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Giuliana Franchini, psicologa psicoterapeuta infantile, autrice di libri sulla relazione educativa e favole per aiutare i bambini a crescere bene.
Giuseppe Maiolo,  psicoanalista junghiano, scrittore e giornalista, si occupa di formazione dei genitori e di clinica dell’adolescente.
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03 Giugno 2018, 08.30

Blog - Genitori e Figli

Perdere la vita per un selfie

di Giuseppe Maiolo
Sfidare il rischio per un selfie, correre un pericolo per aumentare i like sul proprio profilo o tentare una performance acrobatica per documentare le personali capacità sembra appartenere ogni giorno di più ai Millennials

E quando, come è accaduto
qualche giorno fa, un giovane acrobata circense finisce per perdere la vita in un’impresa eccessiva veniamo invasi da una serie di interrogativi: perché questi giovani sono incuranti del pericolo? Perché rischiano la vita davanti a un obiettivo?

Un tempo la risposta era il bisogno di trasgressione. Cioè la voglia, tutta evolutiva, di sfidare l’adulto e di mettersi alla prova. Si chiamava anche “disobbedienza” al mondo delle regole che famiglia e scuola ponevano alla crescita. Però questa “ribellione”, che generalmente veniva sanzionata, era un passaggio obbligato verso l’autonomia e l’indipendenza: bisognava trasgredire e superare il limite per mostrare agli adulti che si era diventati grandi.

Bisognava rischiare per sapere fin dove era possibile arrivare con le proprie forze. Quello che contava, un tempo, era la sfida tra due generazioni: portava gli adolescenti a misurarsi con l’adulto e imponeva ai grandi di scendere in campo per fare a braccio di ferro con quel “non più bambino”.

Adesso invece le trasgressioni, quando le vediamo, le chiamiamo “bravate” e non le sanzioniamo più. Spesso le consideriamo modalità originali del comportamento e ne sottovalutiamo il significato. E' cambiata così la percezione della trasgressività come azione specificatamente evolutiva. Tra i due fronti, tra padri e figli ad esempio, c’è un armistizio infinito e agli scontri rumorosi si è sostituito un assordante silenzio. Al posto dei “padri guerrieri” ci sono tanti “amici” che condividono, approvano e ti fano sentire importante perché ti vedono, ti seguono e appoggiano quello che fai.

Non conta tanto il confronto reale, quanto il mostrarsi. Per i nativi digitali l’essere è farsi vedere, è trovare visibilità in un mondo fatto di immagini, è diventare popolari nella piazza virtuale. Lì, sui social, esisti se come icona virale appartieni alla comunità e a quell’universo magico dove un pubblico di followers ti fa sentire importante perché ti duplica in cento, mille, un milione di click e di condivisioni. In questo modo i giovani di oggi, che in gran parte finiscono per costruire la loro identità nel mondo digitale, hanno la sensazione di uscire dell’anonimato e dalla monotonia dell’esistenza quotidiana. Ma perché questa magia gratificante si ripeta, i nostri adolescenti “supereroi mediatici” hanno il bisogno crescente di catturare l’attenzione con azioni sempre più eroiche e sempre più spericolate. Sovente impossibili e non di rado mortifere.

Giuseppe Maiolo
Doc. Psicologia delle età della vita – Università di Trento
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