09 Febbraio 2007, 00.00
Bagolino
Carnevale

Antiche radici romane nel carnevale di Bagolino?

Non ce ne vogliano i bagossi se osiamo pubblicare il contributo di un non valsabbino sul loro famosissimo Carnevale. Nostra intenzione semmai di favorire un sano dibattito. Attendiamo fiduciosi eventuali precisazioni.

Non ce ne vogliano i bagossi se osiamo pubblicare il contributo di un «non valsabbino» in merito al loro famosissimo Carnevale. La nostra intenzione in questo caso è semmai quella di introdurre un elemento di novità e favorire un sano dibattito. Attendiamo dunque fiduciosi eventuali precisazioni.
Ecco il "pezzo".

Antiche radici romane nel carnevale di Bagolino?
di Sergio Re

Il solo sospetto di annoverare sotto il proprio campanile tradizioni di antica autorità, sollecita a misteriose passioni gli studiosi e la popolazione che ne sentono gratificata la fatica di protrarre nel tempo usanze e consuetudini.
Sull’onda di questa innocente debolezza, cercheremo oggi autorevoli ascendenze romane nel carnevale più famoso della provincia di Brescia scavando e vagliando la vicenda carnevalesca che prende il via in questi giorni, per farne emergere se possibile auliche reminiscenze.
Sul carnevale di Bagolino si è detto tanto – anzi, forse si è detto tutto – ma restano lacerti inspiegati che colpiscono per la loro singolarità, per la difficoltà di riallacciarli a tradizioni popolari locali o comunque temporalmente vicine al nostro secolo.

Prendiamo ad esempio le maschere che popolano le vie del paese negli ultimi giorni del carnevale, se ne possono notare di notevole varietà, spesso tralasciate negli anni e poi riprese col gusto delle tradizioni familiari, per antica (qui forse è meglio dire vecchia) consuetudine il travestimento ridicolizza in genere la vecchiaia, abbrutendone gli attributi.
Si tratta di maschere che non indulgono negli scherzi canzonatori, anzi, con compassata compostezza, sostano nella piazza o percorrono e ripercorrono le vie del paese assumendo la veste di commedianti.
In piazza o su un carro impiantano laboratori tipici dell’artigianato familiare, mimano arti e mestieri usuali nell’ambiente domestico degli anni trascorsi, c’è chi confeziona cesti di vimini, chi carda, chi fila, c’è chi scava assicelle per modellare sgàlber, tutta una sfilata di scene più o meno complesse che costituiscono un vivissimo memorandum delle proprie origini.
Poi ci sono le maschere che portano a spasso gli animali, qua una gallina, là un topo, altre che sfilano con setacci, arcolai, zappe, tutti oggetti che costituiscono la memoria “corta” del paese, i lavori dei campi, la stalla, l’economia domestica insomma, fino a quella maschera che ostenta una vecchia scala, la cui funzione – oltre alla questione della memoria – è quella di consentire scherzi e motteggi fino alle finestre del primo piano che si affacciano sulla via.

Tra queste ve n’è una però che trova difficile spiegazione ed è quella che porta sulle spalle una gerla con un manichino seduto dentro che, rigorosamente mascherato, è però rivolto all’indietro. Abbastanza consueta nella zona limitrofa di Perica Alta, questa maschera è presente anche a Bagolino e i suoi agganci culturali possono forse rinviare ad un passato remoto che scavalca a piè pari il Baltrušaitis con il suo Medioevo fantastico che popolava le facciate delle cattedrali di mostri a più teste per fuggire l’horror vacui, riallacciandosi direttamente alla mitologia romana, alle sue divinità del tempo e dello spazio, che potevano, con l’ausilio di due o più teste, controllare il passato e il futuro, ciò che sta davanti e contemporaneamente ciò che sta di dietro.
Conosciutissimo tra queste divinità a più volti è Giano bifronte, dio di tutti i luoghi e i momenti di transito che comportano pericoli oscuri e ignoti. Dio quindi alle porte della città che separano ciò che sta dentro da ciò che sta fuori, dio anche del primo mese dell’anno, che custodisce il segreto del volgere del tempo, dio delle mobilitazioni e delle smobilitazioni militari. Forse meno conosciute, ma non per questo meno significative, nel novero di queste divinità anche Ecate, dea che assume la triplice fisionomia del cielo, della terra e dell’oltretomba, Erma, nume tutelare dei crocicchi che aveva due o addirittura quattro teste per controllare contemporaneamente tutte le direzioni, ed infine Argo, simbolo del perfetto custode, con i suoi cento occhi, qualcuno dei quali riusciva sempre ad essere sveglio.

Ma che potrà voler dire a Bagolino questa maschera? Difficile vincolarla con sicurezza alla tradizione classica tuttavia, partendo da questi agganci, possiamo azzardare l’ipotesi di un genio tutelare del carnevale che, mentre segue alle sue spalle l’intreccio della festa in pieno svolgimento, già volge l’occhio premonitore alla vicina Quaresima. Un significato complesso e pregnante che forse nei secoli è lentamente sfumato, abbandonando le specie della divinità per cedere il passo ad un emblema, un simulacro, che restituisce a questa festa il senso umano, la dimensione provvisoria ed effìmera che domina la nostra esistenza, riportando gli uomini ai soli termini temporali che gli sono accessibili, ieri, oggi e domani.
Un monito insomma contro ogni ambizione e un richiamo alla provvisorietà di ogni nostra azione.

[Cfr. CORRADO RICCARAND, SERGIO RE, I giorni del carnevale, Brescia, Edizioni Brixia, 199


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