Pietro Felter, fautore di pace
di Vitale Dusi

In un breve saggio di Vitale Dusi, le vicissitudini della guerra italo-etiopica (1895-1896) che resero protagonista della storia un «monello» di Roè Volciano.

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Dalla fine del 1700, ad opera dell'Inghilterra e, agli inizi del 1900 con la Francia, si fece via via sempre più assillante per tutte le nazioni europee il problema del colonialismo, per varie ragioni.
Tra queste, la necessità di procurarsi le materie prime, per sistemare con le esportazioni l'eccedenza di produzione, per accaparrarsi le miniere d'oro o di diamante, o per estendere i propri commerci.
Per l'Italia si presentò la necessità di indirizzare all'estero la popolazione esuberante, che già si avviava all'emigrazione transoceanica, e per aprire nuovi sbocchi al suo commercio.
 
Per quanto riguarda le conquiste, il primato è stato raggiunto dall'Inghilterra, che dai 244.000 kmq della sua isola, è passata ad una superficie dei territori quasi centuplicata, sparsi nei cinque continenti.
E' seguita la Francia che totalizzò una superficie dei suoi possedimenti pari a trenta volte quella dell'Italia, buttatasi nell'avventura coloniale impreparata.
L'espansione interessò inoltre la Germania, l'Olanda, gli Stati Uniti, e la Russia. Dalla metà del 1800 si aprì l'epoca degli arditi esploratori italiani che, con fatiche e patimenti di ogni sorta, superando inaudite difficoltà, penetravano nel cuore dell'Africa, ne percorrevano i deserti interminabili, tra foreste e fiumi, svelando i segreti di quel continente in gran parte sconosciuto, compilando le relative mappe.
 
Il Governo italiano, Presidente del Consiglio Francesco Crispi, al fine di accattivarsi la fiducia di Menelik II, lo aiutò a diventare Imperatore d'Etiopia, fornendogli inoltre quattro milioni di lire, dopo la firma del trattato di Uccialli, vendendogli armi e munizioni, tra cui 6.000 fucili delle fabbrica bresciana Glisenti.
Con esso, l'Etiopia diventava protettorato dell'Italia, la quale doveva inoltre essere interpellata prima di intrattenere rapporti con le altre nazioni europee. In seguito però l'Etiopia contattò Russia e Francia, senza notificarlo all'Italia. Menelik rimangiò in seguito le promesse fatte, provocando una guerra.
 
 
Nel gennaio del 1895, le truppe italiane, forti di 36.000 uomini, occuparono la regione del Tigreé, dislocando il grosso delle forze ad Adigrat e a Macallé. Menelik, che nei precedenti scontri italiani si era mantenuto neutrale, radunò il suo esercito con 100.000 uomini e mosse guerra all'Italia, ponendo d'assedio il forte di Macallé, dove si era accampato un migliaio di uomini del Maggiore Giuseppe Galliano.
Gli assediati respinsero i ripetuti assalti etiopici, mentre l'assedio si trascinò stancamente per due mesi. Agli italiani venne interrotta la fornitura dell'acqua.
 
E' in questo contesto che si innesta la storia dell'africanista Pietro Felter, quale protagonista fondamentale degli eventi che seguirono.
Pietro Felter nacque a Roè Volciano, paese della Conca d'oro della Riviera di Salò, provincia di Brescia. I suoi genitori erano osti della frazione di Volciano.
 
Qui, l'insediamento della famiglia Felter è certo a datare dalla fine del 1600 a tutto il 1800. Curiosamente, i vari componenti esercitarono prevalentemente il piccolo commercio di: osti, droghieri, mugnai, fornai, e altre attività. I primi anni di vita, Pietro Felter li narrerà così, in tutta semplicità, nelle sue memorie: “Al mio paese nativo ero conosciuto come un monello, non avendo al proprio attivo che una grande capacità di arrampicarsi sugli alberi, attraversare fiumi a nuoto, e fare del pugilato”.
 
