25 Dicembre 2021, 08.00
Prevalle Valsabbia
Racconto di Natale

La «mia» Gavardina

di Paolo Catterina

La storia di Natale del "nostro" Paolo Catterina, la pubblichiamo volentieri per tutti voi, coi migliori Auguri di Buone Feste


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Proprio così. Lo considero egoisticamente un po’ “mio”, il lungo nastro asfaltato che costeggia il Naviglio (e la trafficata tangenziale). Sarà che ci ho consumato decine di scarpe correndo in su e in giù ad ogni ora del giorno. O forse perché i miei antenati, taglialegna di antico lignaggio, da Storo nelle Giudicarie fecero fortuna vendendo il legname che facevano scendere dal Chiese e dal Naviglio trascinandoli proprio sulla antica strada “alzaia”: la Gavardina. I ponti di Quanello e della Bolina con la loro forma a schiena d’asino sono i residui di quell’attività redditizia che era il trasporto di legna e altre merci lungo il canale, usando la strada per seguirle e per trascinarle quando era necessario.

No, forse è un moto di malcelato orgoglio. Credo siano pochissimi a ricordare che l’idea di creare una bella e frequentata ciclo pedonale da Gavardo a Virle nacque quando, con l’Amministrazione per la quale ero Sindaco, venne lanciammo quasi fosse una sfida e che invece divenne una bella realtà.

Tutto ebbe inizio una domenica mattina. Il 4 agosto 1996, alle 7, per la precisione.
“Protagonista lo scrivente e il Vice Sindaco… come dire i vertici istituzionali del paese di Prevalle”. Così scrivevo nella lettera “reportage” di quella mattinata qualche giorno più tardi.
“In sella a due velocipedi di fantozziana memoria, una vecchia Cicoli con palmerini leggeri priva del freno anteriore – palesemente quanto scomodamente corta di telaio – e una fiammante MTB in modello promozione dal Continente pericolosamente sgonfia davanti e dietro”.
L’obiettivo era una ricognizione  attenta per verificare se fosse risultato fattibile il prolungamento della Gavardina (già percorribile dal Ponte di Acquatica a Prevalle, fino a Gavardo).

Allora era appena stata aperta la nuova 45bis e i terreni a lato del Naviglio risultavano spezzettati ed interrotti. L’idea, quindi, era di vedere se fosse possibile recuperare un percorso pedonale da Gavardo a Treponti. Successivamente… pensando in grande, di arrivare a Brescia da una parte, e a Salo’ dall’altra.

Oggi tutto questo è un familiare e attraente percorso ciclo-pedonale. Allora era un’idea che accarezzavano in pochi.
“In un tripudio di spine e ortiche, sembrava di procedere in una foresta inesplorata. Solo il rapido scorrere del Naviglio rassicurava di essere ancora in luoghi conosciuti”. Questa l’esagerata enfasi che accompagnava il racconto della biciclettata trasformata in una vera avventura di esplorazione.
“Riuscimmo, tuttavia a giungere a Treponti. Missione compiuta!. La ciclo-pedonale – con qualche manufatto e molta pulizia, si può fare!”.

Pareva la conclusione di un glorioso bollettino di guerra.
Me era stato verso la fine della mattinata che “le bici inadatte alle asprezze dello sterrato mostrarono chiari segni di défaillance. Raggi allentati, ruote sfregolanti, un palmer a terra… Sudati e contenti al fine ritornammo”.

Le citazioni sono da una lettera che, trasformando la mattinata in un’epica ed eroica missione, scrissi all’amico Mariano Mazzacani, leader di un’Associazione di Bikers, la “Campbike Team”. Questa gestiva anche una piccola rivista che circolava tra i soci.

Di lì a poco Mariano e la Campbike organizzarono una mostra fotografica sulle bellezze del territorio dedicando alcuni pannelli proprio all’idea di realizzare un percorso ciclo pedonale centrato sulla Gavardina. Alla mostra, a Palazzo Morani di Prevalle, fu invitato anche un tecnico della Provincia di Brescia che sovrintendeva ai progetti di ciclovie.

In breve: la cosa colpì il funzionario e noi iniziammo a tormentarlo con dossier sulle bellezze degli angoli da scoprire a margine della Gavardina: gli antichi ponticelli, la Pieve di Nuvolento, le Santelle, gli angoli suggestivi. Il percorso fu complesso ma alla fine la ciclo pedonale da Mazzano a Gavardo fu inaugurata. Era il 2002.

