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06 Febbraio 2017, 08.40
Vestone Anfo Lavenone
Pagine di storia

Malachia De Cristoforis e gli ospedali da campo nel 1859

di Guido Assoni
“Mentre rispettiamo i trattati non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d'Italia si leva verso di noi”. Così, il 10 gennaio 1859, Vittorio Emanuele II, monarca del Regno di Sardegna si rivolse al Parlamento piemontese
 
Il 21 luglio dell’anno precedente, Cavour e Napoleone III in segreto sottoscrissero a Plombières, un accordo per cui in caso di aggressione da parte dell’Austria, i francesi sarebbero intervenuti a fianco del Regno di Sardegna.
Sul piatto della bilancia l’acquisizione del Lombardo Veneto contro la cessione di Nizza e Savoia.

Il continuo affluire dei volontari da ogni parte della penisola verso il Piemonte rappresentò la scintilla, tanto attesa dal Cavour, che provocò la dichiarazione di guerra da parte dello Stato maggiore austriaco il 24/04/1859.

Dopo le vittorie militari delle truppe franco-piemontesi a Montebello (20 maggio), Palestro (31 maggio) e Magenta (04 giugno), il comando alleato operò una massiccia offensiva in Valle Sabbia nel timore del ritorno degli austriaci dopo il ripiegamento nelle valli alpine.
La 4^ divisione dell’esercito regolare sardo comandato dal generale Enrico Cialdini giunse a Lavenone il 20 giugno 1859 e qui le truppe vennero divise in due colonne.

La prima avanzò fino ad Anfo, la seconda seguendo il corso del torrente Abbioccolo e attraverso il Passo della Spina scese nella Valle del Caffaro prendendo alle spalle ed occupando la Rocca d’Anfo presidiata dagli austriaci.
Successivamente, il 24 giugno 1859,  gli eserciti regolari si trovarono di fronte nella pianura mantovana di San Martino, Solferino e Medole.
Seppur vittoriosa, tale battaglia fu la più sanguinosa di tutto il Risorgimento Italiano e finì per fiaccare la resistenza dei vertici dell’esercito francese impegnati anche a fronteggiare la minaccia della Prussia sul Reno.

Il conseguente armistizio di Villafranca (11-12 luglio 1859) sancirà la cessione al Regno di Sardegna della Lombardia con esclusione della fortezza di Mantova e l’annessione dei ducati di Parma e Modena, della Toscana e della Romagna pontificia contro la cessione di Nizza e Savoia alla Francia. 
Le dimissioni di Cavour dalla carica di Presidente del Consiglio ed il risentimento del nizzardo Giuseppe Garibaldi rispecchiano lo stato d’animo di “coloro che fecero l’Italia”.

In appoggio alla offensiva principale dei franco piemontesi, Giuseppe Garibaldi e i Cacciatori delle Alpi operarono nella fascia prealpina impegnando su diversi fronti l’esercito austriaco.
Sintomatiche le vittoriose battaglie di Varese (26 maggio), San Fermo con susseguente liberazione di Como (27 maggio) e lo sfortunato scontro di Treponti (14 giugno) contro soverchianti forze nemiche.

Questo, in estrema sintesi, il quadro delle operazioni militari relativo alla II^ Guerra d’Indipendenza.

E’ in questo contesto che incontriamo la nobile figura di Malachia De Cristoforis, patriota, medico militare garibaldino, affermato ginecologo e senatore del Regno d’Italia.
Nato a Milano nel 1832, settimo di nove figli, si segnala subito per una forte inclinazione per l’impegno civile e patriottico.
Già a sedici anni lo troviamo a fianco del fratello Carlo, patriota aperto alle idee di Cattaneo e di Mazzini, come parte attiva alle Cinque Giornate di Milano.

Nel 1856 consegue la laurea in medicina e quella in chirurgia.
Nel 1859 si arruola volontario nei Cacciatore delle Alpi ed è ufficiale medico nel corpo sanitario diretto da Agostino Bertani.
Durante il combattimento di Varese del 26 maggio esegue la prima amputazione di braccia sotto la guida del maestro.

Nelle sue memorie Malachia De Cristoforis scrive: “ordinatami l’operazione Bertani mi stette al fianco: in un baleno mi richiamò i tempi dell’operazione, m’affidò il coltello e a forza di secchi suggerimenti e ricordi e di spintoni per farmi coraggio, mi fece compiere l’amputazione; la quale posso dire fu fatta da lui, non da me. Ma mi lasciò impressione di sicurezza e di capacità per le altre che ho dovuto fare di poi”.

