15 Settembre 2023, 07.00
Psicologia

La scuola che riparte

di Marzia Sellini

Possiamo riconoscere che una parte della popolazione scolastica vive con serenità, gioia e trepidazione la riapertura dei cancelli della scuola. Ovviamente c’è anche chi ha già, da tempo, iniziato. Ammesso e concesso che vi sia un inizio ed una fine per apprendere


Molti ragazzini, ragazzi e giovani vivono con una discreta serenità la vita scolastica, si tratta di coloro che immaginano di poter riabbracciare i propri amici, le maestre, incontrare i propri docenti, quelli nuovi, sono quelli che sperano di rivedere la ragazzina o il ragazzino del cuore o che piace, che sono contenti d’imparare cose nuove e di applicarsi nelle attività scolastiche, o in certi argomenti di loro interesse.

Qualcuno, invece, vive con ambivalenza la vita scolastica, tra luci ed ombre, coglie opportunità e vede limitazioni. Infine abbiamo addirittura chi è refrattario all’idea di ricominciare che ha già il mal di pancia, mal di testa, si sente stanco ed annoiato al solo pensiero, o anche chi la scuola la odia proprio.

Questo perché il primo compito dei ragazzi a scuola è di sapere e scoprire chi sono, che caratteristiche hanno come persona, ancor prima che di esser “bravi a scuola”.

A scuola si forma l’identità della persona. Noi questo compito lo abbiamo già fatto, grosso modo, loro lo stanno compiendo ora. Unitamente a ciò si affiancano, o per qualcuno prendono addirittura il posto, le preoccupazioni.

Il timore di non riuscire negli esami che, sappiamo bene, non finiscono mai... L’incertezza in merito alle proprie (in)capacità, i dubbi sul proprio funzionamento, la paura di non piacere, il timore di non essere voluto/a, di non esser degno d’amore, o di sottrarsi all’impegno che lo attende. La paura di non essere all’altezza delle aspettative, delle situazioni, la paura di far brutta figura, o di non tollerare la fatica che li attende. La paura di rivedere qualcuno, o di non essere come gli altri, di non avere le loro stesse condizioni. Il cambiamento dei docenti, dei programmi… qualcuno fatica più di altri ad accettare i cambiamenti della vita.

Ebbene non sempre i ragazzi, e nemmeno gli adulti di riferimento (genitori, pari e docenti), sono attrezzati per far fronte alle sfide della vita, della società e/o della propria comunità. Perciò occorrono esperti coi controfiocchi, non bastano corsi di coaching, che aiutino a superare l’ansia da prestazione, i cosiddetti “dis-” dell’apprendimento, la mancanza di motivazione, la scarsa autostima, l’apatia, l’abulia, la fiacchezza, la fobia sociale, l’asocialità.

Questi vissuti e sentimenti non caratterizzano solo l’esperienza dei ragazzi ma anche degli adulti. Consideriamo qui i genitori… abbiamo genitori felici che la scuola riapra i battenti, perché possono così ritrovare un ritmo più adatto ed ecologico per la gestione dei tempi scuola-lavoro-famiglia.

Abbiamo genitori impensieriti che le abitudini acquisite durante l’estate non si dissolvano facilmente o per nodi evolutivi non ancora serenamente risolti (alimentari, sonno, tecnologie, svaghi, amicizie, ragazzo/a, identità di genere, vita civile, e soprattutto per la mancanza di voglia di impegnarsi e studiare… )

C’è anche chi si trova di fronte a veri e propri problemi da gestire: cattive compagnie, droghe, Bullismo, dipendenza delle tecnologie, identità sessuale, ansia da prestazione, demotivazione scolastica e intenzione di abbandonare la scuola…  Proviamo a vedere più da vicino in quali fenomeni sociali possono intervenire gli psicologi scolastici e perché si ritengono tanto importanti queste figure professionali.


- Il fenomeno dell’abbandono e la dispersione scolastica

Il fenomeno dell’abbandono scolastico è aumentato in questi anni?

