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11 Novembre 2019, 15.15

Eco del Perlasca

Un calcio al razzismo

di Ilaria Limelli
Sono tante le forme di razzismo che possono colpire l’uomo, innescando discriminazioni sociali a danno di gruppi interi di persone. Il caso Balotelli e non solo

Succede che sei un calciatore nato in Italia, con cognome italiano, ma dalla pelle scura.
Succede che diventi famoso, ma la testa non ti aiuta tanto e combini anche un po’ di stronzate.
Succede così che giri tante squadre e, alla fine, torni a giocare a casa.
Succede che avrai fatto pure tante stronzate, ma su una cosa sei sempre stato tassativo: la lotta al razzismo.
Non hai mai avuto paura di dire la tua, neanche a Salvini.

Poi succede, una domenica, che giochi contro il Verona.
Succede che a metà del secondo tempo i cori razzisti contro di te si fanno sempre più forti.
E allora succede che dici basta.
Tiri fuori il pallone, con rabbia. E te ne vuoi andare.

Succede che l’arbitro inizialmente vuole ammonirti, ma poi capisce. E interrompe la partita. Per sempre, se quei razzisti non la smettono.
Succede allora che partono gli applausi a coprire quei miserabili cori.
Succede che sei Mario Balotelli.
Hai fatto tante stronzate nella vita.
Ma quando conta sai sempre da che parte stare.
Chapeau.

Sono tante le forme di razzismo che possono colpire l’uomo, innescando discriminazioni sociali a danno di gruppi interi di persone.
Le ideologie e i pregiudizi alla base del razzismo, basti guardare alla storia, hanno indotto anche a commettere atti umanamente ingiustificabili, come il genocidio.

Oggigiorno gli episodi di razzismo purtroppo sono ancora troppo frequenti e talora legittimati da teorie psicologiche, sociali e politiche.
Si fa un gran parlare del caso Balotelli, ma questi episodi sono solo la punta dell’Iceberg.
Il rapporto del calcio italiano con il razzismo, infatti, è quello di una continua auto-assoluzione.

I fischi, i cori, gli insulti, gli ululati ci sono, ma nessuno li sente; e se li sente, o li definisce “una minoranza” -precisazione utile solo a minimizzare- o addirittura, li giustifica.
Ma un semplice insulto o un insulto razzista non sono la stessa cosa: un comune insulto è maleducazione, ma dietro al secondo si nasconde una visione storica e sociale che identifica gli individui in base al colore della pelle e alla differenza geografica.

Nel 1996 durante il derby di Verona alcuni tifosi con dei cappucci bianchi in stile Ku Klux Klan fecero oscillare giù dagli spalti un fantoccio nero impiccato: era un messaggio indirizzato al possibile nuovo acquisto dell’Hellas Verona, Maickel Ferrier, che dopo il fatto uscì dai piani della società.
Sarebbe davvero bello poter dire che niente di simile si è più verificato in uno stadio italiano, eppure quasi ogni settimana si parla di nuovi striscioni e cori razzisti.

E a rendere il quadro davvero inquietante
è soprattutto il fatto che quasi tutti continuino a fare finta di niente, mentre i provvedimenti da cui prendere esempio all’estero non scarseggiano.
Nel momento in cui, di fronte a un foglio bianco, c’è il tentativo di organizzare le idee per provare a parlare di razzismo negli stadi di calcio gli episodi si accumulano a decine, centinaia, così come i “mai più”, i “tolleranza zero” proclamati dai governanti di turno del mondo del pallone.
Giornate di sensibilizzazione, squalifiche delle curve e dei campi, iniziative nelle scuole.

Ma c’è un grande non detto che sta a monte di tutto
e che condiziona ogni ragionamento posteriore: buona parte degli italiani non considera tutto ciò razzismo.
Ne è una prova tangibile la lettera scritta dagli ultras dell’Inter a uno dei loro nuovi idoli, l’attaccante belga di origine congolese Romelu Lukaku, vittima di ululati di chiaro stampo razzista alla sua prima partita in trasferta nel campionato di serie A.

