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01 Aprile 2018, 09.40

Blog - Maestro John

E ti vengo a cercare

di John Comini
La fede. O ce l’hai o non ce l’hai. Non c’è niente da fare. A me l’ha regalata mia mamma. Ma conosco un sacco di belle persone che non credono in Dio…

Da ragazzo discutevamo per sere intere fuori dall’Oratorio: “Ma come fai a dire che Dio esiste, l’hai visto ancora?” “E allora tu come fai a dire che non esiste? Sai che esiste il Polo Nord anche se non l’hai mai visto veramente!” Poi c’era la faccenda della scommessa di quel filosofo, come si chiamava? Pascal (come il bravo mago del mio paese). Il suo ragionamento era: se Dio esiste, c’è la salvezza. Se ci sbagliamo, in ogni caso si è vissuto un’esistenza degna rispetto alla consapevolezza di finire nella polvere del nulla. Quindi tanto valeva credere. E poi c’era Kant: Il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me. Ma c’è anche il proverbio bresciano che dice “La coscienža l'è come 'l catigulì, ghè chi la sènt e chi nò” (La coscienza è come il solletico, c’è chi la sente e chi no). Lo scienziato Carlo Rovelli in un’intervista ha detto: “Diverse persone mi hanno chiesto perché dico che non credo in Dio. Ecco la mia risposta. A me non piacciono quelli che si comportano bene per paura di finire all’inferno. Preferisco quelli che si comportano bene perché amano comportarsi bene.”

Georges Bernanos, nel suo  Diario d’un curato di campagna, scriveva: “E’ più facile di quanto si creda odiarsi. La grazia è dimenticare….Vi saranno sempre dei poveri in mezzo a voi, per la ragione che vi saranno sempre dei ricchi, cioè degli uomini avidi e duri che cercano non tanto il possesso quanto il potere.”
E il cantante Zucchero in un’intervista:
-Zucchero, le fa paura invecchiare?
"Mi fa girare i coglioni. Amo ancora le piccole cose della vita, le giornate di primavera, quando nel mio parco ci sono gli alberi in fiore. Per ora sono ateo e perciò quando farò centouno, da noi morire si dice così, queste cose non le vedrò più. Sarà un peccato. Davvero, a volte vedo un vitellino appena nato, o le paperine che vanno dietro alla mamma, e mi chiedo se è stata la natura o Dio».
-Per chi crede è più facile?
«Sì, perché per loro di là è più bello che di qua. Lo chiamano paradiso mica per caso, si dice o no: “Quel posto è un paradiso”. Ma se uno ancora non crede…».
-Perché dice “ancora”?
«Perché ho visto mio padre cambiare idea. Eravamo in bassa Emilia, terra rossa. Quando lui era giovane e il prete veniva a benedire la casa per Pasqua, diceva a mia madre: “Mandalo via”. Poi ha avuto una brutta malattia progressiva. È arrivata di nuovo Pasqua, il prete è tornato e lui ha detto a mia madre: “Fallo venire dentro”. Si è alzato e si è fatto il segno della croce».
-Che cosa ha imparato da quella storia?
«Forse aveva pensato che non gli rimaneva molto tempo, e che è meglio non presentarsi sprovvisti. Oppure gli è arrivata un’illuminazione. Ecco perché dico: per ora. La vita, non sai mai come ti prende. O come hai bisogno che ti prenda. A me l’idea di far centouno mi fa girare i coglioni, perché questa vita non mi basta».

E lascio i giramenti vari per ascoltare la bellissima canzone di Battiato…

 “E ti vengo a cercare anche solo per vederti o parlare
perché ho bisogno della tua presenza, per capire meglio la mia essenza
Questo sentimento popolare nasce da meccaniche divine
un rapimento mistico e sensuale mi imprigiona a te
Dovrei cambiare l'oggetto dei miei desideri
non accontentarmi di piccole gioie quotidiane
fare come un eremita che rinuncia a sé
E ti vengo a cercare con la scusa di doverti parlare
perché mi piace ciò che pensi e che dici
perché in te vedo le mie radici
Questo secolo oramai alla fine, saturo di parassiti senza dignità
mi spinge solo ad essere migliore con più volontà.
Emanciparmi dall’incubo delle passioni
cercare l’Uno al di sopra del bene e del male
essere un’immagine divina di questa realtà
E ti vengo a cercare perché sto bene con te…”

In questi giorni di Pasqua, tra colombe che volano a stento in mezzo ai bombardamenti e alle cannonate, penso alla faccenda del perdono.

