24 Marzo 2021, 07.52
Bagolino
Lettere

Una mano sul cuore

di Mariella Fusi

Nella valigia dei ricordi del papà (Fusi Attilio classe 1921 Alpino 6° Reggimento Divisione Tridentina) ho trovato tra foto, lettere, piastrina del lager, libri con dediche, anche un’immagine della Madonna dell’Aiuto...


... e la mente è subito tornata ad un giorno di molti anni fa quando entrai nella sua camera per portargli una limonata. Era a letto per una terribile intossicazione da funghi, ne era ghiotto e quella volta aveva veramente esagerato.

Nell’attesa che terminasse di sorseggiare la calda bevanda mi sedetti su una sedia e il mio sguardo si posò su un brutto portafotografie, posto sul comodino, sbeccato e danneggiato dal tempo e con all’interno un’immagine della Madonna altrettanto rovinata e sbiadita.
Era lì da sempre quel portafotografie e molte volte avevo avuto la tentazione di buttarlo ma non lo avevo mai fatto perché mi ero proposta di ottenere, prima di agire, il consenso del papà onde evitare inutili arrabbiature.
Fu proprio in quel momento che gli chiesi se potevo sostituirlo con uno nuovo, la risposta fu categorica: “Guai a te se lo tocchi!” Ed iniziò il suo racconto.

Quando partì per la Guerra nel taschino della divisa inserì l’immagine della Madonna dell’Aiuto e lì sul lato del cuore la lasciò fino al suo ritorno a “baita”. Per paura che si sgualcisse e si raggrinzasse l’aveva attaccata, in qualche modo, ad un bel pezzo di lamiera.

Durante le operazioni belliche della Campagna di Russia fu raggiunto da una scheggia che avrebbe potuto porre fine alla sua vita ma riuscì miracolosamente a cavarsela grazie a quell’immagine con la lamiera che gli fece da scudo e che porta infatti al centro il segno di quel frammento.
Nella convinzione di essere stato salvato proprio da quella Madonna infinite volte a Lei rivolse una preghiera, nei tanti momenti difficili e drammatici, posando una mano sul cuore.

Una mano sul cuore se la metteva quando nel freddo e nel gelo della Russia, non adeguatamente coperto come ubriaco fra tanti ubriachi sfiniti e in preda a terribili morse di fame, avanzava barcollando in quella distesa di neve disseminata dai corpi di coloro che stremati si erano purtroppo lasciati andare precludendosi la strada del ritorno a “baita”.
In quella distesa di neve il cui candore era ovunque sporcato dal sangue di coloro che erano stati sfortunatamente colpiti e che mai avrebbero potuto rivedere i loro cari.

Una mano sul cuore se la metteva quando sparavano i cannoni, quando le pallottole fischiavano nell’aria e via via volti noti scomparivano dalla sua vista. Ma quei visi con i ricordi della condivisione di alcuni momenti, di alcune esperienze e di molte sofferenze sono rimasti nella sua mente lasciando un segno indelebile.

I suoi racconti, che noi familiari frequentemente interrompevamo perché troppo impregnati di inaudite e scioccanti violenze, avevano la capacità di tenerci per notti e notti con gli occhi sbarrati.

Con il passare del tempo il rifiuto di tanta inspiegabile disumanità portò il papà a sostituire la rabbia e le lacrime con un’apparente freddezza frutto di una difficile e complessa elaborazione interiore che gli aveva permesso di rendere non certo accettabile ma sicuramente meno pesante quell’ingombrante fardello.

Una mano sul cuore se la mise quando, ormai certo di poter riabbracciare i suoi familiari e di aver finalmente riconquistato la libertà, fu catturato al Brennero dai tedeschi perché rifiutatosi, come molti altri, di continuare a combattere nelle file del loro esercito e fu internato, per circa due anni, nel campo STALAG 1-B nella Prussia orientale.
Un lager in cui non furono riconosciute neppure le garanzie delle Convenzioni di Ginevra, in cui non poté godere delle tutele spettanti della Croce Rossa e in cui dovette subire ripetutamente angherie e ritorsioni da parte dei tedeschi.

