19 Giugno 2020, 06.39
Provincia
Psiche

Oltre la paura del contagio

di Marzia Sellini

Stiamo vivendo una crisi epocale. Crisi come queste per la storia si ripetono quasi in modo ciclico. Negli ultimi quaranta, cinquant’anni, abbiamo vissuto mutamenti degli assetti geopolitici, economici, sociali.


Abbiamo avuto grandi innovazioni tecnologiche ed acquisito, nel campo della medicina, molte conoscenze, tali per cui il tempo di vita delle persone si è molto allungato. (Marco Vinicio Masoni)

Solo per fare qualche accenno, dal dopoguerra prende forma la superpotenza Europea, i Paesi che la costituiscono si integrano, stessa moneta, stessa lingua, cadono i muri. La circolazione delle persone diventa libera. Imponenti spostamenti di persone e merci. La popolazione nelle grandi metropoli e città aumentata enormemente. Il senso del sacro perde rilevanza nella vita delle persone, non si vedevano più funerali nelle grandi città.

A Febbraio viene dichiarata l’emergenza sanitaria e decretato il blocco totale, il lock down delle attività. “State a casa” lo slogan gridato a gran voce dalla politica. Confusione e smarrimento possono aver caratterizzato l’esperienza di molte persone, non si capisce che sta accadendo.
Chiariamolo qui, il fine dello stop ai movimenti è stato quello di evitare che il numero di soggetti ospedalizzati, in terapia intensiva, fosse troppo elevato, rispetto ai posti realmente disponibili.

Inizialmente pareva un evento locale
, circoscrivibile, parificabile alla diffusione di un virus influenzale, la cui diffusione poteva essere contenuta, poi è stata comunicata l’allerta mondiale.
Ed è iniziata la ricerca sulle origini e cause del virus. Un virus salta specie è stato definito.

Nella storia abbiamo avuto tre grandi pandemie che hanno colpito gli esseri umani, la causa è sempre stata attribuita ad un batterio, un agente eziologico patogeno. La prima di esse fu la peste di Giustiniano che si diffuse da Costantinopoli a tutti i paesi che si affacciano sul Mar Mediterraneo nel VI secolo, la seconda è conosciuta come peste nera arrivò dall'Asia e dilagò in Europa intorno alla metà del XIV secolo per poi ripresentarsi ad intermittenza per oltre tre secoli, mentre la terza ebbe inizio in Cina durante la metà del XIX secolo.

Ma l’essere umano non è solo un essere riducibile al suo organismo, ci sono altre dimensioni che lo riguardano.
Non possiamo ridurre un essere umano ad un insieme di cellule parassite, patogene che si trasmettono da un organismo ad un altro. Il termine epidemia infatti è riduttivo, troviamo quello di “pestilenza” più adatto per indicare la complessità di fattori che interessano un essere umano. Termine che è stato utilizzato nella storia, per indicare genericamente una “sventura”, una “rovina”, alla quale si arrivava per il sovrapporsi di molti fattori.

Qualcuno inizia a chiedere se usciremo da questa situazione?

Posso dire con certezza che tutti ne usciremo, quel che non so dire e che può fare la differenza, è il come ne usciremo e soprattutto come ciascuno ne uscirà.
Viviamo tempi d’incertezza, detto ciò non smetto di fare l’ottimista ma non dico nemmeno che “tutto andrà bene” o che per tutti “andrà tutto bene”.
Qualcosa andrà bene, faremo quel che occorre fare per farla andare bene, qualcosa forse non andrà come ci aspettavamo. Se c’è un problema il problema è risolvibile, se non c’è risoluzione allora non è un problema.

Per andare bene, bisogna “fare”, secondo alcuni, per altri invece occorre “non agire”. Queste, in modo sintetico, le due grandi tradizioni filosofiche che si stanno disputando il futuro mondiale in questi tempi.
Va ovviamente specificato che s’intende per situazione, uscire da che cosa? Dall’epidemia, dalla pandemia? I virologi si interessano allo studio delle microcellule e dei calcoli statistici sui grandi sistemi.

Sappiamo che nei laboratori di vari Paesi del mondo, Cina, Germania, Stati Uniti, da decenni la scienza studia, teorizza la sequenza del Dna dei parassiti che si rendono ospiti nell’organismo e lo aggrediscono e valuta gli andamenti. Per far fronte a tali eventi occorrono dei piani sanitari locali, nazionali, europei e in questi tempi si sta tentando di crearne di mondiali.

La sfida sanitaria si gioca contro il virus nella comunità ma la salute pubblica si dibatte sulle relazioni dei membri della comunità, i quali comunicano utilizzano la parola “virus”, attribuendole senso e significato a partire dalle loro condizioni individuali e da quel che sanno.
Le nuove regole hanno comportato un cambiamento delle consuetudini e delle regole delle interazioni tra le persone ma hanno anche fatto sorgere problemi nuovi, paura che l’altro possa minacciare, timore che sia dannoso per il mantenimento della propria salute, dolore per la perdita dei propri cari.

