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28 Marzo 2016, 11.10
Provincia
Pagine di storia

Giuseppe Verginella e Giorgio Robustelli. Una tragica amicizia

di Guido Assoni
La storia di un personaggio geniale, audace e dirompente. Triestino d'origine, fece il capopartigiano nel bresciano

Verginella è un uomo deciso e sicuro di sé, onesto, democratico e con la visione della lotta partigiana molto bene inquadrata" (Leonida Tedoldi da “Uomini e fatti di Brescia partigiana”).
Verginella me lo ricordo bene, perché era sempre a casa mia. Era in gamba come persona, ma bisognava stare attenti a non guardarlo due volte. Aveva un dono di natura: sapeva subito se uno era un fascista o contro di lui” (Orfeo Faustinoni – da un’intervista del 12/01/2013 del Gruppo di iniziative per la pace e la solidarietà di Villa Carcina).

Questi, in estrema sintesi, i giudizi più significativi ed immediati per tracciare la figura di questo personaggio audace, geniale e dirompente, Giuseppe Verginella, nome di battaglia “Alberto”, nato a Santa Croce (Trieste) il 17 agosto 1908.
Con alle spalle un notevole bagaglio di esperienza e di guerra antifascista, quale fu quella da lui combattuta in Spagna dal 1936 al 1939, il Verginella metterà poi a frutto questa preparazione politico-culturale e militare quando divenne comandante della 122^ brigata Garibaldi nel bresciano.

Ma andiamo con ordine.
Dopo l’8 settembre 1943, Giuseppe Verginella ritorna in Italia per continuare a combattere i nazisti, con ruolo di grande responsabilità nelle formazioni garibaldine in Piemonte.
Nel mese di giugno 1944, il Comando Generale delle Brigate lo invia nella zona di Brescia come Commissario politico della nuova divisione Garibaldi destinandolo alla 54^ brigata in Valsaviore.

Raggiunge il reparto accompagnato da Giorgio Robustelli “Oscar”, Ispettore delle brigate Garibaldi per la provincia di Brescia.
Dopo aver condotto la guerriglia partigiana con intraprendenza e in maniera instancabile, sempre scortato dall’inseparabile Robustelli, gli viene proposta la direzione militare della nuova brigata 122^ in Valle Trompia, alla costituzione della quale si stavano adoprando Giuseppe Gheda e Leonardo Speziale “Arturo”, un siciliano gappista che Verginella ebbe modo di conoscere nelle carceri francesi ove entrambi erano prigionieri.
E’ lo stesso Robustelli a presentare al nuovo comandante garibaldino Santina Damonti nel ruolo di guida e staffetta incaricandola poi di accompagnarlo in Val Trompia per assumere il comando della brigata.

Se a proposito di Verginella, la letteratura resistenziale ha dedicato centinaia di pagine, di Robustelli si conosce ben poco.
Addirittura viene indicato, nelle scarne note disponibili, con un nome errato ovvero “Egidio” anziché correttamente “Giorgio”.
Nato a Brescia il 25 febbraio 1901, di professione falegname, residente a Sant’Eufemia, sposa nel 1928 una monzese di due anni più giovane di lui.
Dopo l’08 settembre i coniugi Robustelli li troviamo attivi nel movimento spontaneo della resistenza comunista in collaborazione con i GAP organizzati dal già citato Leonardo Speziale.
In particolare dal 1944, Giorgio Robustelli svolgerà clandestinamente la funzione di delegato provinciale delle brigate garibaldine e la moglie Maria sarà una staffetta partigiana.

Nella notte tra l’11 ed il 12 dicembre 1944, marito e moglie Robustelli, su delazione di un confidente del Questore, vengono arrestati.
Il marito, sottoposto a duri interrogatori, viene quasi subito posto in libertà mentre la moglie viene trattenuta in carcere.
L’arresto dei coniugi non viene documentato nei mattinali della Questura ed i loro nominativi vengono celati per diverse opportunità.

Intanto, la vigilia di Natale del 1944, Giuseppe Verginella deve incontrarsi con un funzionario del partito comunista di Cremona per pianificare i dettagli di una segretissima ed audace azione ai danni di Roberto Farinacci, il ras di Cremona ed ex segretario del partito nazionale fascista.
Verginella, come sempre, è accompagnato dalla sua preziosa staffetta “Berta” che diventerà il simbolo del valore femminile nella lotta di liberazione.

Nel luogo deputato per l’incontro, in uno spiazzo nei pressi della chiesetta di Cremignane d’Iseo, poco prima di mezzogiorno, trova però ad attenderlo la squadra politica della Questura al comando del vice questore Gaetano Quartararo.
Da una cascina poco distante, accompagnato da un paio di agenti, avanza un uomo con la testa ricoperta da un sacco con due buchi all’altezza degli occhi per confermare l’identità di Verginella.

