10 Ottobre 2023, 10.00
Pertica Alta
Barbaine 3

Educare per costruire democrazia

di Monica Rovetta

Riportiamo integralmente l’orazione ufficiale pronunciata dalla prof.ssa Monica Rovetta questa domenica a Barbaine per ricordare i caduti della Brigata Perlasca


Un saluto caloroso a tutti i presenti, alle autorità, agli organizzatori di questa giornata, la Comunità montana Valle sabbia, il Comune di Pertica Alta, l’associazione FFVV Brigata Perlasca, alla delegazione della Brigata del popolo di Senago.
Nell’esprimere un vivo ringraziamento per l’onore accordatomi di prendere la parola in questa circostanza in cui si ricordano i caduti della Brigata Perlasca delle FFVV, vorrei innanzi tutto dedicare un pensiero riconoscente ad Agape Nulli Quilleri, staffetta partigiana delle FFVV, e presidente dell’Associazione per dieci anni, nel recente anniversario della sua dipartita il 1° ottobre 2019.

 Di fronte a questo paesaggio il pensiero corre a una protagonista silenziosa della storia resistenziale: la montagna.  
La montagna non dorme.
La montagna, rifugio precario strettamente dipendente dal variare delle stagioni, diventa luogo di una storia collettiva in cui, malnutriti, male armati, ai ribelli per poter sopravvivere è richiesto di rinunciare all’importanza dell’io.

La montagna, non solo luogo dove rifugiarsi per mettersi al riparo dalle persecuzioni fasciste, ma essa stessa testimone, parte in causa, personaggio attivo e personificato di una epopea, anche proprio a partire dalla sproporzione di mezzi, condizioni di comodità, sicurezza, abilità tra le forze militari regolari e le bande partigiane.  Muta presenza propiziatrice di una zona franca, a volte ostile nelle difficili condizioni metereologiche, tanto da dover essere abbandonata nei periodi invernali.
Nella sua maestosità, solenne assertrice delle ragioni incontrovertibili di una parte e dei torti inappellabili dell’altra.
Dove, oltre le parole, si ricompone il silenzio.

Il silenzio dell’aiuto offerto dai contadini e valligiani di lassù al sostentamento in vita dei giovani ribelli, o nell’accompagnamento con la preghiera pietosa e nel rito funebre di commiato per quelli caduti sotto i colpi dei loro persecutori.

 Dopo l’8 settembre, prigionieri di un occupante ostile illegittimamente sostenuto da una feroce dittatura in molti non accettarono questo stato. Nella guerra diventata guerra civile, la sopraffazione e l’uso sistematico della violenza minacciata o agita come strumenti di controllo e di comando provocarono il rifiuto prima e la resistenza anche armata poi di tanti uomini, giovani e meno giovani, e il loro affiancamento da parte di tante giovani donne. La salvaguardia della propria dignità di uomini e di cristiani venne prima di tutto, prima della stessa vita e perfino prima del vincolo degli affetti più cari (Preghiera del ribelle). La domanda di libertà allora trovava risposta negli stessi uomini e donne coraggiosi che l’avevano posta e si traduceva non solo nel radicale rifiuto a collaborare con un regime nemico, ma si declinava anche con le parole “dignità, rispetto anche del nemico, rifiuto dell’odio”: quante volte tra loro veniva ripetuto che il nemico era il fascismo, non il fascista, per quanto assassino e inutilmente crudele verso i partigiani. Emerge dalle pagine del Ribelle, dai memoriali o dalle lettere dei condannati dopo la cattura.

Certamente, a sostenere gli uomini delle FFVV, la formazione partigiana più diffusa nelle valli bresciane, nel difficile confronto con il tema della violenza, inevitabile conseguenza del rifiuto a obbedire a un’autorità ingiusta, c’erano grandi figure di sacerdoti. Tra i traguardi spirituali più alti ci sono le pagine del Manifesto della Resistenza cattolica, scritto nella primavera del 1944 da padre Luigi Rinaldini, filippino dell’Oratorio della Pace, insieme a don Giacomo Vender e a don Giuseppe Almici proprio allo scopo di creare una sorta di inedito magistero per i ribelli, cattolici e non. “I cittadini migliori […] devono preoccuparsi che il movimento di resistenza non diventi a sua volta fonte di ingiustizia e di mali; […] bensì hanno il dovere di preoccuparsi che la loro azione avvenga secondo giustizia, per amore della Patria e dei fratelli, non per odio”.

