18 Marzo 2021, 10.11
Blog - Filosoficherie

«Al cuor si deve comandare»

di Pseudosofos

Avreste mai pensato di poter filosofare durante un tranquillo bagno in vasca? Chissà in quali pensieri è assorta l’anima di chi ama la filosofia mentre il suo corpo viene purificato in acqua calda e profumata...


“Al cuor non si comanda!”, recita il ben noto proverbio.
Sebbene non si tratti di un’indicazione medica, allusiva dell’autonomia del miocardio, la metafora supposta potrebbe essere appropriata: come il battito cardiaco è autonomo, allo stesso modo lo sono le nostre intense emozioni sentimentali, quelle appunto associate alla parola “cuore”.
Non è possibile, infatti, secondo un simile modo di pensare, dar comandi al cuore, quando abbiamo perso “la testa” per colpa della passione.

La manichea lotta fra il cuore e la testa, fra l’emozione e la ragione, diventa così una legge eterna di fronte a cui tutti noi mortali siamo costretti ad inchinarci.
Coloro che seguono i sentieri della ragione e dell’intelligenza dovranno inevitabilmente sacrificare le loro emozioni; al contrario, chi segue il suo cuore, sarà in balia di potenti passioni, la cui logica è l’irrazionalità. In nessuno dei due casi, comunque sia, si potrà mai comandare al cuore: o lo si seguirà, abbandonandosi ad esso, o lo si ignorerà, immolando i suoi impulsi sull’altare del buon senso.

L’altra sera, mentre facevo un rilassante bagno, pensavo a questa diatriba fra cuore e mente.
Mentre il mio corpo era rilassato e scaldato dall’acqua, la mia ragione era impegnata nella lettura della “Critica della ragion pratica” (1788) di Immanuel Kant.

Ora, mi rendo conto che ai puristi degli studi filosofici potrebbe sembrare irriverente leggere un così degno testo mentre ci si trova in una vasca piena di schiuma. Libri simili, secondo costoro, andrebbero meditati la sera tardi e a lume di candela, dietro uno scrittoio antico di almeno 200 anni.

Ciò nonostante, a chi avesse ancora il gusto per il pensare disinteressato, faccio notare che la nostra anima è siffatta da non aver bisogno di particolari posture del corpo per esercitare i suoi propri uffici. A meno di credere, molto insensatamente, che appoggiare le proprie natiche su una sedia d’epoca, permetta all’anima di concentrarsi meglio di quanto non lo possa fare quando esse sono sdraiate al caldo, sott’acqua.

Ebbene, mentre un gradevole profumo di erbe si univa al vapore esalato dalla vasca, giungo al punto della “Critica” in cui Kant afferma che il vero amore può essere solo comandato. Infatti, osserva Kant, il più grande maestro di umanità della storia, ovvero Gesù di Nazareth, ha comandato ai suoi discepoli di amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come se stessi.

Comandare di amare? Ma come è possibile? Che insegnamento è mai questo? Non sarà la solita trovata, tipica dei filosofi, che ricercano l’originalità del pensiero e poi la nascondono dietro parole difficilmente comprensibili a chi ha un cervello umano standard-medio?
Lasciamo per un attimo sullo sfondo i sospetti verso chi si occupa di filosofia e facciamo attenzione a quanto Kant intende comunicare.

A suo giudizio, esiste un amore, di cui maestro è stato Gesù, che deve esser comandato. Di che amore si tratta?
Anche se Kant non usa questa parola, è evidente che sta facendo riferimento alla “carità”.
La carità, a suo giudizio, è un amore che si agisce su spinta del rispetto di un comando e non perché si prova un’emozione o un’inclinazione passionale o affettiva verso qualcuno. La carità non è, quindi, mossa dal desiderio, né dal sentimento, né da motivazioni filantropiche. Essa è un agire nel rispetto di un imperativo divino. Del resto, osserva Kant, come sarebbe possibile provar dei sentimenti verso un Dio che nessuno ha mai visto né toccato?

Un gesto caritatevole non è, quindi, mosso da simpatia verso colui cui lo si rivolge.
Non è nemmeno motivato dall’ottenere il proprio vantaggio. Neppure, è agito in vista dell’accrescimento della propria buona fama.
Men che meno, infine, è espressione di una passione incontrollabile ed indomabile. Infatti, la simpatia, il desiderio dell’utile o della fama e le nostre irrefrenabili pulsioni sono tutti quanti moventi collegati all’amore di sé e alla ricerca della propria felicità e soddisfazione.
L’amore di sé, secondo Kant, è un principio egoistico: ciò che si vuole ottenere è il proprio benessere (in Tedesco “das Whol”), non ciò che è buono (in Tedesco “das Gutte”).