Un breve cenno di assenso ed il comandante partigiano viene portato in carcere.
Questa è la versione, peraltro molto attendibile, tratta dal “Ricordo del Comandante partigiano Giuseppe Verginella e dei caduti di Lumezzane per la libertà” a cura del Prof. Aldo Gamba.
Non si discosta molto la versione di Marino Ruzzenenti in “Memorie resistenti” in cui si parla di “un uomo con il volto malamente nascosto da una sciarpa” e non già di un uomo incappucciato.

La sostanza non cambia
, quest’uomo che di fatto ha consegnato il capo della Resistenza valtrumplina all’establishment repressivo della Questura, in pratica condannandolo a morte, altro non è che l’amico Giorgio Robustelli.
Ecco dunque come si spiega la circostanza dell’immediata sua liberazione al contrario della moglie invece trattenuta in carcere come ostaggio.
In poche parole avrebbe pattuito con la squadra politica della Questura di fare il doppio gioco finalizzato alla cattura del comandante della brigata in cambio della salvezza sua e della moglie.

Bisogna sempre tener presente come l’istituzione fascista repubblicana facesse sistematicamente uso della tortura finalizzato ad estorcere confessioni o a determinare comportamenti contrari alla ragione, in palese violazione con i diritti dei prigionieri.
Il più tradizionale ed efficace metodo fascista, la vera arma segreta del regime, era rappresentato dall’ indurre molte persone, volontariamente, con il ricatto o con l’uso della forza, a spiare o tradire ribelli e partigiani, a volte anche avvalendosi di ignobili travestimenti da frate, prete, mendicante o partigiano.

Nell’immediato dopo guerra, forse per mitigare la posizione del Robustelli, gli storici locali e gli stessi protagonisti delle vicende resistenziali all’uopo interrogati, hanno sottolineato la circostanza per cui il Robustelli non avrebbe invece tradito la giovane staffetta del Verginella, Santina Damonti, soprannominata “Berta”.
E’ assodato il fatto che lo stesso Robustelli abbia vivamente consigliato a Berta di cambiare gli abiti usuali e, specialmente, il cappotto ed il cappellino in quanto individuata dalla polizia fascista.

Permane però un dubbio sulle reali intenzioni del Robustelli.
L’invito rivolto alla staffetta partigiana di sostituire l’abbigliamento viene formulato prima del suo arresto, come viene indicato nel testo “Josip Verginella – L’ultimo messaggio” a cura del citato Gruppo di iniziative per la pace e la solidarietà di Villa Carcina o dopo la sua liberazione come asserisce invece Marino Ruzzenenti in “Memorie resistenti”?

E’ chiaro come, nell’eventualità prospettata dal Ruzzenenti, l’atteggiamento di Giorgio Robustelli abbia un valore umano non indifferente, come se un innarrestabile senso di colpa gli impedisse di agire con freddezza e determinazione mantenendo quindi un comportamento contraddittorio rivelatore di un drammatico conflitto interiore.
Al contrario, se fosse veritiera l’altra ipotesi, l’atteggiamento del Robustelli rientrerebbe nella normalità più assoluta.

Non si può però sorvolare in merito ad un episodio significativo nel contesto che stiamo affrontando.

Contemporaneamente alla cattura dei coniugi Robustelli, nella notte tra l’11 ed il 12 dicembre 1944, viene, per modo di dire, tratto in arresto anche il loro delatore, tale Bruno Ronchi, spia del regime destinata a raccogliere, all’interno del carcere, le informazioni estorte con inganno ai compagni arrestati per poi passarle alla squadra politica.
Questa volta l’evento viene ufficialmente documentato nel mattinale della Questura del 13 dicembre 1944 nel quale si perita di “coprire” il doppio gioco del Ronchi evidenziando, in maniera menzoniera, come questo soggetto facesse “parte di banda armata e di concorso in varie azioni criminose”.

Quello di Bruno Ronchi è il nome che Verginella, una volta catturato e rinchiuso nelle segrete celle della Questura, indicherà senza esitazione alcuna come il vero traditore, suo e della causa partigiana a Orfeo Faustinoni “Balilla”, suo giovanissimo porta-ordini anche lui arrestato in quei giorni.
Giuseppe Verginella, come tutti sappiamo, il 10 gennaio 1945 viene fucilato senza processo come avverrà dopo un paio di mesi per i martiri di Provaglio Val Sabbia.
Aveva 36 anni.
A fine guerra, il Ronchi e la sua famiglia si trasferiranno altrove.