Una delle parabole più belle è quella del Figliol Prodigo: quando l’ascolto mi commuovo, al pensiero di quel padre che attende notte e giorno il ritorno del figlio che ha sbagliato tutto nella vita. E quando lo vede da lontano gli va incontro a braccia aperte, suscitando la gelosia dell’altro figlio. Perché Dio Padre ci aspetta sempre quando ci allontaniamo da Lui per fare di testa nostra e magari sbagliando. E’ felice di poterci accogliere con amore…Certo, se pensi a quante volte sbagliamo, ti viene un dubbio: ma siamo certi che Dio è lì che ci aspetta? Va bè, Gesù ha detto: bisogna perdonare non 7, ma 70 volte 7, che facendo un rapido conto sarebbero 490 volte…scherzo! La matematica di Dio è diversa dalla nostra.  In pratica Dio ci perdona sempre, ogni volta che siamo pentiti. E ci confessiamo. Dio è un grande umorista, penso che sorrida quando ci vede confessarci da preti che vengono da altre parrocchie, che non ci conoscono… Tutti sbagliamo, io per primo. E nonostante ciò, facciamo una gran fatica a perdonare. Io per primo. Non parlo del perdono veloce e un po’ finto, quello chiesto da chi è stato sorpreso con le mani nel sacco.

Come ha scritto Gramellini: “Il perdono, per essere vero, deve essere lento. Prima arrivano la disperazione, la rabbia e la ferita del cuore, da cui il dolore uscirà un po’ alla volta come le lacrime, fino a formare una cicatrice. Ricordo la storia del ragazzo americano senza un soldo che si era presentato nel carcere dove era rinchiusa l’assassina di suo padre per offrirle il suo perdono; tutti i condannati a morte d’America, commossi, avevano fatto una colletta per pagargli gli studi. Ma quella visita in prigione, il ragazzo l’aveva fatta a dieci anni dall’omicidio, non la settimana successiva… Anche un sentimento profondo come il perdono sta diventando un’emozione da consumare come tutte le altre. Il più in fretta possibile.” Un teologo ha scritto “La Chiesa, che ha canonizzato tanti individui, non si è mai pronunciata sulla dannazione di alcuno. Neppure su quella di Giuda, che divenne per così dire l'esponente di quello di cui tutti i peccatori sono corresponsabili. Chi può sapere di che tipo fu il pentimento che egli provò, quando vide che Gesù era stato condannato?”. E poi penso alle parole che Gesù ha detto ad un ladrone, che aveva riconosciuto di aver sbagliato tutto: “In verità ti dico, oggi sarai con me in Paradiso”. Un ladrone, ma ci pensate?! E De André canterebbe “…qualche beghino di questo fatto fu poco soddisfatto.” Lo steso De André cantava “L’inferno esiste solo per chi ne ha paura”. E io allora, che ne ho una fifa del diavolo?

C’è un film straordinario sul perdono, “Una storia vera” di David Lynch. Un vecchio percorre chilometri e chilometri su un trattorino scassato, alla ricerca di un fratello infartuato con cui aveva litigato anni prima. Prima che sia troppo tardi. Gesù ci ha insegnato che non è mai troppo tardi per perdonare. “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi…” Accidenti, che fatica! Lo farò in punto di morte? Mah…E pensare che Gesù si è arrabbiato soprattutto con i farisei, quelli che dicono una cosa e ne fanno un’altra. Speriamo in bene. Don Fabrizio, il vulcanico curato di Gavardo, ha scritto “Gli antichi padri del deserto ricordavano che convertire un uomo è più che resuscitare un morto.” Se bastassero le parole per convincere qualcuno a cambiare, sarebbe tutto facile. Ricordo quel tale, che si è convertito quando il sacerdote, girando le pagine del messale, ha detto: “Voltiamo pagina”. E lui ha voltato vita.

E siccome sono stato troppo serio, ricordo la famosa barzelletta, quando Gesù dice: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra” Tum! “Mamma!”

Auguro a tutti un Buona Pasqua. Come regalo vi trascrivo questa lettera che un missionario in Burkina Faso ha scritto a “La Voce del popolo”. È di una bellezza sconvolgente.

