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22 Gennaio 2017, 16.17

Eppur di muove

La morte arriva dall'alto

di Leretico
Una tragedia non annunciata ha colpito un hotel sulle montagne abruzzesi...

Una slavina caduta lungo una valle limitrofa ha travolto e distrutto, in località Rigopiano in provincia di Pescara, un resort pieno di turisti e di lavoratori, di famiglie e di bambini.
I soccorsi sono partiti in ritardo, qualcuno non ha creduto all'allarme, forse per l'incredibilità della notizia, forse perché ad una certa latitudine italica i meccanismi pubblici funzionano a singhiozzo e tutti se ne lamentano ma nessun si muove per cambiarli.

La tragedia è ormai avvenuta e per miracolo alcune famiglie che sembravano spezzate si sono ricomposte.
La gioia euforica si è mischiata alla disperazione dei meno fortunati. I sommersi nel freddo della morte si oppongono ai salvati che tornano a riveder le stelle.
Si rincorrono le notizie in questa ennesima tragedia italiana, la quale si somma al terremoto e alla neve eccezionale che ha invaso il centro del nostro straziato paese in una combinazione apocalittica che non può non destare un qualche fremito millenariatico, se non una profezia alla Savonarola.

Magistrati che salgono per sopralluoghi ormai inutili se non per cause ventennali da imbastire per riparare l'impossibile.
Turbine spazzaneve fuori uso e inutilizzabili proprio quando maggiormente necessarie, bambini che riescono ad uscire da quella tomba di ghiaccio e ci commuovono per la semplicità dei gesti e delle parole, innocenti di fronte al baratro della morte che li ha quasi inghiottiti, nella sua insaziabile voracità.

Guardando questi bimbi e questi addolorati parenti
che aspettano notizie con il cuore prostrato, non posso non pensare a quel "sterminator Vesevo" di cui parla Leopardi nella sua Ginestra.
L'imprevedibilità della vita, l'impotenza dell'uomo di fronte alla forza distruttrice della natura matrigna.

Corrono i magistrati sull'onda della tragedia e dell'indignazione per scoprire se quell'hotel fosse abusivo in qualche virgola, cercano affannosamente qualche cavillo burocratico. Hanno bisogno di comprendere subito se i permessi per costruire in quei luoghi sono stati correttamente rilasciati, se i certificati di idoneità, di abitabilità, di sicurezza, sono stati correttamente compilati, inoltrati, registrati, ricevuti, conservati, aggiornati e contrassegnati.
Nel labirinto della burocrazia queste carte che hanno permesso giorni felici ad alcuni e giorni di morte per altri, dovranno sputar fuori il colpevole, subito.

Hanno bisogno di colpevoli,
troppo alta la pressione mediatica, e li troveranno.
Come potremmo chiudere infatti questa storia prima possibile senza un colpevole burocraticamente identificato, dato in pasto ad un pubblico bisognoso di catarsi da miracolo, da condividere religiosamente incollati a video ultrapiatti o a telefonini sempre connessi?
È successo per ogni terremoto, succederà anche per Rigopiano.

Quello che hanno in comune queste tristi storie
è il senso di drammatica impotenza dell'uomo di fronte all'imprevedibile.
La scienza, la madre di tutte le previsioni, non riesce a salvarci dalle slavine, dai terremoti, dai terroristi, dai burocrati e dai magistrati. Non riesce a bloccare i corrotti, gli irresponsabili, gli approfittatori e i millantatori. Ma anche se riuscisse a arginare tutti questi signori, non potrebbe rispondere alle domande che si agitano negli animi di tutti.

Di fronte ai sommersi e ai salvati
la ricerca di senso degli eventi sprofonda nel nero assoluto, nel nulla.
La speranza connessa alla capacità di prevedere il futuro si rifugia in un dubbioso incoerente responso probabilistico: la salvezza non è certa, la natura a cui strappiamo la vita se la riprende mandando la morte dall'alto.

Non possiamo avere risposte riguardo alla combinazione misteriosa che decide chi deve morire e chi deve vivere: "...
O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi".

Per l'uomo mortale si ripropone il bivio in cui può scegliere il mito o la ragione.
Entrambi tentano di spiegare il mondo e le sue tragedie, entrambi intendono sistemare il puzzle in modo che si intraveda la verità che salva, il segreto dell'"essere sempre salvo" di cui parla Aristotele.
Ma il mito, tra le cui fila si trova, purtroppo per noi, anche la scienza moderna, non è in grado di mantenere le promesse, non è in grado di resistere alla sua negazione, non è incontrovertibile. Nell'ambito del mito c'è anche la religione che non riesce a spiegare perché Dio, nella sua libertà di creare il mondo e la vita, permette che alcuni vengano sommersi e altri salvati, lasciando tutto nell'imperscrutabile disegno della sua volontà.
 
Il caso non è inscritto in un senso, eppure insistiamo a volergli dare un contenuto determinato. Necessità umana che, nonostante ciò, non può rispondere alle lacrime di chi ha perso i propri cari.
Il caso insondabile che sceglie di far cadere un ponte dell'autostrada nel preciso momento in cui stai passando con l'automobile, quel caso è l'ultima frontiera del divenire, l'indeterminismo che prevale sul determinismo, Heisenberg che prevale su Einstein.
Questo è il segno dei tempi, questo il modo di pensare il futuro.
 
Leretico
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Commenti:

ID70758 - 22/01/2017 18:02:55 (PETER72) Più ermeticamente...
citando Ungaretti, "si sta come d'autunno sugli alberi le foglie"


ID70760 - 22/01/2017 21:26:05 (Dru) Molto filosofico
Anche se non è vero che tutto il mondo è sintonizzato su questo caso. Il caso ha un senso , il caso appunto. Il caso è l'apparire della libertà di essere. Ma questo senso riduce l'essere al non essere, in quanto se libero di essere l'essere in principio non è, il caso dunque.


ID70761 - 22/01/2017 21:49:38 (Dru) Perché non esiste il caso?
Non tanto per ciò che di lui sappiamo secondo la scienza, noi sappiamo appunto che il caso è l'impossibilità che dato uno stato S, lo stato S1 a lui sucessivo non è in nulla determinabile secondo lo stato S, cioè è impossibile che tra S e S1 si stabilisca una connessione necessaria tale che S1 è da S determinabile. E questo è il significato più profondo che la scienza possa raggiungere del caso, è diciamo di quel senso che risulta logico per ciò stesso, cioè dettato dal significato di logica. Ma la scienza non può vedere oltre questo caso, non comprende che questo significato è prodotto della coerentizzazione in cui la logica si forma e del suo significato. Certo è un caso che l'essere esista se per esistere deve esistere e non esista semplicemente.


ID70762 - 22/01/2017 21:49:52 (Dru)
Se ogni essente per esistere deve esistere, cioè resistere, è originaria,ente inesistente, cioè anche la relazione tra S e S1, essente in quanto resistente, e che vi sia comunione tra S e S1 risulta essere un caso.


ID70763 - 22/01/2017 21:54:10 (Dru) Il caso non esiste dice Confu Panda
Cioè, se esiste esiste perché non esiste l'esistere. Infatti se l'essente. Anche la relazione tra S e S1 non potesse non esistere, allora il caso non significherebbe alcunché.


ID70764 - 22/01/2017 21:56:01 (Dru)
Se il caso è, allora non è. Il caso non esiste.


ID70765 - 22/01/2017 22:07:52 (Dru) È sul fondamento dell'inesistenza dell'esistere
Che possiamo parlar di caso.


ID70766 - 22/01/2017 22:09:59 (Dru)
Ti sembra?



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