Come devono essere risuonate dense di significato le parole del Vangelo “Non sono venuto per condannare ma per salvare”
È dunque un paradosso quello che ci viene insegnato da loro: impegnati in una guerra sporca, asimmetrica anche nel ricorso alla violenza, eppure capaci di trasformare il significato di gesti bellicosi, convertendoli, nei limiti consentiti dalla situazione difficilissima, in gesti preparatori del terreno atto a una convivenza democratica.

 La resistenza dei ribelli, infatti, necessariamente armata combattendosi nell’ambito di  una guerra civile non provocata da loro, è attraversata e compenetrata da una non meno presente resistenza disarmata:  armata per l’uso obbligato delle armi, come difesa  contro i soprusi e le atrocità degli occupanti e dei repubblicani; risposta alla situazione drammatica del momento e subordinata  temporalmente ad una  fase storica  straordinariamente grave; ma  disarmata nella coscienza, nelle intenzioni, nelle finalità, nella misura con cui la stessa resistenza armata fu esercitata verso il nemico; nel modo in cui viene inteso il nemico: risposta all’istanza di prefigurare un futuro di pace, di prepararla, di desiderarla, di immaginare una convivenza civile fondata sul rispetto, sul diritto, una società giusta insomma.
Anche in quei frangenti straordinari il fine non giustifica i mezzi: i mezzi sono regolati dal fine mitigatore dei mezzi stessi; non vi è cesura, ma compenetrazione.

Dunque quando si parla di resistenza disarmata non si pensi solo a quella che si è svolta senza armi: la resistenza civile delle donne soprattutto, la resistenza degli abitanti delle zone presidiate dai ribelli, i quali, offrendo sostentamento, permisero loro di sopravvivere e di svolgere la loro azione di guerriglia; quella disarmata degli internati militari, ma si pensi anche a quella dei ribelli veri e propri, che impugnavano le armi, ma erano disarmati nello spirito.

Oggi, in tempi di pace in cui l’uso delle armi è appannaggio dello stato, una toccante testimonianza del significato di resistenza disarmata ci viene dal capo dei vigili del fuoco di New York, Daniel Nigro presente all’attacco terroristico alle Torri Gemelle, ospite   a Brescia nel ventiduesimo anniversario di quella strage. Riferendosi a quella e alla strage di piazza della Loggia sottolinea: “Quello che unisce questi eventi è la causa profonda che li ha prodotti, ovvero l’odio che genera morti”. Viceversa, la risposta di cui lui si è fatto portavoce, anche in questo non dissimile dalla resistenza civile data dalla città di Brescia, è una vigilanza democratica e un servizio di protezione disarmata alla popolazione, una risposta basata sulla resistenza all’odio.

Troppo facile mostrarsi giusti verso chi era dalla parte giusta. Più arduo ma non per questo meno indispensabile ricercare una pacificazione degli animi.  Molti degli atteggiamenti e delle scelte di moderazione di allora, nell’uso delle armi, nel trattamento dei nemici, prese in condizioni di estrema privazione e di grande pericolo, non sono meno urgenti e necessarie oggi, in un regime di libertà democratiche e di relativa tranquillità, proprio per tutelare queste stesse condizioni di pace, garantite solo se ispirate a giustizia.

L’eredità della Resistenza, da cui discende la Costituzione, ci pone davanti al tema della democrazia incompiuta o della Resistenza incompiuta di cui parlava Lionello Levi Sandri, già comandante delle FFVV, nel 1984, nel discorso per il 40° della Liberazione, soprattutto nel campo della giustizia sociale; o il sindaco Del Bono al Mortirolo il 3 settembre 2019:
“La guerra di Liberazione […] non ci ha consegnato una Costituzione compiuta, né un Paese democraticamente compiuto ma piuttosto un obiettivo di Paese, un’idea di Paese”.