“…Quest’anno hanno detto che le piogge non sono arrivate nel periodo previsto ma un po’ prima per cui i contadini si sono trovati spiazzati, la gente della nostra missione lavora la terra per cui potete immaginare le preoccupazioni che attanagliano il cuore delle famiglie. La povertà…è ciò che più mi sta lasciando a bocca aperta. Il livello dell’acqua nelle dighe si sta abbassando velocemente per cui sono a rischio molti raccolti. Ci sono forti dubbi sulla possibilità di poter arrivare a maggio con la quantità d’acqua restante e portare a termine i raccolti. Le donne vanno in giro con bidoni di ferro trasportati su carretti, o taniche attaccate alle biciclette per prendere l’acqua ai pozzi facendo code interminabili sotto il sole, in mezzo alla polvere o di notte al freddo. Donne, ma anche tante bambine, che spingono questi pesanti carretti o caricano le taniche d’acqua. Praticamente è una delle attività principali. Lavoro non ce n’è tanto, tanti giovani sono disoccupati; chi lavora la terra fa un lavoro duro con poco rendimento. La terra è dura e non ci sono mezzi (trattori o altro) per poterla coltivare, tutto è fatto a mano, compreso l’andare a prendere l’acqua tre volte al giorno per poter irrigare il fazzoletto di terra sulla quale si è coltivato. E la cosa che mi ha stupito è che mano a mano che l’acqua si ritira una volta fatto un primo raccolto ci si sposta per coltivare più vicino al bacino idrico. Ho conosciuto un giovane papà di 27 anni, con la moglie e due figli di 2 e 5 anni. Una bella famiglia molto semplice e di una dignità unica, vivono in una casa, che praticamente sono due piccole stanze, senza luce né acqua. Lui che come lavoro fa il guardiano notturno. Da qualche settimana il figlio più piccolo si è ammalato per cui ha dovuto comprare delle medicine il cui costo è alto, chiaramente arrivare a fine mese è impossibile. La moglie vende della verdura con un piccolo banchetto sulla strada, lui durante il giorno l’aiuta. Quando gli ho chiesto come facessero, lui con un sorriso semplice mi ha detto: “Padre, è dura. Non sempre compriamo da mangiare e quando c’è preferiamo che mangino prima i bambini, noi siamo grandi, possiamo andare a dormire senza aver mangiato, riusciamo a sopportare.” Con la moglie non vogliono far sapere in giro che vivono questa difficoltà perché ci sono altre famiglie con problemi più gravi e perché credono che Dio è un papà e pensa a loro! Poi mi ha raccontato dei suoi desideri come sposo, padre, come uomo che desidera lavorare, fare un allevamento di polli e maiali per poter sostenere la famiglia e mandare i figli a scuola quando sarà l’ora. Una sera lasciandosi un po’ andare mi ha condiviso che ci sono delle serate  in cui è molto scoraggiato davanti alle mille difficoltà e che non si sente un padre e uno sposo all’altezza di questo compito. Non sono riuscito a trovare molte parole per poterlo aiutare, semplicemente siamo rimasti lì insieme con qualche lacrima che scendeva! Mi sono ricordato di un salmo che dice “Tu o Dio non lascerai inascoltato il grido del povero!” Abbiamo pregato insieme certi che Dio è Padre e non lasci inascoltata la preghiera di chi non ha nulla se non solo Lui come unico sostegno.

La fede di questo popolo è profonda e sincera. Abbiamo celebrato la Messa all’aria aperta sotto le stelle e la luna che illuminavano lì dove la luce del piccolo neon non arrivava, circondati dal buio della campagna/savana. La gioia dei canti e dei volti di queste persone mi ha riempito il cuore. Mentre le osservavo ho pensato che siamo lontani dai grandi centri importanti del mondo, centri di potere, economici, ma che in fondo Dio era presente lì in mezzo a questo popolo, che non ha molti mezzi ma una grande riconoscenza per tutto ciò che Dio gli dona…Un caldo abbraccio dal Burkina, padre Domenico De Martino.”

Buona Pasqua anche a voi, amici del Burkina Faso!

Ci sentiamo la settimana prossima, a Dio piacendo.

maestro John Comini

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ID75673 - 01/04/2018 18:32:18 (Iva) complimenti
Sempre belli e commoventi i suoi racconti Maestro Jhonn. Complimenti vivissimi



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