Invece di difendere il proprio giocatore
, che tramite i social aveva espresso il proprio profondo disagio per l’episodio, i suoi stessi tifosi gli hanno indirizzato una lettera per difendere però i colleghi ultras della squadra avversaria: «Devi capire che in tutti gli stadi italiani gente è abituata a tifare contro gli avversari non per razzismo ma per aiutare le proprie squadre. Devi capire che l’Italia non è come molti altri paesi europei dove il razzismo è un vero problema».
Quindi il calcio, attraverso un imbarbarimento del linguaggio e dei gesti, che però non vengono percepiti nella loro gravità, è verosimilmente lo specchio del Paese.

Se poi chi governa il ricchissimo mondo del calcio viene eletto, da presidenti e addetti ai lavori a pochi giorni dall’aver pronunciato frasi inedite sui calciatori di colore e la loro fame di frutti esotici, e chi ne ha preso il posto considera più grave una simulazione di fallo di un calciatore rispetto ai cori razzisti, allora abbiamo chiaro il contesto in cui ci muoviamo.

Vero è che, come dicono gli ultras dell’Inter, il razzismo non è una preoccupazione solo nostrana, ma altrove la questione è stata presa di petto, anche se non mancano problemi.
Infatti oggi dall’estero guardano a quanto accade da noi con stupore, perché altrove sono pressoché sempre le società i cui tifosi si sono resi responsabili di atti di discriminazione a individuare i colpevoli e a vietar loro ogni futuro ingresso sugli spalti, in attesa che la giustizia faccia il suo corso.

Da noi la denuncia della società Juventus sta sollevando il coperchio su un mondo di ricatti e malavita che ruota attorno all’economia del pallone; l’auspicio è che tutte le altre società facciano altrettanto.  

In Francia
da tempo le partite vengono sospese in caso di cori razzisti, come quest’anno ha fatto nella nostra serie A con coraggio un arbitro non a caso di lunga esperienza e personalità, Daniele Orsato, durante Atalanta-Fiorentina lo scorso 22 settembre.
Questa volta, come quasi tutte le altre, stranamente, nessuno fra gli addetti ai lavori preposti ha sentito nulla, mostrando un’omertà preventiva che ha radici profondissime.
Molti stadi ora anche in Italia sono dotati di telecamere, ma se manca la volontà di colpire o peggio, la percezione che qualcosa di grave stia accadendo, la tecnologia serve a poco. Le curve sono una terra di nessuno, abbandonate da tempo da bambini e famiglie.

Si potrebbero spendere paginate intere su come porre rimedio a tutto ciò: l’educazione a scuola e nelle società sportive, gli esempi che devono diventare coloro i quali sono idoli di milioni di bambini, ragazzi e adulti, una vigilanza seria all’interno degli stadi, la volontà politica di attaccare un settore redditizio come pochi, la gestione, vera, del mondo dei social media, veicolo di tutto un nuovo pericolosissimo razzismo da tastiera.
Tutto valido, ma pur tutto rimasto solo sulla carta.

L’ex-stella dell’atletica azzurra, Fiona May, in un’intervista della settimana scorsa per il quotidiano spagnolo El Paìsha racconta la frustrazione dell’esperienza in un progetto della Federcalcio contro il razzismo: «Ho lasciato perché non facevamo nulla, non era una priorità. È stata una delusione».

Forse la risposta migliore rimane quella di cui si è reso protagonista il brasiliano Dani Alves durante il match tra Villarreal e Barcellona nell’aprile 2014  quando, pronto a battere un calcio d’angolo, gli scagliarono una banana dagli spalti.
Il calciatore la raccolse, la sbucciò, ne diede un morso e riprese il gioco come se nulla fosse accaduto. Un gesto di grande potenza visiva quasi come a dire: “Razzisti, una risata vi insabbierà.”

La situazione, in sostanza, è questa: alcuni tifosi insultano, le società negano gli episodi incriminati non facendo nulla per opporvisi, i giudici sportivi assolvono.
Il nostro è un problema culturale, molto più esteso rispetto agli stadi!

Ilaria Limelli 4^ Liceo Scientifico
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