Questa un po’ la storia ma, a dire il vero, il passato e il presente su quella strada sono un eterno avanti e indietro correndo ad ogni ora… e ad ogni velocità.

Come per me e con me, su quella strada si sono intrecciati i destini di molti podisti che ancora insistono a calcarne l’asfalto.
Gli amici Gigi e Albino, provetti camminatori, incontrandosi sulla Gavardina hanno iniziato una relazione podistico-sentimentale che li ha portati alle maratone e persino a correre la 100 km del Passatore.

Un tempo, sotto la spinta di Armando, atleta vero che si accompagna a riottosi “ciabattatori”, si facevano anche le cosiddette “ripetute”. Avanti e indietro, veloce lento. Un patimento alleviato solo dall’amicizia e dalle immancabili battute… “Mé le ripetute le fó töte le nòcc.. en del lèt”.

Nelle afose mattinate estive poi, il sollievo offerto dall’acqua del Naviglio, più di una volta ci ha indotti a scendere in acqua… L’ultima volta accadde che la moglie di uno dei podisti annacquati, in giro anch’essa a camminare, scorgendo il marito che sguazzava nel canale se ne ebbe a gridare: “Varda ‘n dó l’è  che l’óch del mé òm… vé föra de lé”… Da allora non vi furono più soavi pediluvi… Anzi, solo uno del gruppo, stimatissimo e affermato avvocato del settore bancario, dopo che la pioggia ha riempito di pozzanghere la strada, si diverte ancora a saltarvi dentro schizzando i compagni. Felice come uno scolaretto il giorno di vacanza.
Ma ve ne sarebbero troppe da raccontare.

Se poi vi imbatteste nell’amico Beppe Zecchi, uno dei primi ultramaratoneti negli anni ’70. Medagliato di molteplici maratone in tutto il mondo, è una fonte inesauribile di lazzi, barzellette e racconti. L’ultimo era riferito alla sua più recente maratona di New York. Qui, alla vigilia della corsa, in occasione della cena che precede la competizione, in un bel ristorante newyorkese, fu non poco infastidito dalle parole di un cameriere. Era un giovane di origini cinesi, ogni volta che si avvicinava per porgergli i piatti gli si rivolgeva sorridente  “Tomorrow Marathon?”.
E il Beppe, risentito, rifletteva su quelle parole “Tu, muore Maraton” non lo guardava nemmeno, pensieroso… “che vòel chèsto ché. Ma fa màl on pó la caécia ma möre mìa per la maratona, mé”.
Solo alla fine, rivolgendosi al capo comitiva che parlava inglese si fece spiegare e si mise tranquillo.

Del resto, gli incontri sulla Gavardina rappresentano per me delle pietre miliari di storia personale. Due, in particolare, sono gli episodi che ricordo con emozione e con trasporto.

Erano i tempi nei quali mi alzavo presto la mattina, estate o inverno poco importava, e, armato solo di una lucina, mi lanciavo lungo la sicura Gavardina.
Una buia e fredda mattina di novembre alle 5 avevo già passato il ponte di Celle e puntavo a Nuvolento. All’altezza del mulino udivo solo il mio passo e l’affanno del respiro. Poche auto e un silenzio di tomba.

All’improvviso un enorme gattone, rosso, smiagolando come se lo stessero squoiando, si lanciò dai  rami di un albero piombandomi davanti ai piedi. Non ho mai realizzato cosa ci facesse un gattone appollaiato sui rami... di notte.. in novembre. Ho realizzato, invece, cosa significa provare il vero spavento, quello che l’amico Armando avrebbe senza dubbio definito “l’è on strömése”.

Un’altra mattina, invece, sempre in orario antelucano, mi occorse uno strano episodio che ancora mi scuote. A settembre l’orario di partenza per la corsa del sabato erano le 6, quindi con poca luce ma sulla Gavardina… “m’è dolce l’albeggiar” mi verrebbe da parafrasare. Dunque, oltrepassato Mazzano ero giunto ai Treponti con un solettino già gradevole.

Anziché fare dietro front mi allargai dalla ciclabile verso l’esterno di Virle per poi rientrare dall’altro capo della Gavardina. Fu dopo aver imboccato quel tratto fiancheggiato dal Naviglio e dai vecchi stabili dove si lavorava il marmo che lo sguardo mi corse lontano intravedendo una figura d’uomo al centro della strada.

