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23 Novembre 2007, 00.00
Treviso Bs
Storia

La peste a Treviso Bresciano - seconda parte


Un male oscuro che periodicamente falcidiava intere comunità. Questa era la peste. Così era anche a Treviso Bresciano, dove alcune tristi vicissitudini sono state narrate da don Sandro Gorni.
Un racconto che abbiamo diviso in quattro puntate.
Attraversare la Valle dei Morti a Treviso Bresciano equivale ad esplorare il fondovalle a tratti paludoso sul quale si affaccia il paese, guardando verso i monti che lo separano da Provaglio.
Con la consapevolezza del buio, della paura, del disgusto misto a terrore che deve aver sopraffatto le semplici anime montanare che hanno visto più volte falcidiati dalla peste i propri cari gli amici e conoscenti, in un crescendo che ha ridotto più volte l’abitato a poche famiglie sopravvissute.
Sono trascorsi i secoli, il tempo ha creato in sé altre selezioni e scelte rispetto all’andamento demografico del paese. Resta testimoniato nel libro di Don Sandro Gorni quello che fu la peste nelle due ondate più poderose che il tempo ricordi: nel 1577-8 e quella di manzoniana memoria del 1630.
(seconda parte di quattro Рla prima ̬ stata pubblicata il 15/11/07)


-----la peste del 1630
Ecco adesso come don Sandro Gorni ci descrive la peste del 1630
“Nel settembre del 1629 i Lanzichenecchi, attraversando territori già colpiti dal morbo, calavano in Lombardia portando seco i terribili germi del contagio. Alla metà dello stesso mese, esso infuriava in Lecco e nel territorio…Da Palazzolo giungeva il 13 febbraio del 1630 la notizia della morte in sospetto di peste di due donne.
Il 9 marzo si verificavano altri casi, seguiti da altri ancora. “Il contagio si dilata, le paure della peste sono divise coll’altra, dell’orde alemanne…Intanto la peste va pullulando per le terre del bresciano, sparsavi dai soldati, alimentata dall’incuria di chi ormai tra guerra e miasmi non sapeva trovar bandolo a qualche provvedimento. Ma le morti in città si moltiplicarono… Le grosse terre piantano lazzaretti, intimano quarantene, vietano i transiti, mettono guardie, cancelli e steccati…tutto è pieno di paura e di sospetto…Anche il pane mancava agli stipati e la fame si aggiunse alla guerra e alla pestilenza”.

Il terribile morbo “divampò spaventosamente, e nel breve spazio di tre mesi fece tale strage che al nob. Antonio Ducco…pareva incredibile che Brescia si fosse cambiata in modo, che sede d’ogni delizia e voluttà, in uno stato di indigenza miserabilissima e quasi in un deserto si fosse conversa”.
Il numero dei morti cresceva continuamente e sul finire di luglio toccava le punte più alte. Il tempo sereno, accompagnato da una grande calura, aveva favorito lo svilupparsi del contagio.
Da agosto fortunatamente il morbo incominciò a perdere la propria virulenza ed alla fine di ottobre 1630, si poteva dire che esso, se pur continuava ad infierire nel territorio, era totalmente cessato in città. A Treviso Bresciano il nefasto morbo arrivò nel luglio 1630; si sviluppò grandemente nei mesi di Luglio e agosto; soltanto nel mese di settembre si affievolì e poi ebbe termine.

Alessandro Manzoni ritrasse e descrisse mirabilmente quelle scene di desolazione, di orrore e di morte nel celeberrimo romanzo “I Promessi Sposi”. Quando una persona era contagiata, nella febbre e nei bubboni constatava la certezza della presenza della peste; soltanto chi era forte fisicamente poteva sperare di vincere la malattia e di poter così sopravvivere.
Evidentemente chi era contagiato veniva portato via dalla famiglia atterrita e sgomenta; oppure di sua spontanea volontà si allontanava da casa per salvare i propri cari, in un atto supremo e sublime d’amore, oppure intervenivano gli incaricati del comune (i monatti).

L’autorità ecclesiastica era rappresentata dal rettore Don Pietro de Salis di Giovanni, fratello di Don Antonio, di lui predecessore nel parrocchiato a Treviso Bresciano: era nativo di Gazzane di Volciano,ed aveva come collaboratore Don Pietro Dusini, di Vestone.
Probabilmente il rettore si era prodigato a visitare gli appestati. La morte lo colse nell’ottobre del 1630, quasi sicuramente colpito dalla peste”.

(-continua)
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