04 Aprile 2021, 07.00
Gavardo
Blog - Maestro John

Addii, ricordi e la Signora Maria

di John Comini

Vorrei prima salutare alcune persone che ci hanno lasciato, poi ricordare le tradizioni di Pasqua e Pasquetta ed infine mostrarvi il video di auguri della Signora Maria
VIDEO


Bruno Crescimbeni l’ho incontrato tutte le volte che il Coro La Faita ha cantato negli spettacoli con il Teatro Gavardo. Durante la cerimonia celebrata da mons. Italo, al cimitero, i suoi amici coristi, diretti dal maestro Valerio Bertolotti, hanno cantato il Salmo 21 “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. E quando alla fine in cielo saliva la melodia struggente del “Signore delle cime,” non ho potuto trattenere le lacrime.

Il Coro su facebook
gli ha dedicato queste commoventi parole: “È mancato all’affetto dei suoi Cari e dei suoi amici del Coro La Faita il nostro Bruno. Una presenza storica, costante ed attiva del nostro Gruppo. Ci mancheranno le sue battute ironiche ed il suo attaccamento incondizionato al coro e i racconti delle sue raccolte di funghi. Condoglianze sentite alla sua famiglia ed a tutti noi, suoi amici da sempre. Siamo affranti e non ci possiamo credere. Non ci abitueremo alla tua mancanza. Una preghiera ti accolga nella tua nuova pace. Ciao, caro Bruno. #corolafaita”

So che Bruno era anche un eccellente giocatore di bocce, avendo vinto numerosi premi. Dicono che quando tuona “iè i angei che zëga a bùce”: ora ci sarà anche Bruno, lassù, nel coro degli angeli.

Ci ha lasciato anche Ivan Martinelli: l’avevo visto in Tesio, durante la festa degli Alpini, insieme alla sua simpatica compagna Manuela. Ivan faceva parte dell’ANPI e dava una mano per sistemare l’orto ed il giardino della Scuola Parrocchiale, dove l’amato nipotino frequenta la classe prima. Era grande amico di mio cognato Luigi Avanzi, con il quale si recava sia alle sfilate nazionali degli alpini, sia in viaggi all’estero, assieme agli amici Claudia Pozzani e Mario Taraborelli.

Se n’è andato anche Antonio Lavi: lo vedevo sempre scattante, con la sua bella casacca fosforescente. Faceva parte di un gruppo meraviglioso, formato da più di cento persone che donano il proprio tempo agli altri: l’Associazione Volontari Gavardesi O.D.V. Antonio era uno dei simpatici nonni-vigile, con la paletta si metteva al cancello della scuola per l’entrata e l’uscita degli studenti. Era un esempio di altruismo e di solidarietà.

Vorrei infine salutare Domenica Anelli
, moglie di Giuseppe Selleri. Era una persona solare, disponibile: si dava da fare per i ragazzi disabili dell’Anffas, era volontaria al bar dell’oratorio, faceva la cuoca ai Grest insieme alla signora Chiara Zanelli, anche al mare quando c’era don Fabrizio.

“Il tempo ti cambia fuori, l’amore ti cambia dentro
basta mettersi al fianco invece di stare al centro
l’amore è l’unica strada, è l’unico motore
è la scintilla divina che custodisci nel cuore.”

(Simone Cristicchi)

Un tempo (ma anche adesso)
si facevano le “pulizie di Pasqua”. Le case venivano rivoltate sottosopra, si pulivano i vetri, le tende, gli oggetti di rame: paioli, bricchi per fare il caffè sulla stufa e la scaldìna, il recipiente dove mettere le braci per la mònega.

Per ricordare la morte di Gesù, dopo la Messa in Cena Domini del Giovedì Santo, si legavano con un nodo speciale le campane, affinché non emettessero alcun suono, nemmeno al soffio impetuoso del vento. Gli altari spogli, i crocifissi e le immagini sacre avvolti in drappi viola: il tempo restava sospeso, si respirava un’atmosfera di attesa, in un silenzio irreale.

Il Venerdì Santo
(prima della pandemia) si partecipava alla Via Crucis che saliva verso il Monticello, con le splendide santelle, testimonianza del vivo sentimento religioso della popolazione. Il buio, le torce, il canto del Coro La Faita, le meditazioni ad ogni stazione: tutto aiutava a riflettere ed a pregare.

Il Sabato Santo si ‘slegavano le campane’ che suonavano “a gloria” l’annuncio della Pasqua di Resurrezione. Gli squilli gioiosi suonati a distesa di campanile in campanile diffondevano un rinnovato messaggio di amore e di speranza. Allora le mamme bagnavano gli occhi dei bambini, perché l’acqua in quel momento era tutta santificata e teneva lontani i malanni.