Giorgio Robustelli, dopo la cattura di Verginella scompare dal bresciano salvo ricomparire dopo la liberazione.
Viene graziato politicamente e riammesso nel partito dopo molte polemiche e grazie all’interessamento di Italo Nicoletto.
Rimane sempre iscritto al P.C.I. fino alla morte sopraggiunta nel 1957 all’età di 56 anni.
Maria Robustelli, solo per qualche mese staffetta partigiana, moglie di Giorgio, morirà nel 1968 a 65 di età, ma di lei non v’è rimasta traccia nella letteratura resistenziale.

Guido Assoni

Testi consultati:
Leonida Tedoldi “Uomini e fatti di Brescia partigiana
Marino Ruzzenenti “Memorie resistenti
Aldo Gamba “Ricordo del Comandante partigiano Giuseppe Verginella e dei caduti di Lumezzane per la libertà”
Gruppo di iniziative per la pace e la solidarietà di Villa Carcina “Josip Verginella – L’ultimo messaggio”;
Gruppo di iniziative per la pace e la solidarietà di Villa Carcina “Santina Damonti – In volo con Berta”

.in foto: due immagini che ritraggono il Verginella


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Commenti:

ID65834 - 24/04/2016 21:33:43 (Brenno) Verginella partigiano e anche criminale.
Sig Assoni, visto che lei legge anche i libri di Ludovico Galli , dimentica forse di raccontare che Verginella e' il responsabile della esecuzione a sangue freddo degli agenti di Polizia della Questura di Brescia Giovanni Bizzetti e Davide Rossini assassinati con un colpo alla nuca dopo essere stati prelevati dallo stabilimento OM Fiat in una notte del dicembre 1944.( Vedi Mattinale Questura del 3/12/1944).Verginella non e' stato barbaramente fucilato, ma


ID65835 - 24/04/2016 21:45:03 (Brenno) Brenno
mentre veniva condotto dopo l'arresto, in una località della valle di Lumezzane sotto scorta di agenti della Questura, dove avrebbe dovuto indicare il nascondiglio di sue suoi compagni, si dava alla fuga arrampicandosi sui monti; inseguito, dopo alcuni colpi sparati in aria a scopo intimidatorio, e dopo vani tentativi di intimidazione gli agenti gli spararono contro colpendolo a morte.Testo LUDOVICO GALLI- DOPCUMENTAZIONE QUESTURA DI BRESCIA 1943-1945.


ID65907 - 29/04/2016 14:07:33 (guidoassoni) per Brenno
Sulla prima parte del suo commento non ho nulla da eccepire se non confermare quanto lei asserisce. Per quanto invece riguarda la morte del Verginella le segnalo il rapporto del Comandante della Brigata nera "Tognù" dell'11/01/1945 "... da segnalare che verso le 9,30 un gruppo di militi della Questura di Brescia giunti nelle prime ore a Lumezzane per fucilare un caporibelle certo Verginella alias Alberto iniziavano l'ascesa a Conche onde questo comando nella tema venissero in contatto con gli squadristi già partiti dava ai militi una scorta di due squadristi per il riconoscimento...". Tale rapporto viene citato da Don Antonio Fappani nel III volume "La Resistenza bresciana" vol. III pag. 255 e da Marino Ruzzenenti nel suo libro "La 122^ brigata Garibaldi e la Resistenza nella Valle Trompia" pag. 63. Di altro tenore il notiziario G.N.R. del 22/01/1945 cui fa riferimento lo storico e ricercatore Lodovico Galli, e consultabile nell'archivio Micheletti: "


ID65908 - 29/04/2016 14:19:25 (guidoassoni) segue per Brenno
"il 10 corrente in località Monte Corona di Lumezzane, il detenuto politico Giuseppe Verginella, che veniva tradotto da agenti della polizia repubblicana, tentava di darsi alla fuga. Gli agenti facevano uso delle armi, uccidendo il Verginella". Se lei, sig. Brenno, ritiene quest'ultima versione la più plausibile, rispetto la sua opinione ma esprimo parere diametralmente opposto. Il "tentativo di fuga" o il "conflitto a fuoco" come riportato nel mattinale relativo all'eccidio di Provaglio Valsabbia, sono le consuete motivazioni nei verbali fascisti dell'epoca, adottate per mascondere le responsabilità degli esecutori e per giustificare a posteriori l'uccisione di un partigiano o gruppi di ribelli senza l'emanazione di una formale condanna a morte. Le segnalerei inoltre i libri di Mimmo Franzinelli "La baronda" pag. 219, di Mariarosa Zamboni "Via della libertà" pag. 151 ed il pamphlet "Le vie della libertà. Un percorso della memoria (Brescia



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