A pochi anni dalla nascita si trasferì con la famiglia a Sabbio Chiese, in Valle Sabbia.
Ben presto egli sentì nascere sempre più il desiderio di terre lontane, di luoghi sconosciuti. Completate le scuole tecniche a Breno, fece pratica di Segretario comunale e di Ufficiale del Registro a Preseglie, ma irrequieto e sognatore pensò a impieghi più vasti ed emozionanti, e troncata la vita sedentaria dell'impiegato, tentò la vita militare, fin dai 17 anni di età.
Per la suo forte corporatura, venne destinato tra i “corazzieri” a Roma. Conseguì il grado di Sergente e di Sottotenente. Ma il suo carattere anticonformista gli procurò un susseguirsi di punizioni.
 
Nel 1884 ottenne finalmente di essere inviato come esploratore ad Assab, la piccola colonia Eritrea acquistata dall'Italia, dove fece conoscenza con l'esploratore Antonio Cecchi, al quale avrebbe voluto unirsi nella spedizione verso l'interno dell'Etiopia. Tuttavia la spedizione non venne realizzata. Giunto ad Assab, Felter ebbe modo di biasimare la situazione di corruzione e di disorganizzazione esistente. Il suo animo schietto e generoso si ribellò subito. Di fronte a chiare ingiustizie, sprechi e speculazioni, egli dissentì apertamente. Per questo si cercò di tenerlo al guinzaglio con ogni mezzo.
 
Venne tacciato di essere “Repubblicano” e messo in disparte. Gli si impedì anche di partecipare alle spedizioni scientifiche organizzate per l'interno del continente africano. Per la sua forzata inattività e l'essere “sabotato spettatore di ogni sorta dei bestialità che si commettevano all'ombra del potere, contro gli interessi della Madre Patria”. Si fece richiamare in Italia, abbandonando definitivamente la carriera militare. Felter lasciò l'Italia ben presto e nuovamente si trasferì sulle coste del Mar Rosso, dove si fece assumere come agente di commercio dalla società carbonifera francese “Perim Coal Company” e da altre imprese già affermate in Etiopia.
 
Ad Adua, Pietro Felter conobbe la distinta francese Agostine de Clatigneé de la Porte, che sposò dopo la morte del marito. Ella fu la madre di latte di Tafari, figlio nientemeno che di Ras Maconnen, divenuto poi l'imperatore d'Etiopia, col nome di Hailé Selassié. Ras Maconnen ricambiò i favori facendo da Padrino a Pierina, figlia di Agostine e Pietro Felter. Loro figli furono: Mimì o Mary, Pierina, Marco I, Marco II e Alba.
All'inizio del 1890, Felter fu ad Harrar, agente della ditta Bienenfeld, dove si trovò a suo agio, conquistando forte ascendente sugli abissini. Si fece anche amiche le autorità civili e religiose della città, mentre il Governo italiano lo incaricò di rappresentarlo ufficiosamente.
 
 
Tornando al forte de Macallé dove i 100.000 abissini assediarono il presidio italiano, l'imperatore Menelik si rese conto dell'inutilità di continuare negli assalti nei quali molti di essi persero la vita. Si ricordò allora del Felter, ritenendolo persona quanto mai preziosa in quella delicata circostanza, per le sue doti e capacità organizzative. Lo convocò urgentemente nella sua tenda rossa che si trovava su un'altura del vallone di Macallé, da dove egli poteva controllare il forte, agevolmente con un telescopio, situato di fronte a lui, sulla sponda opposta.
 
Felter si presentò in atteggiamento fiero, fissando il Negus negli occhi, evitando il bacio della mano, come era usanza. Menelik esordì: “...Noi ci conosciamo...siamo amici...ma i tuoi fratelli sono miei nemici”. Detto ciò glieli indicò, esclamando imperiosamente: “Bisogna mandar via quella gente là”. Al che Felter gli precisò di esser solo un commerciante, soggiungendo: “Eh! Questo è affare tuo; tu hai 100.000 soldati, e nel forte non sono più di 1.000 italiani; perché non li scacci?” L'imperatore chiese ancora come potesse snidarli, se vilmente se ne stavano sempre nascosti invece di combattere in campo aperto.
 
