10 Febbraio 2021, 10.00
Lo Spaccadischi amarcord

Parole di Sapone, intervista a Mauro Ermanno Giovanardi

di Davide Vedovelli

In queste settimane di fermo degli eventi culturali causa Covid-19 riproponiamo alcune interviste e articoli pubblicati sul Periodico Indipendente “Il Graffio”, nato a Vobarno alcuni anni fa. Ecco la prima


Nel 2006, a Vobarno, nasce un Giornale Indipendente. Si chiama “Il Graffio” ed è reso possibile dalla passione di alcuni ragazzi allora poco più che ventenni (tra cui c'ero anch'io) e da un ragazzo che i vent'anni li aveva compiuti già quattro volte e rispondeva al nome di Andrea Barbiani.

Un grazie al nostro Direttore Ubaldo Vallini che ci ha appoggiato rendendo possibile la nascita di questa testata. Ho pensato di riproporvi alcuni articoli e alcune interviste che erano apparse su queste pagine, riscoprendo la loro grande attualità. Spero le leggiate o rileggiate volentieri.


Da “Il Graffio” n° 4


Parole di sapone
Un’intervista a Mauro Ermanno Giovanardi

Oggi Mauro, per noi, è solo voce.

É la voce calda, inconfondibile, di Joe dei La Crus che ci accoglie amichevole dall’altro capo del telefono: “No, no, non mi disturbi”.
Non c’è supponenza nei rutilanti castelli di parole con cui Mauro risponde ai nostri interrogativi, anzi: nel procedere della conversazione l’ironia iniziale si sgretola per lasciare spazio a spiragli di insicurezza e fragilità.

“Ho bisogno di intimità e quotidianità, sono un po’ un lupo solitario”.

Le parole paiono avere pudore di rivelarsi in tutta la loro nudità e crudezza, spesso stemperate da una risata a denti stretti, quando chi le pronuncia si accorge che la lama sta incidendo troppo a fondo...

Quali sono le tue radici musicali? Quali gli ascolti che ritieni siano stati fondamentali per la tua formazione?


A diciassette anni ho letto “Nessuno uscirà vivo di qui”, la biografia di Jim Morrison che, in un certo senso, mi ha rovinato la vita.
Ero affascinato da questo suo carattere molto europeo, un’attitudine per niente americana: mentre negli Stati Uniti, a San Francisco, in quegli anni cantavano la pace, l’amore, la libertà… lui cantava la morte. Inoltre sono innamorato delle voci che cantano veramente, che non fanno finta, e lui è certamente uno dei più grandi.

Mi ha influenzato molto anche Patti Smith che, fortunatamente ma purtroppo, nel ‘79 ho visto; questo mi ha aperto la strada alla conoscenza di altri movimenti, nati da pochissimo, il punk e la new wave, nonostante lei fosse un po’ più rock rispetto al resto. Anche lei aveva un’attitudine molto europea, si riferiva ad autori come Rimbaud e Verlaine.

Poi, negli anni ottanta, suonando e facendo parte di una scena musicale, ho iniziato ad ascoltare veramente la musica con i Sex Pistols, i Joy Division, i primi dischi di new wave; all’epoca, i miei artisti preferiti erano Tom Waits, Nick Cave e Leonard Cohen.
Poi c’è stata la svolta con Tenco.

La mia generazione era affascinata dalla filosofia del punk, che faceva tabula rasa dei vecchi, dei mostri sacri. Se Johnny Rotten (cantante dei Sex Pistols, ndr) in Inghilterra faceva tabula rasa dei Led Zeppelin, dei Rolling Stones e dei Genesis, in Italia facevi tabula rasa dei vari De Gregori, Guccini, Venditti.

