27 Gennaio 2021, 07.15
Eco del Perlasca

La reale economia fascista

di Tommaso Franzoni

Molte sono le false opinioni che circolano sul modo di gestire l’economia da parte del Regime. Forse è meglio vederci più chiaro in merito


Il ventennio fascista è ricordato da molte persone come uno dei periodi storici più brillanti della penisola italica.
Quante volte sentiamo dire: “Mussolini ha reso ricca l’Italia”, oppure: “Mussolini ha creato e stabilizzato le pensioni”? Troppo spesso.
Le affermazioni come quelle appena stilate sono problematiche, in quanto non conformi alla realtà.

Secondo il gerarca nazista Joseph Goebbels
, se si ripete una bugia cento, mille o un milione di volte, la menzogna diventa realtà.
Per evitare che il presagio di un uomo ripugnante come Goebbels, colpevole della morte di migliaia di innocenti, abbia a realizzarsi, è fondamentale smentire le innumerevoli bufale che circolano ancora dietro il fascismo.

Una delle caratteristiche più ambite è la ricchezza
e, secondo alcune opinioni, l’Italia nel ventennio fascista era “ricca” e “prosperosa”, un Paese dove tutti stavano bene, dai giovani agli anziani, da nord a sud.
Con questo articolo voglio dimostrare che le politiche economiche, attuate dal Partito Nazionale Fascista, sono state a dir poco disastrose e hanno contribuito alla disfatta durante la seconda guerra mondiale, dove sono morti più di 300mila soldati.

La prima fake-news da sfatare è la famosa locuzione della pensione: “Mussolini ci ha dato le pensioni!”.
L’attuazione del pagamento di una somma, da parte di enti pubblici, a chi abbia cessato la propria attività lavorativa per raggiunti limiti di età è attribuibile ad una legge del cancelliere tedesco Otto Von Bismarck, che visse nel XIX secolo.
Il primo sistema previdenziale di garanzie pensionistiche fu adottato in Italia nel 1895, durante il Governo Crispi.

Il Decreto del 21 febbraio 1895 prevedeva che i militari ed i dipendenti pubblici avessero diritto ad una forma di copertura previdenziale, durante malattie o vecchiaia.
Tre anni dopo, l’esecutivo guidato da Pelloux emanò la Legge 350 del 1898 che prevedeva la pensione per altre categorie di lavoratori.
Dopo la grande guerra, nacque la Cassa Nazionale per le assicurazioni sociali che diede la possibilità a chiunque di ottenere una pensione.
Oltre a ciò, l’adesione al sistema dei versamenti fu imposto a tutte le attività lecite.

Con l’instaurazione del Regime
, il Ministero del lavoro e della previdenza fu abolito, accentrando le funzioni verso il Ministero del tesoro.
La Cassa Nazionale per le assicurazioni sociali venne affidata a uomini di fiducia che ne allargarono i compiti, come ad esempio l’introduzione delle assicurazioni per i malati di tubercolosi nel 1927.
Nonostante l’aumento dei compiti, i fondi destinati alla Cassa non aumentarono, causando difficoltà sin da subito, tanto che il Consiglio di amministrazione si lamentò duramente con il Governo.

Nel 1933 la Cassa cambiò il nome in INFPS, ossia Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale, con il termine “Fascista” a solo scopo propagandistico.
Inoltre, in caso di necessità, il Regime poteva prelevare fondi dall’Istituto senza limiti, cosa che fece per fronteggiare le spese militari.

Ora, dopo aver trattato le pensioni, cerchiamo di riassumere le politiche economiche e finanziarie del Duce.
Nel 1922, quando Mussolini prese il potere, l’Italia era in piena crisi post-bellica.
Il debito pubblico era esploso da 15 miliardi di lire del 1914, ai 92 del 1921, vale a dire un incremento del 429% .
Dopo tre anni di Governo fascista, si ebbe il pareggio di bilancio, tanto reclamato della squadra di Mussolini.

