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12 Settembre 2018, 09.45
Valsabbia Val del Chiese
La nostra storia

Il duro mestiere dei carbonai

di Gianpaolo Capelli
Un lavoro estremamente faticoso, svolto dalla maggior parte della popolazione di Bondone fino agli anni Settanta. A cura di Gianpaolo Capelli, un excursus storico sulla vita dei "carboner"

La processione dello scorso lunedì, 10 settembre, celebrata a Bondone in ottemperanza al Voto del 1855 è un’occasione per ricordare il duro lavoro delle famiglie dei carbonai fino agli anni ‘70: migrate per lavoro sulle montagne, esse facevano ritorno a Bondone proprio in occasione della festa del Voto per onorare la Vergine Maria. Questo il racconto di Gianpaolo Capelli.

In ottemperanza al Voto del 1855, lunedì 10 settembre, dopo la Santa Messa del mattino - celebrata da Don Andrea Fava, parroco della Comunità Madonna dell'Aiuto e da Don Michele - nel pomeriggio si è svolta la storica processione: molta la gente giunta dal Bresciano e dal Trentino.
 
Nei secoli, le famiglie dei carbonai che erano migrate per lavoro sulle varie montagne del Trentino e del bresciano ritornavano al natio paese ad onorare la loro protettrice ”la Vergine Maria con bimbo in braccio”, e ogni anno sono ricordati nella festa del Voto i carbonai che nei secoli hanno fatto la storia lavorativa di Bondone.
 
L'aspetto passato del lavoro del carbonaio di Bondone, nel tempo, si presta a una lettura storica: è l'attività di tale lavoro, svolta da quasi tutta la popolazione fino ad alcuni anni fa (1970 circa).
 
Risale certamente al II secolo a.C.,quando nella zona si diffonde la lavorazione del ferro e le fucine nascono un po' dappertutto sotto ad ogni cascata e cascatella, fucine alimentate a carbone.
 
L'etimologia di Bondone, o meglio Bondù o Bundù, suggerisce notizie storiche sicure. Queste espressioni antiche sono state trovate su vecchi vocabolari tedesco-retici e sono formate dall'unione di due espressioni: bund, alleanza, unione, insieme con nu o not, notte, pericolo: unendo i significati delle due espressioni si capisce il senso della parola Bondone.
 
Qui sotto è descritta la storia dei carbonai,negli anni ‘60, di Bondone, quando il loro parroco don Mansueto Bolognani, nativo di Vigo Cavedine, scomparso nel 2017, li andava a trovare sulle varie montagne. La sua importante documentazione fotografica va a rimarcare il duro lavoro dei carboner.


 
Il focolare dei carbonai
 
Chi arriva in piazza della "Levata" nel paese di Bondone in Giudicarie, resta subito colpito dal monumento "Al carbonaio," stupenda raffigurazione bronzea dell'indimenticabile artista trentino don Luciano Carnessali, inaugurata dall'Arcivescovo di Trento, Luigi Bressan nel settembre del 2002.
 
Nella splendida scultura di don Luciano è racchiusa la dura vita condotta per secoli dagli abitanti di Bondone, fino all'arrivo dell'industria negli anni '70. Lavorare dalle stelle alle stelle per riuscire a malapena a ricavare l'indispensabile per sfamare la famiglia, sempre numerosa.
 
Il carbonaio a fine marzo, quando sulle cime c'era ancora la neve, raccoglieva le sue poche masserizie e con la moglie, i figli, le capre e le galline, caricava tutto sul mezzo di trasporto che trovava per l'occasione e migrava sulle montagne lontane dove era riuscito a "cordare", cioè a trovare il lavoro per la stagione.
 
Quasi tutti gli anni doveva cambiare zona, montagna e spesso anche provincia, nel vicino bresciano. Pochi, e tutti manuali, gli attrezzi del mestiere: la roncola "poeta” la scure "manaròt" e il segaccio "segù" usato per tagliare in copia i tronchi più grossi. Le prime motoseghe sono state acquistate negli anni '60.
 
Tutta la famiglia del carbonaio si accasava come poteva. La casa era una capanna - "baita" - di legno rivestita di frasche, all'interno c'era il focolare per fare due volte al giorno la polenta e la minestra poco condita con latte di capra alla sera, il letto fatto di bastoni ricoperti, quale materasso di rami d'abete (Dase), i più fortunati disponevano di un giaciglio imbottito di foglie di mais "lape". Se la famiglia era numerosa "el carboner" costruiva lì vicino "una dependance" (si direbbe oggi), un'altra piccola baita dove dormivano i figli.
 
 
Le fasi del lavoro
 
Sveglia per tutti alle prime luci dell'alba, anche per i bimbi, che nelle loro possibilità dovevano dare una mano e si andava al lavoro nel bosco. Prima di iniziare a fare il carbone bisognava tagliare, sezionare e portare la legna vicino allo spiazzo detto "Jal," dove veniva formato il "poiàt" dal quale, avvenuta la cottura della legna, usciva il carbone.
 
