Conto i passi, mentre i pensieri vagano per ogni dove: i figli, il lavoro, la casa…
All’improvviso un flash, anzi, una folgorazione: rivedo mio padre, quando avevo cinque o sei anni, procedere alla stessa maniera in corridoio, avanti e indietro.
E continuavo a chiedermi perché seguitasse a camminare in quel modo, senza uno scopo apparente. Da pochi anni eravamo entrati nel nuovo appartamento, alle “Villette” in Via Roma. Io ero il più piccolo, ultimo di cinque figli.
Papà lavorava in “Ferriera”, la mitica Acciaieria Falck. Era un impiegato, e a quel tempo significava appartenere a una categoria sociale più “elevata”, anche se, in realtà, un operaio che faceva la “quarta squadra” o numerosi turni di notte, percepiva sicuramente una retribuzione altrettanto consistente.
Per tutta la tua vita lavorativa da impiegato, dal 1945 al 1976, anno in cui andasti in pensione, fu mantenuta una consuetudine alla quale ti attenesti rigorosamente: il riposino dopo pranzo.
La vita in paese a quel tempo era scandita dalle sirene della “Ferriera”: tre segnali quando mancavano venti minuti all’inizio dei turni (le sei di mattina, le due di pomeriggio e le dieci di sera), due segnali cinque minuti prima e l’ultima singola sirena all’ora esatta.
Arrivavi a casa alle dodici e dieci, e ti sedevi subito a tavola, attorniato dai tuoi figli. Mamma ti serviva per primo, e non appena terminato il pranzo cominciava il rito: il tuo riposino era davvero una cosa speciale, non come quello che oggi mi faccio io sul divano, di qualche minuto; andavi in camera, ti svestivi completamente, t’infilavi sotto le lenzuola del letto preventivamente approntato dalla mamma, dopo aver abbassato del tutto le tapparelle, e dormivi fino al primo triplice segnale della sirena.
In cinque minuti eri pronto, bevevi al volo il caffè già preparato (e quando scottava, lo versavi nel piattino per farlo raffreddare, chissà perché mi è restata così impressa questa “scenetta”), saltavi a “cavallo” della tua fiammante Bianchi con i freni a bacchetta, e d’inverno per non far impigliare il cappotto nelle ruote facesti applicare alla mamma due bottoni vicino alle tasche e due asole sui lembi inferiori, in modo da allacciarli per tenerli sollevati, e prima delle due timbravi il cartellino. Per anni l’orario lavorativo restò immutato, ma anche quando anticiparono l’entrata del pomeriggio alle tredici e trenta, tu comunque non rinunciasti mai al tuo riposino “completo”. Certe volte dormivi soltanto sette o otto minuti, ma per te bastava.
Allora non capivo come fosse possibile; soltanto adesso, che ai cinquanta ci sono arrivato (e anzi li ho superati), lo comprendo veramente, perché mi succede la stessa cosa: anch’io a volte riesco a dormire soltanto pochissimi minuti!
Non posso dimenticare quel giorno festivo in cui, ero bambinetto, m’invitasti a sedere comodo in sala, perché volevi farmi ascoltare una melodia straordinaria. Il sole era ormai tramontato e la stanza era in penombra, ma non accendesti la luce. Mi spiegasti che il concerto era suddiviso in tre movimenti: il primo, “Moderato”, delicato e introduttivo; il secondo, “Adagio sostenuto”, in un crescendo vibrante, e infine il terzo, “Allegro scherzando”, in cui la melodia principale finalmente prorompeva impetuosa, svelandosi in tutta la sua energia e carica emotiva.
Posasti sul piatto il disco della Deutsche Grammophone, dall’inconfondibile etichetta gialla, e cominciò la magia! Si trattava del concerto n. 2 in DO minore, Op.18, del russo Sergei Rachmaninoff interpretato al pianoforte da Svjatoslav Richter, uno dei più grandi pianisti del ‘900.
Quella meravigliosa melodia mi restò impressa in modo indelebile (FA LA#… SOL# FA RE# FA…. RE RE# RE FA# FA RE# RE FA RE# RE DO FA…), e quando, dopo un po’ di tentativi, la eseguii con la piccola clavietta che mi avevate regalato (uno strumento a fiato con due ottave di tastiera), ti commuovesti e mi abbracciasti con trasporto.
Tuttora è di gran lunga il pezzo sinfonico che preferisco e quel disco, che mi regalasti quando mi sposai, è conservato come un’autentica reliquia.
Non finirò mai di ringraziarti per avermi permesso di cominciare ad apprezzare il bello sin da piccolo, e se adoro la musica, il canto, e possiedo un eccellente orecchio musicale, il merito è essenzialmente tuo. Così come sono grato a te, mamma, che sin da piccolo m’insegnasti a fare il segno della croce, e le prime preghiere, a mani giunte; ancora oggi sento il tepore delle tue mani che stringono le mie e questa dolce sensazione mi accompagnerà per sempre, incancellabile, anche se campassi fino a cent’anni.