Una mano sul cuore se la metteva quando, dopo lunghe giornate di lavoro dimagrito pieno di pidocchi e stanco, riceveva come unico alimento un po’di brodaglia con una pagnotta da dividere con sei compagni (praticamente poco più di un boccone a testa).
Privato anche della gavetta neppure tale brodaglia avrebbe avuto la possibilità di avere ma, fortunatamente, un amico gli donò il coperchio della sua. Il coperchio però poco brodo poteva contenere e il papà aveva cercato di aumentarne la profondità picchiettando con un sasso ripetutamente il fondo con molta attenzione per non forare il prezioso contenitore che contribuiva a garantirgli la sopravvivenza.
Ci si doveva ingegnare in tutti i modi per riuscire a restare in vita.

Aveva imparato con rapidità il tedesco e ciò lo aveva risparmiato da alcune ingiustificate e assurde punizioni.
In quel luogo dove regnava la disperazione una fortuna il papà l’ebbe! C’era un tedesco privo dell’arto inferiore, perso durante un combattimento, che ogni giorno arrivava all’interno del campo dalla sua abitazione, collocata a pochi chilometri dal lager, sul suo carretto trainato da un cavallo.
Il papà, quando gli era possibile, si avvicinava al cavallo lo accarezzava, gli sussurrava nelle orecchie e l’animale lasciava fare a quell’Alpino che gli dimostrava tanta affettuosità.

Il tedesco da una finestra lo aveva più volte osservato ed un giorno decise di portarsi il papà a casa affinché si occupasse dell’animale, del fienile nel quale poteva dormire e di altre faccende che lui, a causa della sua menomazione, non era più in grado di svolgere.
Gli ordini impartiti dal soldato e anche dalla moglie venivano eseguiti con diligenza dal papà che così si guadagnò la loro fiducia tanto che gli fu concesso di trasferirsi per dormire dal fienile all’interno dell’abitazione in una cameretta e gli fu fornito anche cibo a sufficienza.

Ma la pacchia, se così si può definire una tale situazione, durò solo circa un mese e poi il tedesco fu costretto a riportare il papà all’interno del lager. Prima di partire la moglie gli mise all’interno di una scatola del cibo, ma arrivato nel campo fu preso a calci dai tedeschi e fu fatto cadere a terra e a terra finì tutto quel bendidio. Tutte quelle leccornie gli furono sequestrate e a lui rimase solo il segno delle percosse ricevute e null’altro.

Il papà aveva imparato così bene il tedesco che spesso a casa dal terrazzo quando vedeva passare per strada turisti, il cui abbigliamento e aspetto fisico lo inducevano a pensare fossero tedeschi, lo sentivi porre il solito quesito: “Sprechen deutsch”? E quando la risposta era: “Ja” la lingua gli si scioglieva come non mai. Si aprivano dialoghi intercalati da spassose risate che si concludevano, talvolta, addirittura con una foto ricordo che gli veniva successivamente fatta pervenire.

Quale fosse il contenuto di tali conversazioni non ho mai avuto modo di comprendere però sentendolo così spigliato e così in grado di catturare l’attenzione dell’interlocutore riusciva sempre a strapparmi un grande sorriso.

Tornato a casa aveva tolto quell’immagine a lui tanto cara dalla divisa e l’aveva riposta in quel portafotografie (che io non conoscendo tutta la storia che dietro si celava avrei voluto buttare nella spazzatura) e ogni sera prima di coricarsi alla Madonna si rivolgeva e una preghiera recitava non più posando la mano sul cuore perché Colei che lo aveva salvato era ora davanti ai suoi occhi e non era più custodita nel taschino della giacca che in molti non avrebbero mai voluto indossare e che per molti è stata l’ultimo abito della loro esistenza conclusasi tragicamente.

La figlia
Mariella Fusi

. in foto: l'immaginetta della Madonna; le onoreficenze per l'alpino Fusi; Fusi al tempo della naja; Fusi in una fotografia più recente.

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Grazie Mariella per questa preziosa testimonianza
Ubaldo Vallini



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