutto di una riflessione sincera.
Dicevi sempre la tua opinione, ed eri davvero un faro per tutti noi, naviganti un po’ strani e vagabondi.
A proposito di faro…ricordi in quel paese, dove non c’era sufficiente corrente per i nostri fari? Hai detto al pubblico: “Empisì i fari dele machine, cosè podom fa le spetacol!” 

Mi sembra giusto ricordare che ogni volta che il Gruppo teatrale era chiamato in qualche posto, le offerte erano destinate a qualche missionario per la costruzione di pozzi o quant’altro.
In questo momento, caro Tano, qualcuno sta bevendo l’acqua frutto di un sorriso. Agli attori del Gruppo andava la gioia di stare insieme e di far felice la gente attraverso il teatro.

È impossibile ricordare tutti gli attori, anche perché il Gruppo era “a fisarmonica”, ogni tanto si aggiungeva qualche nuovo amico.
Mi permetto di citare quelli che ricordo, grandi e piccini (e se mi son dimenticato di qualcuno, chiedo perdono… ma so vecc): Dario Abastanotti, Sandro Amadei, Lara e Silvia Andreassi, Alberto e Giorgio Arrighi,  Valentina Avanzi, Barbara Barovelli, Danilo Baronchelli, Giorgio Belleri, Marta e Michele Beltrami, Remo Bernardi, Enrica Bertini, Angela Bodei, Mariella Bombardieri, Grazia Bontempi, Gabriele Bonvicini, Ermes Boroni, Valentina Comini, Andrea Comini, Daniele, Francesca e Peppino Coscarelli, Gabriele Devoti, Grazia e Giampietro Facini,  Clara Ferretti, Donata Ferretti, Germano Filippini, Matilde Gazzina, Donata Goffi, Giovanni di Sopraponte, Francesca Goffi, Paolo Goffi, Henry Giustacchini, Carla Grumi, Massimo Grumi, Manuela e Sara Maioli, Caterina Manelli, Beppe e Marilena Mangiarini, Angelo Marini, Guerrino Mazzacani, Rosa Micheli, Gianmario Moreni, Eleonora Mora, Mauro Orizio, Paola Lombardi, Livio Pelizzari, Federica Pignatti, Emilio Poli, Alberto Poli, Elena Prati, Cristina Ranesi, Beppe Rizza, Paola Rizzi, Laura Rubino, Antonello Salvini, Alex Savoldi, Cicero Goncalves (dal Brasile), Arturo e Alessandra Tebaldini, Laura Tedoldi, Laura Rubino, Martina Ruggeri, Adelio Terraroli, Gianna Tobanelli, Rosanna Turrina, Fulvio Zambelli, Stefano Zambelli, Marcello Zane e mio nipote Bruno Zucchetti.
C’erano anche Vincenzo Mangiarini e Piero Tedoldi, due bellissime persone che ci hanno lasciato troppo presto e che adesso incontrerai nell’eterna luce del cielo.

Ci seguiva sempre don Dario, cugino della cara Rina, che era venuto dall’Argentina per un periodo di riposo ed era diventato il padre spirituale del gruppo.
Poi, come “Star Wars” e tutti i grandi successi, “W il parroco” ha avuto un sequel, realizzato in occasione dell’ordinazione dell’amico don Paolo Goffi (ora parroco a San Vito di Bedizzole).
E siccome ci piaceva il gioco del teatro, ci piaceva stare insieme e far felici le persone, abbiamo rappresentato altre commedie, altri successi.

Poi ha fatto la scelta di diventare Sindaco, ma la nostra amicizia è rimasta sempre intatta. Caro Tano, non ci siamo mai lasciati. Quando mi vedevi per strada, accostavi l’auto, scendevi e ci abbracciavamo.
E scusa se adesso mi viene da piangere… 

Mia sorella Rita oggi mi ha fatto leggere una bellissima lettera che avevi scritto a mio cognato Sergio Franceschetti, quando avevi finito il secondo mandato di sindaco.
Con serenità avevi scritto, tra l’altro “Ora spetta ad altri governarci, nella speranza che più della bravura siano onesti… La tua Rita, come la mia Rina, ci hanno seguiti, confortati, calmati, rassicurati, curati, ed anche loro con la convinzione che stavamo facendo un servizio alla comunità, eppure erano nascoste, ma preoccupate e responsabili come noi, loro nel silenzio, noi nel rumore.

