Aldo Moro: la giustizia riparativa
di Leretico

Non sapevo cosa fosse la “giustizia riparativa” o meglio ne avevo memoria vaga pensando al Sud Africa e ai suoi tribunali per la “Restorative Justice”...


... voluti da Nelson Mandela allo scopo di promuovere la riconciliazione nazionale dopo anni di feroce apartheid nel suo amato paese.

Dopo la serata organizzata dall’Associazione Aldo Moro di Castenedolo venerdì scorso 5 febbraio 2016, per presentare “Il libro dell’incontro” (Saggiatore, 2015), ho capito esattamente cosa significasse “giustizia riparativa” e quanto sia serio e importante portarla avanti.

Ospiti della serata insieme ad Agnese Moro, figlia dello statista ucciso dalle Brigate Rosse il 9 maggio del 1978, c’era Manlio Milani,
presidente dell’associazione delle vittime di Piazza della Loggia “Casa della Memoria”.
E con loro sul palco c’erano Valerio Morucci e Franco Bonisoli, ex terroristi delle Br e protagonisti dell’agguato in via Fani che costò la vita ai cinque uomini della scorta di Aldo Moro.

Seduto tra gli altri c’era padre Guido Bertagna,
discreto e coraggioso tessitore degli incontri, avvenuti negli ultimi otto anni, tra vittime e colpevoli delle violenze immani degli anni di piombo.

Garante della serietà del percorso di “giustizia riparativa”, sapientemente costruito in questi anni da padre Bertagna insieme ai sociologi Adolfo Ceretti e Claudia Mazzuccato, è stato il magistrato Gherardo Colombo, già impegnato nell’inchiesta sulla P2 e in quella di “Mani pulite”.
Dapprima dichiaratamente scettico sull’efficacia dello strumento, in seguito consapevole dell’impossibilità di ridurre il male attraverso la pena “distributiva” e ora convinto assertore della “giustizia riparativa” quando costruita con il rigore e profondità di approccio.

L’intervento che mi ha colpito di più è stato quello di Valerio Morucci,
la cui voce avevo imparato a conoscere nei miei approfondimenti sulla storia degli anni ‘’70, come telefonista delle BR durante i cinquantacinque giorni del sequestro Moro.
Morucci ha dapprima fatto riferimento alle incredibili storie di fraternizzazione avvenute tra soldati tedeschi e inglesi sul fronte francese durante la Prima Guerra Mondiale.
Nel giorno di Natale del 1914 i soldati di entrambi gli schieramenti erano usciti dalle proprie trincee e dalle proprie divise per riconoscersi come esseri umani, nel giorno più importante per la spiritualità occidentale.

Un modo per dire che se anche dei nemici dichiarati, che si sono a suo tempo uccisi sul campo di battaglia, si sono fermati a pensare che l’altro era pur sempre un essere umano, allora questa fraternizzazione è possibile anche tra vittime e colpevoli.
Ma ciò che veramente ha fatto, almeno per me, la differenza nel discorso di Morucci, è stato il suo accenno alla pena come paradossale protezione per il condannato.
Il carcere come rifugio per nascondere a se stessi il confronto con il male provocato, l’illusione che pagando il conto con la società si possa evitare di pagare il conto con la propria coscienza.

Il percorso della “giustizia riparativa” è il più difficile tra quelli che un colpevole possa scegliere di seguire, perché implica il confronto con la vittima, con il suo dolore.
È un percorso interiore durissimo perché sottintende il riconoscimento, finalmente, dell’essere umano che con la violenza si è voluto ignorare, colpire, distruggere in nome di una religione disumana, ispirata a quei tempi dal marxismo, fin troppo lineare nella sua descrizione del mondo diviso in buoni e cattivi, buone le masse, cattivi i padroni e le loro articolazioni di potere.

E di più mi hanno colpito le parole di Morucci, perché mi hanno ricordato alcune righe de L’Affaire Moro di Leonardo Sciascia, quelle in cui l’autore parla dei tre minuti di telefonata in cui Valerio Morucci, proprio lui, annunciava al professor Franco Tritto, e indirettamente alla famiglia, l’uccisione di Aldo Moro e informava sul luogo dove ne avrebbero potuto trovare il cadavere.

Il momento è drammatico
eppure Morucci che «sa che il telefono di casa Tritto è sotto controllo, sa che l’attardarsi nella telefonata può essergli fatale; eppure è paziente, meticoloso, riguardoso persino. Ripete, si lascia andare a un “mi dispiace”; e insomma diluisce in più di tre minuti una comunicazione che avrebbe potuto dare in trenta secondi. […] Che cosa dunque trattiene il brigatista a quella telefonata, se non l’adempimento di un dovere che nasce dalla militanza ma che sconfina ormai nell’umana pietà?»

Nella sera dedicata a “Il libro dell’incontro” ho potuto constatare ancora una volta la capacità di Leonardo Sciascia di intuire l’animo umano, in questo caso il tormento che la pietà aveva provocato in Valerio Morucci.
C’è un eco di questo tormento nella manzoniana notte dell’Innominato e deve essere davvero stato tale se Morucci stesso lo ha confessato davanti al pubblico di Castenedolo.
Ha raccontato infatti di come, avendo letto le lettere del Presidente della DC alla famiglia prima di consegnarle, avesse intravisto nelle parole del prigioniero il volto dell’essere umano. Qualcosa il lui in quel preciso momento era cambiato anche se non ne era pienamente cosciente. Da quel preciso momento aveva “rotto” gli schemi mentali, ideologici, in cui era vissuto fino ad allora. Il resto è conseguenza ormai nota.

Nell’ottobre del 1978, Sciascia scriveva: «Forse ancora oggi il giovane brigatista crede di credere si possa vivere di odio e contro la pietà: ma quel giorno, in quell’adempimento, la pietà è penetrata in lui come il tradimento in una fortezza. E spero che lo devasti».

Oggi, a trentotto anni di distanza, siamo testimoni di quanto sia stata devastante quella pietà, positivamente devastante. Il tradimento è entrato in quella fortezza disintegrandola.

Ma il senso ultimo della “giustizia riparativa” non sarebbe completo se si riferisse solo alle vicende profonde dei colpevoli, riguarda anche le vittime.
Non certo nel cercare di nascondere, in qualche modo posticcio, il dolore che hanno provato per la violenza subita, per l’offesa sofferta, ma nell’aiutarli a uscire da quella cristallizzata situazione in cui il dolore lancinante relega chi lo prova, nell’odio e nella rabbia che l’immensa perdita provoca nelle vittime, incapaci per anni di uscire dalla fortezza della sofferenza.

È su questo punto che interviene Manlio Milani, vittima tra le vittime, privato della moglie quel fatidico 28 maggio 1974 in Piazza della Loggia.
Milani serenamente ammette: «È facile dire "io sto con la vittima", noi abbiamo bisogno di “tradire” questa nostra condizione, per chiudere, per ridiventare cittadini. La vittima è certamente tale, ma non deve perdere la sua dimensione di cittadino, di chi si mette in discussione».
Anche qui la pietà è entrata nella fortezza del dolore distruggendola.

La giustizia riparativa è un modo per uscire dalla prigione che la sofferenza costruisce intorno all’anima delle vittime. Riconoscere l’umanità dell’altro, di quella persona che si è sempre considerata come un mostro, permette di rinascere, perché come dice Agnese Moro: «le cose possono cambiare».

Leretico
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