E’ la normale tranquillità di quella strada, frequentata ad ogni ora da gente di ogni età.
Un colpo d’occhio, sempre in lontananza, mi diede come l’impressione che l’uomo avesse i pantaloni abbassati… Ma la cosa non mi sorprese più di tanto e il pensiero corse all’incontro frequente con pescatori che si cambiano e infilano gli stivaloni, sulla strada o a lato.
Avvicinandomi, testa bassa, non fui in grado di notare altro.

Solo a pochi metri, alzando di poco l’occhio dall’asfalto mi parve proprio come se l’uomo, sempre al centro della strada, si fosse tirato su di fretta i pantaloni. Ma fu un lampo appena percepibile.
Comunque: tutto normale. Cose che fanno i pescatori.

Fu solo passando a fianco dell’uomo, con fare disinvolto quanto incredulo, che notai una giovane donna ai suoi piedi… per un inconsueto “servizio”… che evidentemente avevo interrotto… probabilmente sul più bello.
Proseguendo verso casa incrociai altri due podisti che volevo avvisare del “lavoro in corso” ma le parole mi si strozzarono in gola per l’emozione ancora forte. Riuscii a malapena a salutarli.

Insomma, per me questa strada è stata, ed è tuttora, un luogo del cuore…
Già il cuore. Oggi, a causa del cuore e dell’età anagrafica, i ritmi e il passo si sono notevolmente appassiti.
Spesso, trotterellando, i pensieri e le riflessioni che la corsa solitaria mi induce sono fantasticamente ricchi. Variano dal passato al presente, leniscono preoccupazioni e suscitano risoluzioni… come quella di scrivere queste memorie.

Tempo fa, ad esempio, sorridevo ripensando a quando ero un giovane studente. Ogni giorno, al ritorno dall’Università, per disintossicarmi dalla matematica e dalla fisica indigeste, avevo come percorsi di allenamento le Caselle, il Buco del Frate e il Tesio. Ogni santo giorno, estate e inverno, sole e acqua, mi deliziavo con chilometri e salite che i vent’anni non mi facevano nemmeno sentire.

In una delle ultime case alle Caselle, appena fuori Prevalle, abitava una simpatica vecchietta che usava lavorare a maglia seduta sullo scalino fuori dalla sua casetta. I capelli di un bianco puro, secca e nervigna, aveva una voce stridula fuori misura. Non ho mai capito perché né per come ma era conosciuta da tutti come “la Pèna”.

Spesso mi piaceva correre in tondo e facevo più di un giro nella gradevole campagna tra le Caselle e Paitone.  Ebbene, sia che io passassi una volta, o che passassi dieci volte davanti a lei, la Pèna, immancabilmente, ogni volta, alzava gli occhi, fermava “la scarpèta”, abbassava il suo uncinetto e mi gridava “Ta s-cioparà el cör!!… Ta s-cioparà el cör!!”.

Quell’”anatema” ripetuto, con doppia enfasi, quasi mi riempiva d’orgoglio. Con i miei vent’anni mi pareva di sfidare il mondo e quindi, quelle poche volte che la Pèna mancava, me ne dolevo e la rimpiangevo.
Quando la poveretta, a tardissima età, volò agli eterni riposi, mi recai a far visita alla defunta.

Ricordo che, davanti a tutti, raccontai del mio personale siparietto con la loro congiunta e tutti sorrisero per quelle ricorrenti scenette di cui erano all’oscuro. Qualcuno soggiunse… “Poarìna el ghè s-ciopàt a lé el cör…”

Bene, io, che per studi e per professione dovrei essere un tecnologo, razionale, per quanto non sempre lucido, mi considererei fermamente insensibile ad oroscopi, predizioni e ad ogni forma di premonizione.

Poi, lo scorso anno, in tutta urgenza mi hanno sottoposto ad un intervento a cuore aperto per la sostituzione della valvola aortica – svoltosi alla perfezione e senza troppa sofferenza né preoccupazione –.

Terminata che fu la permanenza nella terapia intensiva, al risveglio,  il mio primo pensiero, dopo moglie e figli andò dritto a lei… “la Pèna… Madóooora…. la ghéra pròpe rizù la Pèna”.


Paolo Catterina



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