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29 Dicembre 2016, 08.42
Valsabbia
Pagine di storia

Il rame nella storia e qualche curiosità

di Guido Assoni
Sfogliando vecchie pagine del quotidiano di politica ed economia “La Provincia di Brescia” mi è capitato di leggere un interessante brano sull’utilizzazione del rame nell’antichità e a Brescia in particolare

 
Siccome è un tema a me caro in quanto mio padre, mio nonno e il mio bisnonno esercitavano l’attività di ramai, prima a Sarezzo e poi a Lavenone, ho pensato di approfondire l’argomento.

Devo anche confessare che il linguaggio aulico, elaborato retoricamente e a livello lessicale, caratteristico dell’ottocento e della prima metà del secolo scorso, riscontrato nel citato articolo di giornale, mi ha sempre appassionato, come del resto i termini ricercati, eleganti, derivanti dall’antichità e difficilmente riscontrabili nella nostra quotidianità.

Comincerei con una citazione dall’Odissea di Omero (libro I, traduzione di Ippolito Pindemonte).
Con nave io giunsi e remiganti, fendendo le salate onde, vêr gente d’altro linguaggio, e a Temesa recando ferro brunito per temprato rame, ch’io ne trarrò”.
A quei tempi, non esistendo la moneta, gli scambi si facevano in natura.

Gli storici, negli ultimi tempi si sono accalorati cercando di dare una location a questa fantomatica Temesa.
Dapprima si parlava di Temesa degli Abruzzi, senonchè è stata appurata l’inesistenza, nella zona e fin dall’antichità, di giacimenti di minerali.
Altri studiosi hanno identificato la Temesa omerica nella Tamasso di Cipro notoriamente ricca di giacimenti di rame.

Anche questa ipotesi è risultata poco attendibile, infatti lo stesso Omero ci viene in aiuto parlando di “gente d’altro linguaggio” (trad. I. Pindemonte), o “gente di strana lingua” (trad. P. Maspero) o ancora più esplicitamente “verso genti straniere” (trad. G.A. Privitera).

E’ risaputo infatti che i Greci consideravano popoli stranieri le genti che non parlavano la lingua greca e, altrettanto notorio, che l’isola di Cipro fosse abitata da etnie di lingua greca.

Ecco dunque farsi largo la terza ipotesi, senz’altro la più suggestiva e verosimile, secondo la quale trattasi di una storica città calabrese misteriosamente scomparsa.
Alcuni la collocano nella Sila Greca sul versante ionico, zona tra l’altro ricca di miniere di rame argento e galena (minerale di piombo) altri ancora la localizzano invece sul versante tirrenico presso la foce del fiume Savuto.

Dopo queste digressioni, torniamo a parlare del rame, ovvero del “cuprum” come lo chiamavano gli antichi latini e da cui deriva il simbolo chimico “CU” dell’elemento.

Secondo Omero ed Esiodo le armi degli eroi erano anticamente di rame, magari indurito per mezzo dello stagno.
Lucrezio nelle sue descrizioni, parte più da lontano affermando come, da principio, le armi dell’uomo fossero le proprie mani, le unghie e i denti per poi armarsi di pietre, di rami d’albero e utilizzare il fuoco, il rame e quindi il ferro.

L’antico geografo greco Pausania il Periegeta asserì di aver visto nel Tempio di Minerva a Faselide, una lancia che, secondo tradizione, sarebbe appartenuta ad Achille e le cui estremità erano di rame.
Pure di rame erano gli scudi dei sacerdoti Salìì di Roma.

Tito Livio attestava come,  sotto il regno di Servio Tullio, i soldati romani fossero totalmente coperti di rame.
Molto probabilmente si riferiva alla lorica a squame il cui notevole peso inficiava l’agilità e la scioltezza del guerriero romano.

Sulla prora dei vascelli impiegati a seguire il nemico dopo la battaglia navale, venivano collocate delle grandi trombe di rame ovvero dei veri e propri sifoni tramite i quali si lanciava il fuoco contro il nemico.

Teniamo anche presente che nelle tombe degli aborigeni americani venne trovato il rame e non già il ferro e che, agli inizi del 1800 vennero rinvenuti nel bresciano e nel bellunese i famosi paalstab, antiche asce di rame ad ali.
Gli antichi latini utilizzavano il cuprum commisto allo zinco, vedasi a proposito “l’aes grave”, la prima moneta romana o associato allo stagno (aes, ahes randus).

Rinomate le miniere campane e bergamasche, quest’ultime celebrate da Plinio nel “Bergamantium agro”.
Famose le armature che venivano realizzate a Clusone e negli antichi sobborghi di Fabriciano e Pompiliano: ”Mille dabant Romœtoraces anthenos”, mentre veniva privilegiato il rame campano per gli utensili da cucina. “Palma campano aere perhibatur, utensilibus vasis probatissimo”

Nei secoli scorsi era rilevante anche l’attività dei ramai di Brescia
dal momento che nel centro della città v’era il corso dei parolocc. 
Le caldere fabbricate dai ramai bresciani e bergamaschi erano rinomate anche in Toscana.

Fino al 1500 erano famosi i fonditori Risetti di San Bartolomeo le cui tradizioni vennero poi mantenute dai Maggi, fonditori di campane.
Altra specialità antica era la fabbrica, a Bienno in Valcamonica,  delle squille e dei tine-tinnabuli per le guidaiuole dei pastori e dei mandriani.
 

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