24 Novembre 2016, 16.17
Roè Volciano Valsabbia
Lettere

«Non facciamo confusioni»

di Pier Luigi Fanetti e Adriano Moratto

Pier Luigi Fanetti ed Adriano Moratto, scrivono rispondendo alla lettera da noi pubblicata lunedì scorso a firma di Lodovico Galli


Anche noi, come Lodovico Galli, vogliamo ricordare il cappellano della Finanza don Giuseppe Gabana ucciso a Trieste il 3 marzo 1944 e con lui tutti i militari che, dopo l' 8 settembre del 1943, rimasero in quelle terre del confine orientale sottratte alla neofascista Repubblica sociale italiana ed entrate a far parte del Terzo Reich nazista.

Qual è stato il ruolo della Guardia di finanza in quei luoghi occupati?

Abbiamo le testimonianze dei comandanti tedeschi a cui erano sottoposti gli italiani. Christian Wirth e Dietrich Allers responsabili del lager nella Risiera di san Sabba a Trieste e Friedrich Rainer capo delle SS nella “Zona d’operazioni Litorale adriatico": la Guardia di finanza era ai loro ordini per attività di antiguerriglia e di rastrellamento della popolazione. 

Purtroppo, ci furono anche eccessi oltre a varie distruzioni ed incendi di villaggi sloveni e croati tra cui  si ricorda la strage di Lipa dove i militari italiani si resero responsabili dell'eccidio di 287 civili inermi: donne, vecchi e bambini.
In questo difficile contesto e agli ordini di tali alleati si trovò ad operare anche il cappellano bresciano.

Ricordiamo che sia Christian Wirth che Dietrich Allers, in qualità di comandanti della risiera di San Sabba, furono responsabili dello sterminio di diverse migliaia di "slavi" uccisi e bruciati nel lager triestino con la tacita complicità di tutti i civili e militari italiani presenti.

Tutto era in sintonia con il razzismo nazi-fascista che considerava gli “slavi" appartenenti ad una razza inferiore da eliminare.
Da questa ideologia, che traeva origine anche da varie posizioni irredentiste storiche, a quanto ci ricordano i suoi agiografi, non era immune lo stesso don Gabana fin dalla sua opera per l'imposizione dell'italiano ai cattolici ed al clero "slavo" nel 1937.

Scrisse don Milani ai cappellani militari della Toscana nel 1965: «Rispettiamo la sofferenza e la morte, ma davanti ai giovani che ci guardano non facciamo pericolose confusioni fra il bene e il male, fra la verità e l’errore, fra la morte di un aggressore e quella della sua vittima».
 
Pier Luigi Fanetti e Adriano Moratto - Brescia
 


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