Felter tentò di aiutarlo suggerendogli alcune proposte utili allo scopo. Tra queste citò l'episodio degli Orazi e dei Curiazi; uno scontro paritario tra i migliori guerrieri suoi e gli italiani nel forte. Anche ciò non fu accettato.
L'ultimo suggerimento fu ancora più ardito: mandare all'assalto i guerrieri continuamente, così che i colpiti a morte potessero formare una rampa per giungere alla sommità del forte, e da lì combattere gli italiani come in campo aperto. Ma ancora non ci fu consenso.
Menelik fattosi serio e assai pensieroso disse di non volere chiedere ai suoi, altri sacrifici e solennemente disse a Felter “Tu devi essere il salvatore dell'Italia e dell'Abissinia; io ti darò un cavallo; corri con questo fino ad Adigrat e non ti fermare un istante per via; vola fino al telegrafo...telegrafa al tuo Re che Menelik è stanco di versare sangue cristiano e vuole la pace. Non siamo fratelli in Cristo? Va e che Dio ti aiuti”. E Felter: “Sta bene; io farò la tua volontà”, richiedendo di ufficializzare quanto dichiarato con specifico documento.
 
Fuori dalla tenda trovò pronto un cavallo bianco, lo inforcò, lanciandosi a spron battuto verso Adigrat.
Giunto al quartiere italiano, consegnò al generale Baratieri il documento di Menelik ed estenuato dalla fatica, si stese a terra, addormentandosi profondamente per molto tempo. Ricevuta la risposta italiana, ripartì immediatamente per Macallé, riportando la risposta favorevole alla liberazione del presidio italiano.
 
Le trattative per l'uscita dal forte furono lunghe e laboriose.
Pietro Felter da semplice commerciante, volle assumersi tutta la responsabilità di condurre le complesse operazioni concordate dalle parti, con grande coraggio e determinazione, facendo la spola tra il comando del forte ed il campo abissino. Decise di mettersi accanto al capitano Castellazzi, comandante della prima compagnia che doveva uscire dal forte, fucili carichi, e baionette inastate. Momento già assai critico al primo impatto. Felter riporterà nelle sue memorie:  “Castellazzi fremendo, vedeva ormai i suoi uomini sommersi nell'oceano dell'oste (esercito schierato)... A un certo punto, più alte risonando le grida degli etiopi, e fattosi il loro contegno più minaccioso, Castellazzi mi dice: - io ordino il fuoco – io lo afferro per la giubba e scuotendolo violentemente gli sussurro concitatamente all'orecchio – Non ti muovere per Dio! Sague freddo ed armi al piede, o tutto è perduto! Lo strappo era stato così violento che quasi tutti bottoni della giubba del Castellazzi erano caduti”.
 
Felter, preso subito il suo muletto raggiunse la tenda di Ras Maconnen, a poche centinaia di metri, e vi entrò come un fulmine gridandogli che con quella innumerevole turba inferocita non c'era tempo da perdere, ricordandogli che egli era il garante della salvezza del presidio italiano. Maconnen si precipitò subito al forte, facendo prima fuoco e uccidendo due dei suoi uomini, che urlando sempre più avrebbero potuto innescare la rivolta generale. Tornata una relativa calma, poterono uscire senza inconvenienti anche le altre compagnie.
Felter in tutta semplicità, ma con estrema determinazione, portò così a compimento la liberazione del presidio italiano, rendendo grande servizio alla Madre Patria e alla stessa Etiopia. La liberazione del presidio italiano sarà così commentata da Pietro Felter, per smentire le ingiustificate accuse insorte: “Senza condizioni di sorta, io offrivo a nome di Menelik, garante Ras Maconnen, l'uscita libera al presidio di Macallé con armi, munizioni e bagagli per raggiungere le nostre truppe ad Adigrat. Sotto nessuna forma neppure un centesimo fu pagato per la liberazione del battaglione Galiano...” Uguale testimonianza darà l'ingegnere Ilg, (ministro degli estiri alla corte del Negus). “Affermo sicuramente la verità delle asserzioni di Pietro Felter sulla nessuna indennità percepita da S.M. Menelik, per l'uscita con tutti gli onori delle armi della gloriosa guarnigione del forte di Macallé”.
 