E allora approfitto di questo scritto per abbracciare Rina, che spesso ci invitava a cena, io, mia moglie e mia suocera Virginia.
Rina è sempre stata una donna dei fatti, operosa ma silenziosa, e tu, caro Tano, mi dicesti una bellissima battuta su di lei: “Ghò domandatt ala mé Rina se la ghaia voia de nà a Firense… Sòm particc, som stacc via tre dè, som turnacc: la m’haia gnamò rispundit!

Abbiamo rifatto “W il parroco” nel 2013 per il 50° anniversario di sacerdozio di don Giacomo Bonetta e per un’iniziativa umanitaria dell’Avis di Gavardo in favore delle vittime in Siria.
Oltre alla compagnia “storica” si erano aggiunti alcuni giovani dell’oratorio e molti bambini, figli dei “vecchi” attori.
C’erano Luca Galvani (ora in seminario), Andrea Pasini, Matteo Simoni, Tommaso Savoldi, Maria  Baronchelli, Silvia Zucchetti, Lucia Pappalardo, Enrica Bertini, Monica Tiboni, le bambine Alice Quassoli, Martina Cavagnini, Luna Fassan, Noa Filippini e Clara Maioli.

Caro Tano, abbiamo vissuto insieme per molti giorni, per centinaia e centinaia di serate, tra prove degli spettacoli e repliche in giro per la provincia.
Lasciamo sempre qualcosa di noi, quando ce ne andiamo da un posto. Restiamo lì anche quando siamo andati via. Tu hai avuto il grande dono di far sorridere la gente. Un proverbio dice che chi fa sorridere qualcuno, accende una stella. 

Ricordi, Tano? Quando nel finale di “W il parroco”, dopo la musica di Battisti “Nel cuore, nell’anima”, tutti gli attori si presentavamo sul palco, come una foto di gruppo, tu dicevi…
E cosè chesta storia che l’è cominciada mal l’è finida bè. Altre le comincia bè e le feness mal. L’è la vita dela Parochia, coi so momencc bei e i so momencc bröcc. Som una comunità che camina ensema, töcc coi noss vese, i noss difecc e le nose magagne. Però en font ghom amò erghota de bù. Certo, anche me ghò i me difecc, farò le prediche longhe, dele olte sbaglierò a parlà con verghù… Però se dele olte me sente sul, ghò de pensà a töta la zent che me vel bè e al Signur che dal ciel el me dà una mà, e così sia.

“Si accendono le luci qui sul palco, ma quanti amici intorno, mi viene voglia di cantare. Forse cambiati, certo un po' diversi, ma con la voglia ancora di cambiare, se l'amore è amore, se l'amore è amore, se l'amore è amore…” (Venditti)

Sono certo che nell’infinito Paradiso troverai un piccolo palco, dove potrai far sorridere anche i beati, nel grande cielo illuminato di stelle.
Dio è onnipotente e onnisciente: vuoi che non conosca il dialetto bresciano?
 
“Il seme nasce piccolo
con una grande storia
dietro di sé.
Si trasforma e cresce
dipingendosi nell’aria
e nell’aria poi si dilegua
con una grande storia
da scrivere nel mistero!
Siamo polvere che danza
nell’eternità.”
 
Ciao, Tano! Te voe bé!                                                                                  
                                               il tuo amico John 

P.S. Caro Tano, appena tornato dal funerale mia nipote Giovanna Avanzi mi ha mandato un messaggio dicendomi. "Zio John non essere triste, oggi c'è anche un motivo per sorridere: è nato il piccolo Federico alle 14.11 di questo giovedì pomeriggio. Un angelo è salito in cielo, un cucciolo d'uomo è sceso sulla terra!".

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