Torneremo alla normalità?
Non sappiamo stabilire con certezza quali normalità emergeranno. Le libertà e regole d’azione della fase uno erano diverse da quelle della fase due.
E’ difficile pensare che il mondo con le sue norme, regole, gruppi, linguaggi e mezzi di comunicazione, ritorni ad essere com’era prima della crisi del Coronavirus.

La parola “norma” si riferisce ad un principio statistico. Che voglio dire? Intendo dire che è opportuno stabilire dei criteri statistici validi a seconda del tipo di definizione che viene posta. La normalità è un concetto statistico, per cui si definiscono “normali” alcuni soggetti che rientrano in un certo range di valutazione per particolare parametro.

Facciamo un esempio
, posso definire normali coloro che, quando leggono un testo, impiegano un tempo preciso, per ultimarlo e fuori norma coloro che non lo leggono nel tempo da me stabilito. Abbiamo normalità assolute in alcuni gruppi, quelli di coloro che ritengono gli uomini e donne siano tutti d’un pezzo, abbiamo poi normalità relative, quelle che valgono per gruppi ristretti e problemi particolari.
Facciamo un esempio, la mia velocità di lettura in un gruppo di accademici potrebbe risultare lenta, in un gruppo di docenti della scuola superiore potrebbe risultare adeguata. I criteri di lettura stabiliti da un padre contadino possono essere molti diversi da quelli stabiliti da un genitore, docente universitario. Oppure, in alcuni contesti, per esempio l’azienda, la scuola, gli ambienti pubblici, è ancora richiesto di mantenere una certa distanza fisica, in altri, come può essere la famiglia queste distanze possono essere accorciate.

Pensiamo all’importanza che ha il corpo di una mamma per il figlio, quanto è funzionale e necessario alla sua sopravvivenza che lei lo prenda in braccio, ne plachi il pianto con una carezza, lo baci per farlo sentire amato e voluto, gli sorrida col volto vicino, arrivando a quella distanza che definiamo intima. Lo stesso dicasi tra persone che sia amano.
Occorre quindi adeguare il proprio comportamento alla situazione.

Non abbiamo un trauma collettivo, perché non tutti hanno vissuto in egual modo le ultime settimane. Certo è che occorrerà fare i conti con i ricordi di comunicazioni e immagini di terrore e far fluire i sentimenti di solitudine e chiusura.
La comunità è un apparato vitale tanto quanto un essere umano: un corpo è una massa di organi, la comunità è una massa di interazioni. Solo se interagisci mantieni vitale una comunità.
Va detto che le tipologie di masse al suo interno sono diverse, pertanto occorrono azioni diversificate a seconda della natura della massa (Elisa Canetti “Masse potere”). Alcuni esperti avvertono, la frammentazione delle comunicazioni mette a rischio, non solo il risultato sanitario ma minaccia di creare contrapposizioni. A quel punto ognuno pensa per sé.

Entriamo allora nel campo dell’esperienza, nell’ambito dei vissuti personali e delle narrazioni dei singoli. I vissuti personali possono essere molto diversi e poiché ogni persona è unica e irripetibile.

Qualcuno si è sentito come in un carcere
, agli arresti domiciliari, senza aver commesso reato, qualcuno ha vissuto un profondo senso di colpa e ha avvertito la necessità di confidarsi, qualcun altro potrebbe essersi sentito profondamente solo, qualcuno si è sentito abbandonato, dimenticato, lasciato come un oggetto al margine della stanza, in un angolo, qualcun altro si è sentito derubare i propri affetti, si è sentito interrompere una relazione che stava sbocciando, qualcun altro ha vissuto il riemergere dei ricordi più profondi del passato, per qualcuno la morte e l’impossibilità di stare vicino ai propri famigliari può averli fatti sentire profondamente crudeli, impotenti e tristi, per altri il senso di morte, di buio s’è reso più profondo, qualcuno si è sentito tradito, qualcun altro usato.
Le storie con le loro evoluzioni semantiche e narrative sono tante.

Per qualcuno i pensieri saranno diventati un’ossessione
, per qualcuno la ricerca compulsiva di informazioni può aver fatto perdere la rotta e il senso del proprio cammino, per altri ancora la paura di essere contagiati può esser diventata così pervasiva da evitare di uscire ed incontrare anche i propri affetti.

Ricostruire, dando senso a queste storie personali ritengo sia fondamentale per poter raggiungere quel piano comunitario che altri vedono. Perciò occorre, per rompere alcuni schemi mentali e comportamentali, la consulenza e terapia psicologica.

dott.ssa Marzia Sellini
psicologa psicoterapeuta
Via Randaccio, n. 30
25128 Brescia (BS)
cell. 338/4581605
mail: marziasellini@gmail.com




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