 
E' Felter stesso che spiegherà in modo assai semplice l'origine delle illazioni. A liberazione avvenuta, sia il maggiore Galliano, che Ras Maconnen gli avevano chiesto un po' di farina in esubero. Fu così che venne loro inviata una cinquantina di muli con quel carico. Vi fu chi “vide” in quella lunga carovana un grosso carico di preziosi talleri (monete locali), con destinazione diversa. Da qui: “Ebbe origine la diceria del riscatto a contanti”. Ma se ciò fosse stato vero, ogni groppa di quei poveri muli avrebbe dovuto trasportare un peso di circa una tonnellata! Felter scriverà amaramente: “Confesso che finita la campagna, si era radicato in me il dubbio di non aver preso parte alle operazioni di guerra. Ciò quando leggendo certi giornali dove vi si esaltavano molti, il mio nome non vi era mai compreso, anzi, quasi si tollerava la parte da me avuta nello svolgimento storico dei fatti, cui spesso ero stato chiamato alla ribalta”. Poi continuò enunciando i motivi di questo oblio: “...Opportunità politiche del momento, e più probabilmente ostilità di chi andava per la maggiore in quell'epoca, motivarono il misericordioso silenzio usato sul conto mio dai veterani della ciambella...La politica è una cosa sporca...le gelosie di mestiere sono terribili...”
 
Nella lettera del 10 Giugno 1896, a Lino, suo fido amministratore M° Paolo Bettini il Felter lamentava: “A me le gatte da pelare, e l'ingratitudine, agli altri i canonicati, le prebende, le riconoscenze”. Unico riconoscimento ufficiale che gli pervenne allora fu la nomina a Cavaliere del Regno. Dopo poco tempo dalla liberazione, una forte, troppo forte voce ruppe quell'ingrato silenzio, quella delle autorità italiane, per diffondere la vergognosa e falsa notizia della sua morte, avvenuta nella disastrosa battaglia di Adua. L'annuncio era volto a bloccare le insistenti richieste di Menelik e Maconnen, che lo volevano al tavolo delle trattative di pace, e a cancellare definitivamente Felter dalla scena.
Macabro risultato: la moglie Agostine si vide recapitare mestamente le molte lettere di condoglianze.
Ad Adua morirono 6.000 italiani e feriti altri 1.500. Presi prigionieri 3.500.
 
Nell'ottobre del 1896, dopo lunghi negoziati, venne firmato il trattato di pace di Addis Abeba, col quale il Negus riconobbe la sovranità italiano sull'Eritrea, ma in cambio il governo italiano dovette Abrogare il trattato di Uccialli, rinunciando a qualsiasi ingerenza nella politica dell'Impero d'Etiopia. L'esito positivo dell'ambasciata di pace affidatagli solennemente dall'Imperatore Menelik, risulta tanto più preziosa qualora si consideri che il governo italiano avrebbe fermamente voluto invece una vittoria militare. Inoltre, Felter dimostrò, a chi lo osteggiò sempre e lo derise le sue grandi capacità organizzative e l'indomito suo coraggio.
Va rimarcato inoltre che colui, che in alto loco si voleva defenestrare, dopo Menelik II è diventato invece il maggior procuratore di pace, nella massima discrezione personale e inconsapevolmente.
 
Nel luglio del 1898, Felter fu Commissario di Assab e gli venne affidata la Dancalia, un territorio esteso come l'Italia del Nord, ma il vivo impegno era concentrato su un territorio grande come la provincia di Brescia. Qui egli esercitò con autorità politica, militare ed amministrativa, fino al 1913.
Accentrò tutto su di sé. Fu sindaco, notaio, esattore, Ufficiale di Registro, e tutto quanto fa parte fa parte dell'amministrazione di una Comunità.
L'Ufficiale del presidio locale, Gherardo Pàntano scrisse d'aver trovato il Felter gradita e utile compagnia, al corrente delle cose coloniali, di conversazione varia e piacevole, negato alle freddure e lungaggini della burocrazia.
 
