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Chiocciolina

Chiocciolina

di Aldo Raineri





21 Aprile 2019, 07.39
Villanuova s/C Valsabbia
La nostra storia

Quotidianità in tempo di guerra

di Chiara Zambelli
Con l’avvicinarsi del 25 aprile prendono il via le celebrazioni per il 74° anniversario della liberazione. Le persone, dirette testimoni dei fatti avvenuti durante la 2°guerra mondiale, ci stanno lasciando
 
Diventa quindi importante recuperare una memoria storica che altrimenti andrebbe irrimediabilmente perduta.

Rileggendo le trascrizioni dell’intervista alla signora Maria Cocca, detta Marì, classe 1923, abitante di Prandaglio, frazione di Villanuova sul Clisi, si delinea uno spaccato della vita quotidiana in tempo di guerra, fatto di ricordi che testimoniano la durezza della vita, la scarsità di cibo, le preoccupazioni, il timore per la vita del fidanzato e futuro marito, Domenico Comincioli.

Marì, prima di sette figli
, era operaia del cotonificio C.B.O. di Villanuova sul Clisi, all’epoca aveva circa vent’anni e mantiene un ricordo vivido degli avvenimenti cui ha assistito.
La mancanza di cibo è l’elemento ricorrente di molti suoi racconti: razionato con le tessere, comprato al mercato nero, merce di scambio.
La polenta era onnipresente sulle tavole: per pranzo, abbrustolita la sera, a colazione con il latte. A Pasqua i bambini la mangiavano con lo zucchero delle tessere. Il sale era irreperibile.

Trovarono un signore che disse: “Io avrei un po’ di sale se volesse fare a cambio, se mi avessero a dare una coniglia”.
Il padre di Marì, Angelo Cocca, prese una coniglia incinta, che pesava tre chili e la portò a piedi fino a Barbarano. Lasciata la coniglia prese un chilo di sale. Si scoprì solo a casa, dopo che mamma Caterina vi aveva cucinato una minestra dallo strano sapore, che non era sale, ma “sofit”, un sale che danno alle bestie per farle andare di corpo.

Non c’era nulla da mangiare, nonostante i rischi si ricorreva al mercato nero.
La ricerca della farina per la polenta era compito di Marì e della sorella Rina. Da Prandaglio si spostavano a piedi e quando avevano i soldi con il tram fino a Calvagese, Mocasina.
Una volta tornando a Villanuova con il loro sacco di dieci, dodici chili di farina si accorsero che sul tram c’era un tedesco che le fissava. Pensavano che gliel’avrebbe requisita. Colsero l’occasione in un momento di distrazione dell’uomo, per gettare il sacco al di fuori del fuori dal finestrino. Per poi scendere alla fermata successiva e correre a recuperarlo prima che qualcuno potesse rubarlo.

Quella volta andò bene, ma non sempre c’era cibo a sufficienza.
Una notte morì una mucca e il veterinario dispose che l’animale non venisse consumato e quindi lo seppellirono.
Appena fatto buio alcuni vicini, spinti dalla fame, dissotterrarono l’animale e se lo portarono a casa per mangiarlo. Anche i gatti diventavano una risorsa. Marì ricorda di come qualche suo parente li cucinasse allo spiedo.

Il 2 novembre 1944 otto cacciabombardieri bombardarono lo scalo merci dei Tormini provocando lo scoppio di due vagoni carichi di tritolo.
Il 17 novembre 1944 fu colpito il deposito munizioni sempre nei pressi dei Tormini. L’onda d’urto fu tale da mandare in frantumi tutti i vetri delle case del circondario. Le persone si arrangiarono come potevano, coprendo le finestre con scialli e coperte. La già dura vita delle persone fu complicata ulteriormente dal freddo pungente dell’inverno.

Villanuova fu bombardata il 18 novembre 1944, vennero sganciate otto bombe e nuovamente il 18 febbraio 1945.
Grande spavento suscitò il bombardamento fatto dagli alleati a Gavardo il 29 gennaio 1945 che causò la morte di 51 persone e la distruzione di numerosi edifici.

La paura dei bombardamenti era grande. La vita quotidiana era spesso interrotta dal suono dell’allarme antiaereo. La gente si precipitava nei rifugi, oppure si nascondeva nelle stalle o sotto i soffitti a volta delle cantine.

Una delle preoccupazioni più grandi era la sorte del fidanzato, Domenico Comincioli, che si trovava a combattere in Croazia.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 i soldati cercavano di tornare a casa. Domenico si imbarcò per l’Italia, delle tre navi stracariche di soldati che partirono, solo una raggiunse le coste Italiane. Proseguì il viaggio con un compagno di Sabbio Chiese.
Abbandonate le divise e vestiti con abiti civili di fortuna, si confusero tra i civili per poi prendere un treno per Brescia.

Ad un certo punto si accorsero della presenza dei soldati tedeschi che controllavano i passeggeri. Rischiavano la cattura e la deportazione. Due donne anziane, che avevano assistito alla scena, li chiamarono e li fecero avvicinare. Li fecero nascondere sotto le loro ampie gonne, in questo modo non vennero scoperti. Grazie a questo fortunato espediente ritornarono finalmente a casa.

Domenico non poté comunque restare tranquillo: venne richiamato in servizio dalla Repubblica di Salò.
Quando riuscì ad ottenere una licenza decise di disertare e di nascondersi nei boschi, sui monti circostanti, come tanti altri ragazzi. Una notte, dopo che era rientrato a casa, i soldati vennero a cercarlo.
Guardarono in tutte le stanze, ma non lo trovarono, mentre Domenico passava per il solaio e si lanciava sulla pianta di gelso del cortile dei vicini, scappando in pigiama nel bosco innevato.

Solo al termine del conflitto Marì e Domenico poterono stare tranquilli e infine sposarsi.
Questi frammenti di storia orale, che possiamo definire come “micro storia”, sono messi in ombra dalla Storia ufficiale che pone l’accento sui grandi avvenimenti.

E' proprio grazie a queste storie personali che possiamo realmente comprendere cosa fosse la vita quotidiana delle persone in tempo di guerra.
Potendo infine apprezzare ancora di più i valori della pace e della libertà.

Chiara Zambelli

.la foto è di Claudio Bontempi







 

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