Riportiamo qui solo alcuni dati: “Nell’ambito dell’agenda 2020, l’Unione europea aveva fissato come obiettivo che – entro quell’anno – i giovani europei tra 18 e 24 anni senza diploma superiore (o qualifica professionale) fossero meno del 10% del totale. A livello continentale, il target è stato raggiunto, dal momento che nel 2020 la quota si è attestata al 9,9%. L’obiettivo continentale, in vista del 2030, è stato ulteriormente abbassato di un punto (9%) con una risoluzione del consiglio europeo del febbraio 2021.

Nel 2022 gli abbandoni precoci riguardano il 9,6% dei giovani europei, con una prevalenza tra i ragazzi (11,1% in Ue) rispetto alle ragazze (8%). Quindi possiamo dire che a livello Europeo ci siamo. L’Italia invece, ahimè, è uno dei paesi in cui il fenomeno incide maggiormente. Nel nostro paese l’11,5% dei residenti tra 18 e 24 anni ha lasciato la scuola con al massimo la licenza media e non è coinvolto in percorsi di istruzione o formazione. Per avere delle statistiche compiute e attendibili sul tema dell'abbandono scolastico in Italia, è opportuno prendere in considerazione sia le cifre elaborate a livello nazionale dall'Istat, sia quelle dell'OCSE. Fino al 2016, infatti, il tasso è sceso lentamente ma inesorabilmente, arrivando a toccare il 13,8% (era oltre il 19% nel 2009).

Poi il peggioramento: 14% nel 2017, 14,5% nel 2018 (una percentuale che si fa ancora maggiore tra i maschi). Il dato (chiamato parametro ESL), secondo le regole europee, viene calcolato sulla popolazione degli under 25 e comprende tutti coloro che hanno conseguito al massimo un diploma di scuola secondaria di primo grado e, inoltre, e non frequentano corsi o attività formative. Un risultato davvero sconfortante, soprattutto se confrontato con il quadro continentale.

Ora, il dato sugli abbandoni scolastici precoci è parte di una fotografia più ampia, dominata da un fenomeno ormai palese: il blocco del cosiddetto ascensore sociale, cioè la speranza, per le nuove generazioni, di avere condizioni economiche e di vita migliori delle precedenti. In Italia, quindi, chi nasce povero molto probabilmente morirà povero. E viceversa. Le disuguaglianze sono ereditarie. Non a caso, la percentuale più alta di abbandoni scolastici si registra nelle famiglie con redditi bassi e in cui gli stessi genitori non sono andati oltre la terza media. Molto accentuato anche il divario tra minori italiani e stranieri, con questi ultimi che sono colpiti dal fenomeno della dispersione scolastica in modo molto più forte (soprattutto se nati all'estero, mentre va leggermente meglio per le cosiddette seconde generazioni). Considerazioni analoghe si possono fare a livello geografico: i ragazzi del sud fanno più fatica ad andare avanti. E mentre il Veneto, con il suo 8% di ESL, è un esempio virtuoso per tutta l'Europa, la Sicilia, con il suo 24%, arranca lontana dal traguardo.

Dunque che fare? Promuoverli tutti per contrastare questo fenomeno?
 
La cultura della scuola di massa non ha dato buoni esiti, si è quindi passati, in questi anni, ad un orientamento della scuola ed alle direttive governative che tenessero conto del merito.
Le soluzioni che per me sono percorribili dovrebbero tener conto di:

- creazione di azioni sociali con le agenzie del territorio che favoriscano aiuti;
- una cultura del merito e dell’equità, non quella della scuola di massa, per non produrre l’abbandono implicito per incompetenza, perché va detto, lo Stato investe sui suoi studenti;
- progetti di formazione per ragazzi e docenti sulla rimotivazione scolastica, approfondendo il concetto di “volontà”, per contrastare l’insuccesso scolastico con soluzioni devianti dei ragazzi. Ho alle spalle un’esperienza vincente in tal senso, dove la collaborazione con tutti i protagonisti del contesto scolastico, centrando il focus del nostro intervento nella scuola in tale direzione, hanno reso possibili certi risultati.