La nobiltà d'animo e la generosità di Felter si può riscontrare anche in occasione del suo incontro col coraggioso Franzoi che vide giungere lacero, sfinito, e dall'aspetto impresentabile.
Era reduce da un viaggio di 3.000 chilometri, attraverso l'Etiopia, e portava con sé un sarcofago contenente i resti ossei dell'esploratore Chiarini, compagno dell'esploratore capitano Cecchi. Qualcuno, che ne aveva interesse, diede ordine che non fosse accolto nell'osteria-albergo lì nei pressi, e che fosse arrestato come un pericoloso filibustiere.
 
Questa la subdola iniziativa del reggente Pestalozza, del maresciallo Cavedagna e del dottor Nerazzini, per favorire il conte Antonelli che, per recuperare quei poveri resti, aveva sfrontatamente richiesto al Governo ben 50.000 lire per compiere un viaggio meno della metà di quello di Franzoi, con una spesa di circa 300 lire. Non accettato dall'albergatore, Felter lo accolse ben volentieri nella sua tenda, assieme ad altri due bresciani, Agazzi e Giustacchini.
Qui venne rifocillato e messo in ordine.
 
In seguito, Felter avrebbe annotato: “Fu un bello spettacolo quello di vedere commissario, stato maggiore della vedetta, maresciallo, accorrere alla misera capanna a rendere omaggio ai resti del disgraziato viaggiatore, ed a colui che li aveva portati, mentre prima lo fuggivano come un appestato”.
Durante la sua permanenza in Africa, da acuto osservatore, Felter non si limitò a denunciare una certa connivenza delle autorità italiane con la tratta degli schiavi, poi tacitata, ma volle seguire da vicino l'inumano loro commercio, il loro calvario.
E desiderò lasciarne fedele testimonianza per quelli diretti dalla costa orientale dell'Africa all'India e all'Arabia, giunti ad un villaggio di Assab, a pochi chilometri dalla costa stessa.
Qui giunsero circa duecento schiavi nel 1884, sistemati poi in alcuni capannoni, in una zona controllata. Essa era circondata da tale mistero da non essere mai stata oggetto di ricerca per europei. Per tale motivo Felter si sentì incuriosito ancor di più a scoprirla insieme ad altri.
 
 
Giunti nei pressi dei capannoni udirono sordi rumori, misti a grida di dolore, mentre gli sventurati schiavi erano legati a lunghe travi. Dopo la mezzanotte, Felter e compagni videro uscire dai capannoni gruppi di una trentina di individui per volta, dirigendosi verso il torrente asciutto lì vicino, scortati da aguzzini.
Con acqua potabile dei pozzi, scavati nel greto, essi si dedicarono alle proprie abluzioni igieniche, necessari per esseri commerciati. Oltre alla presa visione personale, Felter ebbe informazioni assai negative da parte del maggiore turco Dajber Effendi, col quale ebbe modo di colloquiare a lungo, sulla triste sorte della maggior parte degli schiavi avviati ai mercati arabi ed Indiani.
 
Quando una carovana di essi dall'interno si avvicinava alla costa, per evitare i controlli ed aspettare il momento opportuno e scegliere il luogo di imbarco, gli informatori facevano fare loro ed interminabili marce lungo la costa, già sfiniti dalla fame. Poi al soffiare violento del monsone nelle notti senza luna legavano le persone a grappoli, e via a vele spiegate, con mare spesso furiosissimo, essi approdavano in Asia in poche ore.  Il buon capitano, mal celando tanto dolore e grande sofferenza, esclamava: “Ma quante imbarcazioni naufragavano!”.
A conferma di ciò, Felter il più anziano africanista, scriverà che è inutile occuparsi e creare ostacoli alle coste, con risultati micidiali.  Saggi consigli da lui espressi pubblicamente, ma derisi dalle nostre autorità.
 
Felter conobbe personalmente anche altri assai fortunati schiavi, provenienti dalla parte orientale dell'Africa e diretti in Turchia asiatica.
Acquistati da famiglie musulmane, che secondo le proprie possibilità economiche, ne assumevano uno o più di uno, ed essi entravano a far parte come membri delle famiglie stesse.
Qui: “Io vidi schiavi sposare figlie di padroni e schiave sposare i figliuoli. In molte famiglie turche vidi rispettare ed onorare schiave galla che avevan fatto da nutrici, e casi in cui un proprietario senza eredi abbia lasciato i suoi beni allo schiavo...Mohammed Sultan el Bar, che fu per molto tempo nostro rappresentante ufficioso a Zeila, altro non era che uno schiavo sciangalla, il quale aveva ereditato dal proprio padrone, arabo di Hodeida, una grossa fortuna, col patto di allevargli i due figlioletti”.
 