Ottenesti la patente a quarant’anni passati, e la nostra prima macchina fu una scassatissima Fiat 600 (“Era bruttissima!” fu il commento della mamma, sia allora sia nei decenni a seguire…), che però ci condusse ovunque.
Una volta in cui tornammo da Botticino, transitammo dinanzi all’Italcementi di Rezzato proprio a mezzogiorno e tu dicesti: “Sentite, anche qui a Rezzato suona la sirena”.
Ma il rumore era veramente assordante, e pareva che provenisse da vicino, proprio dietro di me, che sedevo sul sedile posteriore. Era il motore della 600 che “ululava” e per poco non lo fondemmo!
Quando si affrontava un lungo viaggio, appena partiti cominciavi una serie di “giaculatorie” che non finiva mai; tanto c’era tempo! Dentro di me pensavo: “Va bene pregare per la nostra famiglia, i parenti, gli amici, ma cosa centrano “Le intenzioni del Papa… La Chiesa Universale… Tutti i nostri defunti… ”.
Adesso ne ridiamo, ma quando c’era da far qualcosa in casa, come ad esempio attaccare un quadro alla parete, era davvero un dramma. Non possedevi una gran manualità, così mettevi all’opera l’intera “squadra”: Lilia teneva il quadro, Guido il martello, Emma il chiodo, Elio il metro e io l’asciugamano, perché in quelle occasioni sudavi copiosamente; mamma teneva la scala, allora davi il via all’operazione e parevi un chirurgo: “Metro!”, “Chiodo”, “Martello”, poi avevi bisogno di rifiatare, quindi “Asciugamano” e infine “Quadro!”.
Forse ti sarai accorto, anche se non l’hai mai ammesso esplicitamente, di come ridevamo alle tue spalle quando telefonavi allo zio Isidoro di Bologna, ogni due o tre settimane; immancabilmente le tue conversazioni terminavano con “Buone cose … speriamo in bene … in alto i cuori …” e quando talvolta sembrava che il colloquio potesse terminare senza le fatidiche frasi, noi figli con la mamma che sorrideva sorniona, dicevamo: “Ma come, e ‘in alto i cuori’?”, ma alla fine, poco prima di posare la cornetta, ecco il gran finale: “In alto i cuori zio!” e noi figli giù a sbellicarci dalle risate, mentre ritornavi in sala e dicevi: “Ma cosa c’è da ridere?”.
Ah, caro papà … Mamma non poteva mai portarti a fare le spese, perché lei era una casalinga provetta, abituata a chiedere lo sconto sempre e comunque; tu invece sembravi Rockfeller e lasciavi sempre la mancia o rinunciavi all’esiguo resto.
Ho una gran nostalgia di quella famiglia in cui sono cresciuto, e spero di aver imparato da voi a trasmettere gli stessi valori ai miei figli, insieme alla moglie che adoro. Sono passati venticinque anni da quando te ne sei andato, in un giorno e mezzo: ne avevi sessantacinque (quando oggi incontro persone di questa età, mi sembrano dei “ragazzi”), un infarto mesenterico, ti hanno aperto e immediatamente richiuso, prima di riportarti a casa; sei spirato con accanto la tua moglie e i tuoi figli, che ti tenevano per mano.
Ho voglia di rivederti, e non riesco a rassegnarmi al fatto che non ci sei più.
Certe sere, quando torno a casa dal lavoro e sono sovrappensiero, imbocco la strada che porta in Via Roma, invece di quella che conduce a casa, e mi parrebbe naturale trovarti seduto in poltrona, essere accolto dal tuo sorriso, sentire la tua voce, ascoltare con accondiscendenza il tuo indignarti davanti al televisore nel vedere delle ingiustizie, con la mamma che ti ascolta benevola e paziente, mentre sta facendo qualcosa (chissà perché tutte le mamme sono sempre impegnate a “fare qualcosa”!).
“Allora, andiamo?”, mi dice Grazia scendendo le scale.
E’ pronta, possiamo andare a fare le spese. Per fortuna da fuori nessuno ha notato uno scemo che da dieci minuti cammina avanti e indietro, mani dietro la schiena e capo chino, dalla sala alla cucina, con indosso cappotto, sciarpa, guanti e cappello.
Chi dice che è noioso aspettare le mogli che debbono farsi belle per uscire? Direi proprio di no. Anzi, ho deciso: da sabato prossimo, dalle ore quattordici alle ore quattordici e dieci, in attesa di Grazia, camminata avanti e indietro, per fare il pieno di ricordi e di affetti che confortano l’animo e riscaldano il cuore.