Che non bastasse la parola “democrazia” per immaginare il migliore dei mondi possibili, era ben chiaro agli uomini e alle donne della Resistenza. Già L. Bianchini, dalle pagine del Ribelle si interroga su quale forma di democrazia debba essere assunta a modello.
Nel numero 18 del 1° dicembre 1944 affronta il tema della giusta definizione della parola “democrazia”, non trovandone una corretta realizzazione nelle forme a lei contemporanee: “Non guarderemo agli Stati Uniti e all’Inghilterra, dove regnano il dollaro e la sterlina, padroni non meno feroci e implacabili di altri dittatori; non alla Francia, dove il parlamentarismo parolaio è stata una delle cause della disfatta, dello sfasciarsi di tutta la nazione; non all’Italia e alla Germania i cui regimi sappiamo troppo bene che cosa valgono; non alla Russia, dove un partito solo guida i destini di un popolo immenso, sia pure – come apparentemente da noi, per tanti anni – consenziente e plaudente.
La democrazia che noi ci sentiremo di difendere e di servire non è, dunque, un regime storico e, comunque, già realizzato, almeno nelle sue grandi linee, entro i confini di qualche stato; è, invece, qualcosa di soltanto sognato, accarezzato nel pensiero di pochi, realizzato ancora da nessuno.”

Per costruire la democrazia occorre prima costruire gli uomini.
Una delle preoccupazioni più assillanti dei ribelli era l’impegno per l’educazione personale per una società civile nuova, ispirata ad un’alta moralità, secondo un’idea ardua di libertà: lì si erano già costruiti uomini nuovi.
Ecco perché già per il biennio 1943-1945, nel buio delle tenebre più fitte, si può parlare di inizio della fase di ricostruzione, se per ricostruzione si pensa anche ad una dimensione immateriale, fondata sulla ricostruzione delle coscienze, e sulla capacità straordinaria di immaginare la luce di una società rinnovata da parte dei ribelli nascosti sui monti.

 Ma tra questi monti non possiamo non ricordare anche l’altissimo tributo offerto ad un pensiero di pace da parte del vicecomandante del gruppo “S4” della Brigata Perlasca, Emi Rinaldini, con le sue riflessioni contenute nel Diario, ma ancor più con la sua testimonianza quotidiana racchiusa  nella sua breve vita, interpretata da lui, già entusiasta educatore e maestro prima di salire in montagna, come un apostolato educativo non solo nelle aule, ma in ogni ambiente, compreso il gruppo di partigiani posto sotto la sua guida. E la sua fine appare simile all’esperienza del martirio cristiano, alla maniera di un agnello sacrificale, quasi da lui stesso previsto, come appuntò nel diario nel novembre 1942.

Sovraordinata a tutto il resto negli scritti di Rinaldini, e nelle  pagine del Ribelle, in generale nell’ambiente gravitante intorno alle FFVV,  è l’istanza educativa, un dovere  riferito prima a se stessi, come ricerca di un incessante autoperfezionamento interiore fondato su uno scandaglio spirituale, un lavoro continuo e in autonomia  sulla propria interiorità, che stupisce ancor più in un contesto confessionale, quale quello del cattolicesimo italiano del tempo, in cui l’educazione del popolo cristiano era gelosamente esercitata dal clero; o meglio, stupirebbe se non conoscessimo il fecondo retroterra religioso e spirituale dell’ambiente bresciano, in particolare l’Oratorio dei Padri della Pace.

Mentre, al contrario, non cessa mai  di stupire il contrasto tra gli anni verdissimi di tanti giovani delle FFVV e di Rinaldini  tra questi (morto a 23 anni), e lo straordinario livello di maturità conquistato, l’alta consapevolezza del proprio compito di vita, l’obbligo morale di modulare il proprio destino personale con i destini collettivi, elemento integrale di una adultità, nutrita di un amore per la libertà  imprescindibilmente connesso con un senso di responsabilità verso la storia e verso il bene di tutti e di ciascuno; ancora L. Bianchini, ragionando sui contenuti fondanti la democrazia osserva: “Noi crediamo la libertà come mezzo offerto alla persona di esercitare la sua responsabilità nello scegliere il proprio destino e nel servirlo. La libertà non è un fine, ma una condizione dell’azione” (“Il Ribelle”, 1/12/1944).
Ed Emi Rinaldini parla di una pedagogia della guerra come di una pedagogia del dolore.