Nella battaglia di San Fermo, il 27 maggio vede morire tra le sue braccia l’amato fratello Carlo da tempo costretto all’esilio per sottrarsi alla pena detentiva comminata da un tribunale austriaco per aver fatto parte all’insurrezione di Milano del 06 febbraio 1853 soppressa nel sangue.

Malachia De Cristoforis ha un talento unico nell’improvvisare e gestire ospedali temporanei nelle zone rurali, già a far tempo dal 1854 quando, ancor studente, si offrì volontario nelle cure dell’epidemia di colera.
Nei primi di luglio lo troviamo in alta Valtellina, precisamente a Gozio, dove allestisce un ospedale di ottanta posti.

Scrive al Bertani: La prego per qualche dì di non spedirmi molti malati, perché dover creare dal nulla uno spedale di ottanta letti, da solo, e in paesi poverissimi, è cosa ardua assai”.
A pochi giorni dall’Armistizio di Villafranca, i Cacciatori delle Alpi tengono sotto controllo le Valli bresciane e la Valtellina.

La firma dell’armistizio non pone fine all’attività dei medici militari ed infatti il 25 luglio Malachia De Cristoforis viene inviato a Nozza per adattare un ospedale per la cura di malati del 3° battaglione. 
Coinvolgendo tutti i Comuni del circondario riesce ad ottenere sette letti e gli utensili necessari mentre, per quanto riguarda la “location” provvede a sgomberare la scuola femminile e a rendere partecipe l’osteria del paese.

In un rapporto appunto da Nozza del 04 agosto, consultabile nell’archivio Bertani presso il Museo del Risorgimento di Milano, traccia una relazione sul tipo di malattie che aveva dovuto curare, quasi tutte diarree e dissenterie, di cui alcune febbrili, cercando di individuarne le cause tra le quali accusava la mala composizione del pane, poco cotto, scarso di lievito e troppo fresco.
Convoca il fornaio dandogli adeguate istruzioni tanto che il numero dei diarroici diminuisce sensibilmente.

Mentre il De Cristoforis, promosso medico di battaglione, raggiunge l’ospedale di Lavenone, già ben funzionate fin dai primi giorni di giugno, i soldati ancora degenti nell’ospedale da campo di Nozza vengono trasferiti a Barghe e affidati alle cure del medico civile del posto.

L’11 agosto scrive sempre al Bertani:Ora mi trovo a Lavenone e ne sono contento, perché quivi avendovi un ospedale regolare, con numero sufficiente di letti e ben diretto amministrativamente, si possono intraprendere cure regolari e con soddisfazione esercitare la professione”.

Anche a Lavenone i problemi sono all’ordine del giorno.
Manca il medico condotto e non si sa dove trasferire i malati in caso di partenza.
Non si sa a chi addebitare le spese dei medicinali, se al battaglione o al comune.
Figurando poi ancora come medico aggiunto, non sa come sollecitare le sue spettanze arretrate trovandosi, come poi scriverà “vicino allo stato verde”.
Trovandosi in condizioni sicuramente più rilassate, i pensieri del corpo sanitario operante a Lavenone sono rivolte all’incertezza della situazione politica e militare.

Scrive ancora al Bertani: Qui siamo ansiosi di novità: si parla dell’abbandono del Generale Garibaldi (ndr per la cessione di Nizza), della sua partenza per la Toscana, della nomina a suo posto di un generale piemontese, della probabile nostra partenza per Bergamo, indi per la linea del Po, infine per i Ducati o in Romagna.
A nulla io credo, per esperienza; tutto però mi tiene agitato.
Giacchè se s’ha da far qualcosa lo sia presto: se tutto è terminato ci si dia licenza e ritorniamo ai nostri studi”
.

Il 12 agosto stendeva un preciso rapporto sul funzionamento dell’ospedale di Lavenone
, di 22 letti completi posti in due camere della casa comunale, (palazzo Gerardini ora Brunori), che era servito per i corpi sardi fino al 20 luglio e quindi per i Cacciatori delle Alpi, tre compagnie alloggiate in caserme “salubri e abbastanza ampie”.

.nota bibliografica
Annalucia Forti Messina: "Malachia De Cristoforis: un medico democratico nell'Italia liberale".
 

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