Tuttavia, il merito non fu del Duce, ma di altre disposizioni che l’esecutivo precedente al Fascismo aveva progettato e che gli uomini di Mussolini avevano seguito, come riconobbero alcuni economisti.
Fra questi, Giorgio Mortara stimò nel 1922 che il pareggio di bilancio sarebbe arrivato 1 anno prima rispetto al risultato finale.
I titoli di Stato erano detenuti dal Regno Unito e dagli States, che insieme possedevano circa il 99% del totale.
Il Governo liberale trattò con le due Nazioni, ottenendo un sostanzioso decremento sui tassi d’interesse che portarono alla diminuzione della crescita del debito già nel 1922.

Mussolini, nel suo primo mandato, scelse Alberto De Stefani, che proseguì il progetto liberale, anche con scelte inopportune, come l’aumento delle tariffe per i treni e la riduzione del personale pubblico.
Per risolvere la situazione finanziaria del paese, De Stefani tentò di aumentare le imposte delle grandi imprese, causando l’ira di Confindustria, primo sostenitore del Regime, che si lamentò con i vertici del potere, concludendo con il licenziamento dell’economista.

La battaglia economico-finanziaria più famosa di Mussolini fu “Quota 90”, ovvero l’espressione che indicava l’obiettivo di rivalutare la moneta nazionale, volta a raggiungere il cambio di 1£ a 90 lire.
Il vizio della moneta forte innescò inevitabili conseguenze.
La sterlina era la valuta più forte del pianeta, ma il Regno Unito aveva un’economia in grado di sostenerla, molto diversa rispetto a quella italiana.
L’intento fu raggiunto nel 1927 e rese la classe media più povera: di fatto, gli stipendi diminuirono di circa il 20%, ma i prezzi dei prodotti non scesero.
Al contrario, i grandi imprenditori ottennero una moneta più potente, che consentì loro di acquistare beni all’estero a costi più bassi.

La batosta finale del decennio arrivò nel 1929 con la Grande Depressione che, in poco tempo, mise in ginocchio l’intero sistema finanziario italiano, le società che esportavano beni ed il mercato interno, già in una situazione difficile dovuta a “Quota 90”.
Lo Stato, per far fronte alla crisi, finanziò le attività in difficoltà tramite l’IRI (Istituto Ricostruzione Industriale), fondato nel 1933, salvando momentaneamente le imprese.

Nel 1934, l’IRI controllava circa il 21% delle attività economiche dell’intero Paese, mentre la restante parte delle aziende in crisi fu assorbita dai grandi gruppi di capitalisti, legati al Regime.
Questa forma economica è chiamata “Terza Posizione”, ovvero un ambiente dove lo Stato italiano si ritrovò legato al corporativismo, danneggiando la libertà economica.

In politica estera, l’atteggiamento militare del Regime, ritenuto aggressivo dalle grandi potenze mondiali, obbligò l’Italia ad un isolamento commerciale, dando vita ad una Nazione autoproduttiva.
L’autarchia portò ad un degradamento progressivo dell’economia del Paese, poiché l’Italia era una Nazione povera di materie prime, fondamentali per lo sviluppo industriale.

L’occupazione di territori in Africa non aiutò le casse dello Stato, anzi, peggiorò solo la situazione: il conflitto in Spagna, la conquista di Etiopia ed Eritrea e il mantenimento della Libia, costarono il 67% in più di spese militari rispetto alla prima guerra mondiale.

In conclusione, il ventennio fascista impoverì l’Italia; basti pensare che oggi il reddito medio di un cittadino italiano è il 90% rispetto al reddito medio di un cittadino dei Paesi ricchi nordeuropei, mentre durante il regime mussoliniano, fu il 33% rispetto allo stipendio di un francese e meno del 20% rispetto a quello di un britannico.

Il Fascismo fu un periodo di recessione economica che portò la nostra terra alla rovina, oltre ad essere un crimine, per il fatto che uccise migliaia di persone innocenti nei campi di sterminio.

Se sei patriota, come sostengono alcuni esponenti politici d’Italia, a mio giudizio, in base alle considerazioni qui esposte, non puoi che vergognarti dell’Italia nera.

Tommaso Franzoni
 


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