Fin dal 1897 Felter si accorse di essere stato colpito da una grave malattia: la lebbra.
Si curò energicamente, e la sua fibra fortissima gli permise di vivere ancora alcuni anni.
Rientrò in Italia, raggiungendo la famiglia a Sabbio Chiese, paese di adozione, oasi di pace. Consapevole, sopportò con grande rassegnazione il progredire della malattia, a quei tempi incurabile, circondato dall'affetto di famiglia, benvoluto dai concittadini e dalle persone che l'assistettero amorevolmente.
La maestra Antonietta Pialorsi, sfidando il contagio, gli fece da guida nel passeggiare tra il verde del brolo, posto tra la sovrastante antica Rocca e la riva destra del Chiese. Qui tra l'aria pura, ormai cieco, poteva gustare almeno il tipico mormorio delle acque, rese limpide e lente dall'ampia ansa del fiume. Anche l'allora bambina Giacomina Palpini era di piacevole ed utile conforto all'illustre infermo, accendendogli la pipa.
Sarà dama di compagnia della di lui moglie Agostina, morta nel 1932.
 
 
Pietro Felter si spense all'età di 58 anni, il 15 gennaio 1915 e sepolto nella tomba di famiglia.
Egli fu un Personaggio forte, onesto, generoso, senza mai pretendere nulla. Uomo dai grandi meriti e di totale dedizione al bene degli altri, ma purtroppo poco conosciuto.
Luciano Pelizzari e Angelo Poli, in Sabbio Chiese – un paese nella storia, scrissero: “Rivestì cariche colle quali avrebbe potuto arricchire e salire ai più alti gradini della vita politica e commerciale, invece con fierezza rifiutò ogni ricompensa”.
Gli stessi autori, circa il perdurato silenzio sull'operato di Felter, riferiscono che persino l'autorevole storico Roberto Battaglia, nel suo libro “La prima guerra d'Africa”, sembra ignorarne l'esistenza, e aggiungono che resta il rammarico che malgrado la sua forte esperienza, non venne utilizzato appieno, e questo andò purtroppo a scapito di una migliore e forse meno cruenta presenza italiana in Africa Orientale in quel tempo.
 
Indro Montanelli, dal canto suo, descrivendo l'assedio di Macallé in “Storia d'Italia”, cita dettagliatamente le conquistate e poi perse sorgenti d'acqua alimentanti il forte, fa poi i nomi di Menelik e di Maconnen, ma nessun cenno di Felter, il terzo fondamentale protagonista in quell'infuocato evento.
E' tempo che Pietro Felter sia riscoperto, valorizzato e degnamente ricordato dalle future generazioni.
Sabbio Chiese sentì il dovere di dedicare sapientemente una via al proprio prode figlio adottivo, già oltre settant'anni fa. Nel 1978 i bersaglieri posero sulla sua abitazione una targa, alla presenza della ottantenne figlia Alba.
Lo spirito tanto coraggioso ed indomito di Pietro Felter passò in eredità alla nipote Graziella che, a soli diciotto anni, fu la prima donna pilota italiana, di apparecchio normale, con brevetto di primo grado, e di secondo grado a diciannove anni. Inoltre conquistò il primato nazionale di durata, volando con aliante per oltre sei ore e mezza, sulle pendici del Terminillo.
 
La fama di Pietro Felter, invece, rimase nientemeno che nella memoria dell'Imperatore Hailé Selassié che accolse la figlia Alba in Etiopia, molti anni dopo, come amica di famiglia, per omaggio a suo padre.
 
Nota:
Vedi anche gli articoli pubblicati sul Giornale di Brescia del 3 Giugno 2011 a pag. 21, a firma di Giancarlo Marchesi
Vedi qui
 
Vitale Dusi
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