 Impegno educativo dunque è la chiave di volta, ancora durante l’imperversare della guerra civile, nella immaginazione della società futura, un impegno che deve riguardare sé stessi ma anche tutti i futuri cittadini; un tirocinio educativo che non può prescindere da un’educazione alla libertà, dopo decenni di assopimento sotto il regime della dittatura.
Ripropongo la frase di Giuseppe Mazzini riportata nell’intestazione dei primi numeri dei Quaderni del Ribelle: “Più della servitù temo la libertà recata in dono”, insieme al motto “Libertà, giustizia, solidarietà”.

Alla scuola perciò era attribuita una centralità strategica non solo per risolvere il problema dell’analfabetismo strumentale, ma anche per promuovere una alfabetizzazione civile.
 
 Se rifletto su quanto era importante per i i ribelli delle FFVV la figura del maestro, dell’educatore nella costruzione di una società di uomini liberi e di cittadini maturi, non posso non rilevare quanto è differente la considerazione sociale in cui è tenuta oggi la scuola e la figura dell’insegnante. Lo stesso presidente Mattarella, nell’inaugurare questo anno scolastico a Forlì, il mese scorso, ha invitato a lavorare per accrescere il prestigio sociale degli insegnanti, essendo essi oggi ancor più strategici nell’ indispensabile opera di cura in questo momento di vera e propria emergenza educativa; c’è bisogno di un di più di scuola che pare non sufficientemente avvertito dall’opinione pubblica, mentre era ben chiaro agli uomini della Resistenza.

Forse, a cinquant’anni dalla “Lettera ad una professoressa” scritta dagli alunni di Barbiana, è arrivato il momento di rispondere   con una “Lettera da una professoressa”.
 La scuola: seppur non messa nelle condizioni di soddisfare le domande sempre più esigenti poste dalla società, si conferma infatti come uno dei pochi luoghi di presidio democratico che cerca di resistere al disorientamento delle nuove generazioni e che faticosamente porta avanti le proprie finalità di formazione di cittadini responsabili del bene comune. Già oggi ne abbiamo un bell’ esempio con la presenza degli studenti dell’Istituto Perlasca, così attento a trasmettere un’eredità storica, ad attualizzarla per renderla significativa per le nuove generazioni.

 Tra i suoi compiti principali era e rimane decisiva l’educazione all’uso della parola, forse, meglio, una rieducazione.
Perché anche le parole possono tradire, per esempio nel modo di raccontare la storia se, anziché esprimere un’operazione di verità, operano un sequestro della storia, il quale a sua volta, non può non generare una memoria divisa. “Bisogna scegliere con cura le parole da non dire”; optare per una “parola disarmata”, come quella dei “Ribelli per amore”.
Invece oggi abitiamo uno strano tempo di pace: non c’è una lotta armata, ma nella maggioranza dei casi si coltivano pensieri armati, agguerriti: situazione esattamente opposta a quella dei ribelli. Forse perché oggi prevale un sentimento di paura che dovrebbe essere contrastato da coloro che sono alla guida del paese.

Alla scuola grava la responsabilità verso le giovani generazioni di ridare uno sguardo di fiducia al proprio futuro.  Per esempio, a fronte  di un eccessivo spirito di competizione individualistica, nel saper  raccogliere una delle  eredità storiche  più preziose dei giovani ribelli  racchiusa nelle parole “Tutti e insieme”: loro ci hanno insegnato che da soli non ci si salva dal feroce infierire del potere nazifascista: come  ricorda  lo struggente episodio della fine del giovane ribelle Tita Secchi (rievocato recentemente anche da Eugenio Baresi), che rinuncia alla sua liberazione  e si fa fucilare  con i compagni, non  volendo salvarsi da solo, portando fino  in fondo l’apprendistato di una sorte condivisa, esercitato sui  monti tra la Val Trompia e la Val Sabbia. Quanti altri, dopo l’arresto, hanno taciuto anche dopo efferate torture, per proteggere i compagni. Solo nell’esperienza embrionale di una comunità di destino c’è speranza di sopravvivenza alla durezza della vita da ribelli, o speranza di salvezza nella fine da condannati: un’altra scoperta avvenuta nella condivisione dei bivacchi tra i monti e che è indispensabile disseppellire, perché torni a insegnare a noi, uomini dell’oggi afflitti da un inguaribile narcisismo, una lezione di vita dimenticata.



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