Domenica, 31 agosto 2025


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sabato, 30 agosto 2025 Aggiornato alle 07:18Psicologia

Educare è far emergere: regole, relazione e cura

di Marzia Sellini

L’educazione non è solo trasmissione di regole, ma un processo che coinvolge ascolto, relazione e valorizzazione dell’identità del figlio. Un approccio integrato tra norma, espressione di sé e cura

 

 

Nell’articolo precedente abbiamo affrontato il grande tema dell’educazione alla luce di un’intervista che circola nel web, in cui, un noto psicoanalista sostiene che educare non significa solo passar regole ai ragazzi. Nulla da eccepire con quanto detto dal professore ma occorre anche chiarire che ciò non significa che non si debbano passare regole, perché le regole, sappiamo, sono essenziali alla vita civile.

 

Allora è opportuno aggiungere che educando accade anche “qualcosa d’altro”, rispetto alla mera prescrizione di direttive. Ed è proprio a questo “qualcosa d’altro” che tenteremo di dar voce nel seguente testo.

 

La prendo alla larga... se consideriamo l’origine etimologica del verbo latino educĕre, in effetti, educare vuol proprio dire “trarre fuori”, "tirar fuori ciò che sta dentro". Ma tirar fuori che cosa? Da dove? E da chi? E soprattutto, in che modo?

 

Tentiamo di dare risposta a tali domande, mettendo insieme, ora, tutti gli elementi: per educare i figli, occorre dire loro cosa fare o non fare e verificare cosa emerge, da loro, dopo quell’indicazione. Questo congiunzione “e” è fondamentale, perché è qui che si fonda la relazione genitori-figli.

 

Mentre io-genitore propongo la regola, il figlio sta vagliando quella regola dentro di sé. Prender coscienza di questo processo, vuol dire riconoscere il minore come un soggetto attivo, non come un mero esecutore di ordini, e far sì che lui porti fuori di sé, ovvero esprima, quel che ha sentito, pensato, creduto della mia indicazione.

 

È d’accordo? Non è d’accordo? Asseconda? Esegue? Disobbedisce? Si ribella? È necessario ascoltare la sua idea, opinione, posizione in merito a quel “si fa così” o “non si fa così” ed anche osservare in che modo mette in atto quella regola.
È preciso? Costante nell’esecuzione? Incostante? La ricorda?

 

Facendo tutto questo si compie la scoperta di quel “chi sono”: il figlio rispondendomi formula il suo pensiero, mettendo in pratica la regola comunica qualcosa di sé, io genitore ascoltandolo capisco cosa e come la pensa, osservandolo agire, o non agire, inizio a formulare ed avanzare opinioni e giudizi su di lui come persona.

 

Da qui il fatto che educando non si passano semplici regole, ma si permette ai figli di mettere in essere le proprie caratteristiche personali

Quando gli adulti comunicano il loro giudizio sui figli, in virtù dell’osservazione o meno della regola proposta, non fanno altro che costruire piccoli tasselli della loro identità: sei bravo, disciplinato, obbediente, attento, preciso, puntuale, etc.

 

Ovviamente se c’è accordo e obbedienza tutto fila liscio, se invece le regole non vengono capite, credute, rispettate o messe in atto, si possono generare piccoli o grandi conflitti.

 

Considerando la posizione del genitore, la differenza qui la può fare il modo e lo stile con cui viene proposta la regola stessa ed affrontato lo scarto. In un caso si apre lo spazio del dialogo, della conoscenza reciproca, della messa a punto rispettosa delle proprie differenze, nell’altro si acuisce il conflitto, si chiude la possibilità di comprendersi e si ergono muri.

 

Una volta messe a punto alcune idee sul figlio, si cerca di dar loro forma. Si tenta di capire, chi è davvero mio figlio? Mi devo preoccupare per lui, per il suo futuro? Posso star tranquillo? In che modo questo mosaico si realizzi varia a seconda di quel che si sa e crede in merito a come procedere.

 

Qualcuno pensa che questo si possa compiere manipolando i figli come fossero creta sotto le proprie mani

Frasi come: “Fino a che vivi sotto il mio tetto fai quello che ti dico io!” sono indicative di questa cultura. 

Qualcun altro pensa che la legge morale si possa passare ai fanciulli umiliandoli, offendendoli e denigrandoli dinanzi ad errori e sbagli, che normalmente faranno: “Sei un cretino! Ma guarda te se si possono fare questi errori!”

 

Qualcuno pensa di sfatare le proprie paure verso il futuro continuando a rassicurarli, evitando loro situazioni di confronto ed esperienza sociale: “No, non uscire. Se vai lì incontri brutte compagnie, rimani a casa...”

 

Noi qui proponiamo un metodo che prende in considerazione anche l’altra derivazione etimologica del verbo latino educare, per cui scopriamo che significa “allevare”, inteso come “aver cura”.
Vi proponiamo un approccio che integra le regole, l’espressione di sé e la cura.

 

Se penso alla regola come ad un “si fa così”, penso anche che ci possono essere tanti “si fa così”; se penso che quel “si fa così” non ha un solo significato, tanti possono essere i significati attribuibili a quella regola.

 

Detto altrimenti, possiamo relativizzare la nostra cultura e imparare l’arte di trasformare i problemi in risorsa.
Considero il punto di vista del figlio: “Cosa ci può essere di bello in questa sua disobbedienza?”

 

Facciamo un esempio: se il figlio anziché riordinare la sua stanza, come ho in mente io-genitore, tiene le sue cose sparse, probabilmente per lui quello è un modo per comunicare che:

  • - sta considerando tutto lo spazio disponibile e non solo quello che io vorrei lui utilizzasse;
  • - sta sperimentando luoghi diversi da quelli da me prestabiliti, per verificare una disposizione a lui più congeniale;
  • - sta mettendo a punto un suo gusto estetico, etc...

 

Ecco che, così facendo, vedo emergere in lui caratteristiche positive e costruttive: è un ricercatore, un esploratore di spazi, un’esteta in erba...

 

Dar forma significa tentare di costruire legami tra questi diversi punti e/o informazioni riguardanti la sua persona, affinché ciò che si realizza possa esprimersi in futuro.

 

Con questo approccio si compie il grande compito dell’educare al rispetto della persona e delle regole, rispettando le differenze espresse da ciascuno.

 


Marzia Sellini è psicologa, psicologa scolastica nei licei, formatrice di docenti in ambito scolastico e psicoterapeuta nel contesto privato. È stata membro del gruppo Studio & Formazione – Laboratorio di Psicologia del dott. Marco Vinicio Masoni di Milano. È socia della Sipi (Società Italiana Psicoterapeuti Interazionisti) e scrive per la rivista scientifica Scienze dell’Interazione, rivista della Scuola di Specializzazione Cognitivo-Interazionista di Padova e Milano.
Le sue ultime pubblicazioni sono: La scuola che ascolta (Milano, 2024), Dad (Milano, 2023), Volontà (Milano, 2022), Insegnamenti straordinari (Milano, 2020).

 


 

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