Sognare collettivamente o proporre con l’arte retorica politica, il messaggio che “se non vado bene a scuola i miei vanno in prigione”, credo possa risultare di cattivo auspicio.  In tal caso va specificato, un conto è il genitore che non vuole mandare il figlio a scuola, altro è incontrare difficoltà a convincerlo ad andarci, vissuto che può caratterizzare alcuni adolescenti. Penso che passare un messaggio maggiormente costruttivo possa essere utile per le comunità. “Se ci vado posso realizzare me stesso, far brillare il mio potenziale, mettere in essere le mie capacità, guadagnare bene, aver prestigio, … posso incontrare la ragazza/o giusta per me … metter su famiglia … fare spese intelligenti … esser solidale coi miei amici … mettermi a servizio della mia comunità o delle comunità …. Come posso aiutare i miei genitori quando saranno anziani e non potranno più fare da soli o non sapranno come interfacciarsi a questo mondo.”

- Il fenomeno dell’orientamento scolastico

Appartiene a coloro che non si trovano bene a scuola per ragioni culturali e valoriali condivise da quel gruppo di persone: ho sbagliato indirizzo/non è la strada giusta, o anche, nei gruppi di lavoro di ricerca, stanno trattando un tema che non è di mio interesse. In tal caso occorrono interventi di orientamento o riorientamento. Spesso in tali incontri si aiutano i ragazzi a riflettere in modo più complesso, utilizzando una mappa di suggerimenti che può permettere loro di costruire un percorso dotato di senso ed articolato, in modo specifico, per la formazione della propria persona.

- La promozione del benessere a scuola

Credo che compito degli psicologi che collaborano con e per la scuola sia anche quello di formare i docenti: all’ascolto, all’empatia e alla comunicazione sintonizzata con il mondo degli adolescenti. Il che vuol dire che:

a) non conta l'orario per definire l'efficacia di un atto formativo, a volte basta un'ora ben fatta per risultare significativi ed incisivi in termini di cambiamento;

b) talvolta non conta l'educatore/docente/psicologo quanto piuttosto la sua credibilità ed il potere informativo che può avere per quel giovane;

c) informare, sappiamo bene noi psicologi, non basta, occorre incidere sulle regole di gruppo e l'identità. Tema questo che chiama in causa anche la filosofia ed è proprio su queste che gli psicologi nella scuola possono tentare di intervenire. La comunicazione certamente è fondamentale, ma non essendo universalisti da secoli (ricordiamo che la disputa è stata vinta, per la storia, dai nominalisti), le parole sappiamo che non sono sufficienti per generare cambiamenti, e ahimè non basta nemmeno la drammaturgia teatrale, servono relazioni significative, se non addirittura l'applicazione di norme tenendo conto dell'emica di quegli individui singoli.

Fare educazione all’affettività e ai sentimenti. La simulazione di sentimenti si apprende. Se pensiamo a gran parte del nostro apprendere come ad una analogia: un "fare come se.." allora potremmo dire che anche la teorizzazione della soggettività (che avviene grosso modo nel '700 e che ci permette di pensare all'essere umano come ad un individuo dotato di un mondo interiore) è una ipotesi dell'essere umano interessante. Coloro che vi crederanno e riterranno vere parole e visioni, sentiranno e riconosceranno attorno a sé ed in sé emozioni e sentimenti. Certo occorre sempre chi li educa a farlo.

Riprendendo il titolo di un articolo pubblicato da Mario Maviglia, possiamo dire che “Educhiamo all'affettività mediante atti ipocriti”, ovvero simulati. E comunque meglio farlo che non intentare alcuna via.

Buona scuola a tutti!

 
Marzia Sellini è psicologa, psicologa scolastica e psicoterapeuta. Si occupa di prevenzione e promozione della salute nel contesto scolastico ed in quello familiare. In particolare si interessa ai piccoli e grandi problemi che possono insorgere nelle relazioni, durante tutto il ciclo di studi: dalla primaria, passando per secondaria, di primo e secondo grado, sino ad arrivare all’università ed il dottorando. In ambito privato svolge attività clinica con i singoli adulti e le coppie.











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