Che cosa è "normale"? Quanto c'è in "abbastanza". E' davvero breve "un minuto"?
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E' possibile che le cose cui siamo abituati di più siano proprio quelle che possono cambiare più spesso, e senza una degna prevedibilità .
E volendo continuare, potremmo riflettere pure su gli "scontato" o gli "implicito" che, a volte, diluiscono molti dei significati che viviamo ogni giorno.
Ma cosa significa chiamare una vita 'normale'?
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E' un ossimoro, perchè davvero parrebbe non esistere una vita dichiaratamente ... normale.
Ogni giorno di scelte, e di risultati, condisce il nostro "cibo interiore" in maniera sempre diversa, magari non immediatamente riscontrabile, ma comunque variegata.
E' bello poter pensare che la vita non debba essere affatto considerata normale, ma anzi, possa intrecciarsi di tutti i rametti che un albero potrà far germogliare: alcuni saranno 'innestati' dalle nostre mani, altri cresceranno seguendo gli angoli di luce, altri ancora prenderanno contatto (o eviteranno) gli alberi vicini, e così via ...
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C'è chi pensa che l'abbastanza ed il sufficiente siano l'unico metro dei nostri rapporti e delle nostre azioni.
Ma basta pensarci un minuto (ops!) che forse ci si accorge quanto di poco misurabile ci sia in un 'abbastanza', e che sia invece una misura sempre mutevole, influenzata principalmente dalla nostra disposizione del momento, dal contesto che ci appare quel giorno, e così via.
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Infine il tempo, che proviamo a contare quando scorre ma percepiamo davvero solo quando è passato.
E' il tempo dell'azione che si può rimandare ("appena posso"), sospendere ("un attimo ancora") e raccontare ("tempo fa").
Ma anche il tempo dell'attesa, e della speranza, di solito sempre lunghissimi se misurati nel mentre, corretti e proporzionati se visti invece al loro compimento ("il tempo suo").
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Sam, il pianista del film "Casablanca", suonava una bellissima "as time goes by" ("mentre il tempo passa") per invitare a considerare singoli, precisi, memorabili aspetti del suo trascorrere...
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Ed il fatto che tutto questo sia verosimile, ce ne accorgiamo dal fatto che se la 'nostra' Valentina di Idro non ci avesse fatto conoscere il suo sogno, un sogno profondamente 'normale' sebbene avvolto da un involucro che non lo sembra, molti di noi avrebbero continuato a ignorare la sua 'normalità ', magari perdendosi qualcosa, chissà .
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Condivido pienamente quanto scritto sopra. Non solo dal punto di vista clinico non esiste una differenza tra normalità e non normalità , se non rifacendosi a delle scale pseudo-scientifiche. Ma qui in questo articolo si sta ribadendo la mancanza di qualità nella nostra società contemporanea, nata dall'illuminismo. Non c'è spazio per il diverso, per l'Altro (lacaniamente insteso); tutto si riduce ad un più od ad un meno. In realtà , come giustamente notano gli autori, una cosa è il tempo matematico, un'altra il tempo fenomenico (per non parlare del tempo della coscienza) [per questo, mi permetto di rinviare ad alcuni miei articoletti rinvenibili nell'arXiv, cercando 'bondoni']. E secondo me, la mancata riflessione su questi aspetti, porta spesse volte anche nei nostri paesi ad incompresioni e a fratture. La nostra società punta alle prestazioni, al fare, alla funzionalità , castrando la multidimensionalitÃ
incomprensioni? Freud stesso nel 1908 notava un incremento delle malattie psichiatriche in concomitanza dell'avanzamento (?) sociale. Queste malattie rappresentano il grido disperato dell'Io rinchiuso in una gabbia d'acciaio (Weber), il suicidio volontario od imposto delle proprie pulsioni. Per queste ragioni, io vedo nei pazienti psichiatrici quell'umanità che altrove vedo persa. Non sono persone malate. Sono persone, che soffrono di questa castrazione della propria soggettività . Il loro grido di dolore è un grido di accusa contro la nostra società à la McDonald, priva di una vera razionalità . Una sorta di società acefala e ir-razionale nella sua estrema razionalità . Paradosso. No, affatto. La società illuministica, nel tentativo di elminare tutto ciò che non fosse 'razionale' ha alla fine dovuto espungere l'ultimo baluardo della 'mitologia qualitativa': la ragione. Ciò ha portato al