Kant è talmente persuaso
che l’amor di sé si stia sostituendo alla carità, unica vera espressione della legge morale, tanto che in una nota a piè di pagina scrive: “Un singolare contrasto forma con questa legge il principio della propria felicità, che alcuni vorrebbero erigere a principio supremo della moralità. Esso suonerebbe così: ama te stesso sopra ogni cosa, e Dio e il tuo prossimo per amor di te”.

Consideriamo ora i messaggi che riceviamo ogni giorno dalla Tv, dai social media e anche nelle conversazioni quotidiane.
Quante volte ci viene detto: “Pensa anzitutto al tuo benessere e poi agli altri!”, oppure: “Prima ama te stesso, poi amerai anche il prossimo”, e frasi simili.
Riflettendoci con calma, condizione che, vi assicuro, è facilitata dal trovarsi nell’acqua calda, forse la lezione di Kant può essere istruttiva, anche per chi non l’ha appresa mentre si faceva un bagno rilassante.

Agire senza comandare al cuore significa preoccuparsi solo di sé stessi, andando a cercare negli altri quello che può appagare un nostro bisogno di accudimento, di attenzione, di successo, di ricchezza, ecc... Si tratta di un agire vincolato a pulsioni a cui ci si abbandona, divenendo schiavi di esse.

Se, al contrario, qualcuno volesse seguire le indicazioni di Kant, cominci a pensare che al suo cuore deve comandare, in ossequio alla legge morale e nel rispetto della carità evangelica. Il risultato delle azioni potrebbe non essere il piacere personale o quel godimento che ci si aspetta tramite l’appagamento di un bisogno.
Ma, di certo, comporterà la coscienza di aver agito in libertà, senza sottostare alla logica di inclinazioni e di impulsi sentimentali, che rendono dipendente l’anima umana. Infatti, un cuore a cui non si può comandare è, alla fine, un cuore incatenato dalle emozioni, un cuore costretto in ciò che prova e sente, in balia delle tempeste che lo ingannano, lo illudono e, alla fine, lo fanno sanguinare a causa dei morsi dolorosi della passione.

Comandare al cuore significa dunque rassegnarsi a non poter provare piacevoli emozioni? Certamente no.
Significa solo non far diventare la ricerca di emozioni lo scopo per cui si agisce. In questo modo, anche il semplice farsi un bagno, con tutti i suoi tratti di piacevolezza, può essere espressione di carità per chi farebbe volentieri a meno di lavarsi... se non calcolasse che il prossimo a lui vicino merita di non sentire le spiacevoli flatulenze dipendenti dalla scarsa igiene personale.

Esiste quindi un “bagno giusto”, nella prospettiva di Kant, che deve essere così comandato: “Lavati! È un tuo dovere verso il prossimo non puzzare!”.
Sarà per questo motivo, che Gesù stesso si fece detergere i piedi con prezioso olio profumato da una prostituta, mentre i suoi discepoli inorridivano al pensiero di quale donna lo stesse toccando e Giuda lo rimproverava dello spreco di denaro che quel gesto comportava?

Perciò, chi ha l’anima per intendere... in vasca con Kant, gli altri continuino a puzzare di amor proprio!

Pseudosofos

.nella terza foto: Immanuel Kant




Commenti:
ID82511 - 19/03/2021 15:58:24 - (Leretico) - Il bagno giusto del giusto

Agire seguendo un imperativo divino, non per ottenere qualcosa, ma per essere degni della vita, mi sembra un nobile atteggiamento. Soprattutto perché si riconosce nella volontà qualcosa che ha già in sé, nel suo profondo, ossia l'indicazione di ciò che sta sopra di lei e contemporaneamente in lei. Tuttavia la volontà cerca di scalzare ciò che ritiene dominante per sostituirvisi. E vive nell'eterna lotta tra il senso del divino che è in lei e la distruzione di quello stesso divino, quasi in forma edipica. Il giusto, in bagno oppure fuori dal bagno, riconosce nella volontà questa sua contraddizione e indica la strada, ossia il riconoscimento di questa situazione. Un nuovo modo di vedere il mondo.

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