Molti aspettavano Pasqua per poter sfoggiare il vestito e le scarpe nuove. Si facevano le pulizie di Pasqua anche nella coscienza: secondo il precetto “confessarsi almeno una volta l’anno e comunicarsi almeno a Pasqua”, c’era una fila di gente al confessionale, spesso con confessori e predicatori venuti da fuori. Quelli che partecipavano solo alla Messa pasquale venivano chiamati ‘pasqualini’.

A Pasquetta (tempo permettendo) tante persone si riverseranno festanti nei boschi, in mezzo agli alberi, nei verdissimi prati del Tesio. Era una specie di religione pagana del vivere, dopo tanta astinenza, digiuno e timore di castighi dell’aldilà. Ragazzi temerari salivano a piedi già la sera di Pasqua, con sacco a pelo, tenda e un bel po’ di bottiglie di birra, con chitarra e bonghi in stile festival di Woodstock.

Molti, sebbene Pasquetta non fosse di precetto, partecipavano alla S. Messa presso la Chiesetta degli alpini. “La casina del Tesio” era aperta, nello spazio verde si poteva giocare, ridere, cantare. Si intrecciavano nuove amicizie, nascevano amori primaverili, pare che qualcuno amoreggiasse nei boschetti: del resto, l’amore non è ‘èl paradìs dèi poerècc’?

 “Una festa sui prati, una bella compagnia,
panini, vino e un sacco di risate
e luminosi sguardi di ragazze innamorate” (Celentano)

C’erano la possibilità di cucinare la roba ai ferri e le tavole con le panche per poter mangiare. Le persone educate facevano attenzione a non creare fuochi pericolosi e buttavano lo sporco negli appositi contenitori. Celebre il cartello “Sì dei spurchignù”, una giusta critica ai maleducati che abbandonano i rifiuti nella natura.

Nel pomeriggio, dopo aver mangiato e ben bevuto, molti salivano verso la Croce sui Tre Cornelli da dove, nelle belle giornate, si poteva apprezzare l’incantata visione del lago. Accanto alla Croce c’era una cassetta, con dentro un libro ricco di belle frasi, e chiunque poteva aggiungere un proprio ricordo, un verso poetico o una riflessione personale. Al ritorno, verso sera, si scendeva con un po’ di timore per i cinghiali: ma non si incontravano, forse se ne stavano tranquilli a far festa pure loro.

I Soprapontini prediligevano il Monte Magno
e la meravigliosa zona boscosa accanto alla colonia, mentre gli abitanti di Soprazocco nelle località Galluzzo e Belvedere potevano fare festa ed osservare il lago mangiando ‘salàm, öf e ridicì’.

Ho chiesto ad Antonio Abastanotti di scrivere qualche suo personale ricordo…
“Il  primo ricordo che torna nella mia mente è quello del rogo che i contadini facevano a metà Quaresima, chiamato il Giovedì grasso. Mio nonno Giovanni, aiutato dal figlio Giuseppe e dal fratello Pasquino (sempre chiamato da tutta la contrada di Benecco di Soprazocco e anche da noi nipoti Zio Tone),  raccolte le ramaglie tagliate nella pulitura primaverile delle piante da frutto e di rovi tagliati dalle siepi, ne faceva un bel mucchio da salvare per la ‘Zöbia Mata’.

Durante gli anni della mia adolescenza abitavo vicino a piazza S. Bernardino: era tradizione che, dopo aver partecipato alla recita serale del S. Rosario, i giovani del borgo costruissero un fantoccio, solitamente vestito da donna con vecchi abiti e stracci. Questa, dopo essere posta su di una carriola in piedi, e fatto il giro della contrada, con il seguito di tutti i giovani e bambini, che gridavano il nome di una signora invisa ai ragazzi. Veniva poi portata nel piccolo prato, che a quel tempo esisteva, sulla destra all’inizio di viale Mazzini. Molti portavano vecchie latte di ferro o pentole vecchie da battere con un bastoncino, facendo nella contrada un gran fracasso: partecipare a questa sarabanda ti riempiva il cuore di gioia.

Alla domenica delle Palme, per noi era un impegno quello di procurarci rametti di ulivo da qualche contadino, che avendo degli alberi li aveva potati, per poter orgogliosamente presentarci alla benedizione degli ulivi. Naturalmente in chiesa i ragazzi un poco di baccano lo facevano: in una di queste occasioni, il rev. don Battista Lombardi, un sacerdote gavardese devoto e serio, una volta si arrabbiò per il troppo rumore e scese in chiesa con alcuni rami di ulivo a prendere a bacchettate i più facinorosi. La gente era stupita nel vedere don Battista arrabbiato, lui solitamente così taciturno. La benedizione degli ulivi venne spostata presso la Chiesa di S. Maria, e poi in processione si andava in parrocchia per la S. Messa.