Per la realizzazione del "poiàt" bisognava prima sistemare con perizia la catasta di legna intorno al palo centrale, quindi ricoprirla di foglie e terra e poi, tolto il palo, inserire il fuoco al suo interno e in base alla grandezza del Poiàt, il carbonaio lo doveva controllare per più giorni dopo l'accensione, giorno e notte, affinché non andasse a fuoco, altrimenti era vanificato il lavoro di tutti e di molti giorni, in quanto al posto del carbone ne sarebbero uscite solo brace "corvi".
 
Quando il carbone era pronto, veniva versata acqua per raffreddarlo, che spesso rappresentava un grosso problema in quanto a volte bisognava andarla a prendere ad alcune ore di distanza. Il carbone veniva poi messo nei sacchi e portato a spalle dai "portì", uomini che di professione facevano i portatori di carbone per tutta la stagione, alla banchina dove arrivavano i carri dei "cavalèr" e successivamente i camion dell'epoca, che trasportavano il carbone ai commercianti di zona. Questo, in breve, il lavoro del carbonaio e della sua famiglia.

 
Il ruolo della moglie
 
La donna doveva fare di tutto: crescere i figli, accudirli con quel poco che c'era in montagna, fare da infermiera se non stavano bene, preparare i pasti e in più lavorare quasi come il marito; se la donna aspettava un bimbo non c'erano né maternità né ferie e quella povera baita si trasformava in "natività"; molti dei carbonai sono nati nella "baita" in montagna, assistiti, se si trovava, dalla "comòr", ostetrica rimediata per l'occasione, che doveva a volte fare ore di cammino per raggiungere la partoriente. Donne veramente "eroiche" le carbonere, che supplivano alle insormontabili difficoltà che incontravano con una grande fiducia nella provvidenza.
 
Nove mesi di duro lavoro, interrotto a settembre per una visita al paese in occasione della festa della Madonna. I Carbonai ritornavano nella natia Bondone ad autunno inoltrato, spesso quando la neve non permetteva più di lavorare. I bambini ritornando con i genitori incominciavano a frequentare la scuola, i mesi erano pochi - da novembre a marzo - e si suppliva in parte al carente periodo scolastico con qualche ora in più di lezione al giorno.

 
Il parroco – maestro
 
All'inizio degli anni '60,con l'arrivo a Bondone del parroco don Mansueto Bolognani, la situazione scolastica migliorò in quanto egli si prese a cuore l'istruzione dei suoi ragazzi e con non poche difficoltà istituì un convitto-scuola dove gli alunni, alla partenza dei genitori per la montagna, erano ospitati con vitto e alloggio nella casa parrocchiale dallo stesso appositamente ampliata e così potevano frequentare regolarmente la scuola. Un valido aiuto è stato anche profuso con dedizione e impegno dall'allora insegnante bondonese Virginia Omicini.
 
Se tanti ragazzi di allora, adesso cinquantenni, si poterono diplomare o laureare lo devono anche a questa grande iniziativa sociale promossa da don Mansueto Bolognani, tanto che a distanza di quasi mezzo secolo, un legame particolare lo lega alla gente di Bondone.
 
Don Mansueto durante l'estate andava a trovare i suoi "Carboner" sulle montagne dove celebrava la S. Messa, condivideva il pasto frugale che, per l'occasione, veniva arricchito con quello ch di più buono la famiglia poteva offrire. Egli veniva a Bondone quasi tutti gli anni in occasione della festa del carbonaio e spesso anche per la Sagra di settembre ed era accolto e festeggiato come un padre, un fratello, e gli articoli apparsi nel 2005 in occasione del suo 500 di sacerdozio lo hanno consacrato per antonomasia il "Parroco dei Carbonèr".
 
Al ritorno dei carbonai a casa, un altro appuntamento importante per la Comunità di Bondone era la festa dell'lmmacolata dell’8 dicembre. Verso la fine degli anni settanta è cessata la secolare attività del "Carbonèr". Ogni anno a Malga Alpo, sopra Bondone a m. 1500, dove è stata costruita in legno la bella Chiesetta Alpina, si celebra la festa del carbonaio e nella Messa, celebrata per l'occasione, vengono ricordati tutti quei carbonai che con il loro duro lavoro e la fede nella Vergine Maria hanno saputo, pur con grandi difficoltà, allevare le loro numerose famiglie con dignità e amore, e insegnando ai figli i veri valori della vita, la laboriosità, l'onestà e la fiducia nella provvidenza. Per tornare al carbonaio della scultura di Carnessali, esso sembra ricordare ai giovani che il suo mestiere, pur se umile e faticoso, ha permesso l'attuale progresso.
 
Recentemente è stata costituita a Bondone l'associazione culturale “I carboner”, per portare avanti il ricordo del duro lavoro dei propri avi. Fausto Fulgoni, leader del gruppo musicale “I Girasoli”, ha recentemente composto la canzone  "Carbonaio”, con parole tratte dall'omonima poesia di Gianpaolo Capelli.
 
Gianpaolo Capelli 
 
 
Le foto storiche in bianco e nero sono quelle scattate da don Mansueto Bolognani negli anni ‘60:
- Don Mansueto con i suoi "carboner"
- un poiat di 250 quintali di legna
- davanti al poiat
- bimbi en del mut 
 
 
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Commenti:

ID77443 - 12/09/2018 20:31:15 (Iva) Molto interessante
Molto interessante la storia dei carboner



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