Poi, lo racconto spessissimo ma è la verità, la madre della fidanzata con cui stavo in quel periodo mi disse: “Tu devi sentire assolutamente Luigi Tenco, ha un modo di cantare triste come il tuo”. Lei si chiamava Angela, così… Quando ho sentito per la prima volta “Angela” ho avuto veramente un colpo di fulmine e ho capito che non era essenzialmente diverso da un qualsiasi pezzo di Nick Cave o di Leonard Choen.
Da lì è nata una voglia di ricerca a ritroso.

Ho scoperto subito dopo Piero Ciampi: quando sentii per la prima volta i suoi brani, quanto sentii per la prima volta “Il vino”, mi sembrò un’atmosfera simile a quella che avrebbe potuto cantare Tom Waits nei suoi primi dischi.

Una delle cose che più mi ha dato soddisfazione dei La Crus, soprattutto nei primi due dischi, era proprio che alla fine di ogni concerto decine e decine di ragazzi giovanissimi mi dicevano tutti la stessa cosa: “Guarda, io non conoscevo né Ciampi né Tenco e mi sono andato a comprare i dischi originali”; questa cosa mi faceva molto piacere, è una cosa di cui vado veramente fiero.

I La Crus costituiscono certamente un’anomalia nel panorama musicale italiano: una miscellanea di elettronica e canzone d’autore, impreziosita dalle incursioni di uno strumento insolito com’è la tromba. Questo singolare connubio è nato in maniera spontanea o è il risultato di una precisa volontà creativa?

L’idea dei La Crus nasce dal mettere sullo stesso piano due mondi completamente distanti, che sono il nostro background culturale, che arriva appunto dal punk e dalla new wave fino alla musica fatta dai campionatori da una parte, e dall’altra il recupero di ciò che la musica italiana ha prodotto di meglio, cioè la canzone d’autore.

Tutto è venuto in maniera molto naturale, ma facendo anche una serie di riflessioni.

Per me era importantissimo capire… io per dieci anni ho cantato in inglese: cantare una cosa in italiano davanti a delle persone che lo capiscono è molto diverso che cantare un pezzo in inglese, di cui non cogliamo mai le sfumature vere o più interessanti. Per me era anche una sfida, che va avanti ancora adesso. Quando sto scrivendo un testo nuovo, se non sono convinto io fino in fondo delle parole, fatico a cantarlo anche nei provini, davanti a Cesare (Malfatti, suo partner nei La Crus, ndr) anche se lavoro con lui da quindic’anni.

Quando sei su un palco sei nudo, non puoi far finta: se sei convinto fino in fondo di un pezzo, dalla prima all’ultima frase, se senti veramente nella pancia ogni parola che scrivi, puoi andare su un palco con una forza maggiore; dici: “Ok ragazzi, io sono questo, può piacere o no, ma sono sincero”.

L’esperienza ha reso meno intense le emozioni e le paure che provi salendo su un palcoscenico o ti senti ancora un “attore inesperto”?


Prima di iniziare un concerto sono sempre tesissimo.

Inoltre, con i La Crus, per una serie di concerti di fila mi sono dimenticato le parole di canzoni che conosco a memoria, che potrei cantare mentre lavo la macchina, mentre faccio le pulizie. La prima volta mi capitò proprio con “Angela”: parte la prima strofa, la canto, attacca la seconda e io proprio… sai il foglio bianco, neanche il marchio della Fabriano in rilievo!

Come te la sei cavata?

La musica andava avanti, io ero seduto sullo sgabello cercando di nascondermi dietro l’asta del microfono ma, anche se sono magretto, l’asta era più sottile di me. Mi è capitata per un’altra serie di concerti di fila, perciò da lì in poi mi sono abituato a portare il leggio, una sorta di salvagente psicologico, che in realtà non uso quasi mai.

Sai, dimenticarti le parole di un testo tuo è un conto, dimenticarti le parole di “Giugno ‘73” o di “Un giorno dopo l’altro”, pezzi che sai a memoria… ti girano troppo i coglioni!