C’era poi la tradizione dello “Sgüracadéne”. I ragazzi andavano dai vicini di casa a raccogliere le catene dei focolari per pulirle, ad evitare che qualche grumo di fuliggine cadesse nelle pentole. La pulizia veniva eseguita ogni anno, legando le varie catene tra loro, solitamente cinque o sei, che venivano trascinate, finché risultassero lucide, lungo le strade allora sterrate. La pulizia finale si eseguiva nei fossi o nei canali, fino a quando le catene diventavano brillanti. Con le poche lire (30-40 centesimi per ogni catena) che ci davano i proprietari, potevamo comperare un pezzo di torta di castagne (chiamata Patùna) o qualche mela. (Questa tradizione è stata riproposta dagli amici dell’associazione Borgo del Quadrel del caro Cesare Cavagnini.)

Eravamo sempre presenti
anche alle funzioni della Settimana Santa, non saprei definire se per fede o perché era un’occasione per giocare tra i vicoli allora esistenti in Piazza De Medici. Erano parecchi i ragazzi (solo maschi, a quei tempi) che facevano parte del Piccolo Clero e del Coro Parrocchiale, di cui feci parte in gioventù.

Il Giovedì Santo, la cerimonia della lavanda dei piedi veniva fatta ai chierichetti. Il Venerdì c’era l’ora di adorazione al Signore Crocifisso alle ore 15; la chiesa era sempre piena, mancavano solo quelli che si trovavano nelle fabbriche. La sera del Sabato Santo c’era la Cerimonia della Benedizione dell’acqua. La domenica alle ore 11 la S. Messa era, in queste grandi occasioni, cantata dal Coro Parrocchiale; vi facevano parte il mio papà e mio zio Anacleto, ricordo che cantavano dal pulpito. Nelle altre domeniche veniva cantata dai fedeli in Gregoriano alternandosi uomini e donne. Ricordo che queste cerimonie mi riempivano il cuore di gioia. Quante volte ho chiesto al Signore di poter rivivere in questa pace!

Il lunedì seguente la S. Pasqua era tradizione andare presso qualche Santuario. Con la mia mamma e altri parenti  si andava in pellegrinaggio alla chiesa della Madonna di Paitone, apparsa nel 1500 ad un ragazzo sordomuto. Si partiva  a piedi passando da via Fornaci, località S. Carlo (dove c’è una bella chiesetta dedicata al santo), proseguendo poi per Pospesio di Paitone. La gente si portava l’occorrente per fare anche il pranzo  nei dintorni del Santuario, finite le funzioni religiose; a volte vi erano anche alcune bancherelle di dolci e zucchero filato. Tutto finiva in gloria.

Per noi ragazzi era uno spasso poter giocare fra quei sassi con le ragazzine, appena un poco più grandicelli. In una di queste scampagnate ebbi l’occasione con altri amici di visitare il Buco del Frate, già ben conosciuto da tanti e non ancora scoperto dal Gruppo Grotte. Alcuni ragazzi presero un ossicino di ricordo; poiché il fondo interno era di terra rossa sempre umido, non potemmo proseguire più di tanto per non infangarci gli abiti. Subimmo ugualmente il rimbrotto delle nostre mamme, perché avevamo scarpe e calze piene di fango rosso. Tanti cari auguri a tutti quelli che leggono questi ricordi, da trasmettere a tutti i vostri famigliari ed amici.”

Concludo con una bella sorpresa: è nato Michele, nipote di Renato Savoldi, nonno in gamba e juventino doc! Visto che con la Juve siamo ancora in quaresima, con il nipotino ‘èl sarà contènt come ‘na Pasqua!’

Auguri a tutti da parte della Signora Maria (Paola Rizzi) e del Teatro Gavardo!

Ci sentiamo la settimana prossima, a Dio piacendo
maestro John

Nelle foto:
1)Il Coro La Faita canta in Tesio, durante la Festa del Creato (Bruno Crescimbeni è il terzo nella riga davanti da destra, con la maglia verde)
2) Il sorriso di Bruno, al centro, dietro il maestro Valerio Bertolotti (grazie all’amico Antenore Taraborelli per le foto)
3) Ivan Martinelli con la compagna Manuela
4) Foto di gruppo dei nonni-vigile (Antonio Lavi è il signore davanti con la paletta, tra la vicesindaco Ombretta Scalmana ed il sindaco Davide Comaglio)


Questo e altri video, con maggior risoluzione, su VallesabbianewsTV



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