In “Cuore a nudo”, tuo primo lavoro da solista, prendi in prestito numerosi versi e brani di grandi autori (Shakesperare, De André, Tenco, solo per citarne alcuni); con i La Crus avete pubblicato “Crocevia”, un intero album di cover. Cosa ti ha portato alla scelta dei brani da interpretare? Riesci a sentire veramente tue anche le parole scritte da altri?


Se c’è una frase in un testo che non mi convince, non lo canto.
Così è anche nella scelta delle cover da fare.

“Naviganti” (di Ivano Fossati, ndr) è un pezzo che sento così tanto da riuscire a farlo mio, e così deve essere per tutti i pezzi: mi devo vedere in quei testi, devo sentire che quelle emozioni sono anche mie.

Hai più volte interpretato canzoni di Luigi Tenco e non hai mai fatto segreto della tua passione per i suoi brani. Quale aspetto della sua poetica senti più vicino?


Innanzitutto, ritengo che “Vedrai vedrai” sia la canzone più bella mai scritta nella lingua italiana; diventa ancora più drammatica se pensi che l’ha scritta per sua madre, che gli rompeva i coglioni perché gli diceva che doveva finire l’università, fare un lavoro vero e non il musicista.

La sua grandezza è stata quella di aver portato nella musica italiana delle tematiche nuove, delle parole mai usate fino ad allora, un certo sentore esistenziale, e tutto questo cantando.

Tenco riesce ad essere vero, a raccontarti degli spaccati perfetti: la cosa che mi piace di più è questo suo modo di descrivere con un verismo incredibile certe emozioni difficilissime da esternare.

Gli obiettivi che ti poni con il tuo lavoro sono cambiati nel corso del tempo?

No, direi di no. Forse l’unica cosa che è cambiata è che, mentre prima sentivo la necessità che il percorso fosse affiancato anche da una ricerca sonora di un certo tipo, adesso mi interessa solo e sempre di più la canzone. Se la canzone funziona piano e voce, chitarra e voce, poi le puoi mettere tutti i vestiti del mondo; una canzone è riuscita quando tu racconti la tua quotidianità e diventa l’esperienza anche di qualcun altro.

Da tre edizioni sei direttore artistico del festival “Assalti al cuore”. Potresti parlarci di questo progetto? In cosa si differenzia dagli altri festival musicali?


È un festival di musica e letteratura: ci piaceva l’idea di far convivere insieme personaggi e autori distantissimi per generazione ed esperienze.
Sono venuti da Sanguineti, a Blixa, da Stefano Benni a Vinicio, a Pagliarani, a Nada…

Inoltre, da due anni, facciamo produzioni nostre per il festival; sono delle prime assolute: quest’anno non c’era, su tredici eventi proposti in tre giorni, una cosa che era già stata fatta.

Non credo che ci siano molti festival in Italia dove succede questo.

Credi che l’arte possa fornire chiavi di lettura per comprendere meglio la realtà in cui viviamo o sia piuttosto uno strumento per costruire spazi personali di libertà ed evasione?


Questa è un po’ da Marzullo… (ride) … no, scherzo… non lo so, non te lo so dire. Prima pensavo che la canzone potesse rivoluzionare maggiormente. Adesso credo dovrebbe essere qualcosa che ha più a che fare con te stesso. Sono molto indeciso su questa cosa, ho cambiato opinione ma non so se quella nuova è quella giusta.  

L’artista è l’uomo libero per eccellenza o è sottoposto, come tutti, a condizionamenti?

Da un po’ di anni mi capita di pensarmi più come un artigiano. Ho avuto un rigetto per una serie di cose, per cui non mi sento un artista: se la prima sgarlettata che va in televisione a Buona Domenica e fa due balli e una mezza canzone è un’artista, io sono un artigiano.

In realtà il problema è proprio lo strappo che c’è alla base: la musica viene spacciata come qualcosa che nutre l’anima e viene venduta come una saponetta per il bidé.



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