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03 Luglio 2017, 09.03

Eppur di muove

Il senso del limite

di Leretico
Per comprendere cosa sia il senso del limite bisogna prima sapere cosa sia il "limite"


L’opinione generale, detta anche “senso comune”, parla chiaro: il limite è il confine.
Esso intende affermare che tra ciò che si crede essere entro il limite e ciò che invece ne sta al di là, poniamo un confine, una linea demarcatrice. Esiste cioè una fine compresa in ciò che intendiamo delimitare (cum-fine in latino significa insieme alla fine), una fine oltre la quale c’è tutto ciò che è alieno, altro.

Come si può facilmente arguire il limite non si autodetermina, viene creato di volta in volta da una volontà che lo pone.
Per avere il limite è necessaria una volontà che decide (de-caedere) dove tagliare in due il mondo, dove porre il confine tra una parte di esso, che ci interessa, è tutto il resto che rimane al di là, trascende.

Una modalità del decidere, di porre il limite, è il “dire”.
Dire infatti è scegliere parole in sequenza tali che la sequenza stessa assuma un particolare significato.
Allora, se dire significa scegliere, ossia volere porre la differenza tra ciò che la parola evoca e tutto il resto, dire il mondo è volontà che sceglie il limite.

Rispetto al limite, ossia rispetto ad una volontà che lo pone, ci sono tante volontà che vogliono eliminarlo, spostarlo, ossia porlo altrove. Allora non basta, per capire il limite, concentrarsi su un’unica volontà, ma è necessario comprendere che esso, il limite, è il risultato di più volontà, di intersoggettività in azione, volontà che cercano di prevalere una rispetto all’altra tanto che il limite, alla fine, risulta essere una posizione di compromesso. Infatti il limite non è mai astratto, ma è sempre pratico, calato nella realtà che con esso si realizza, si attua.

Perché questa premessa così lunga sul limite? Perché in esso si racchiude il significato di decisione: senza comprendere cosa sia “decidere” non si può capire cosa sia il senso del limite.

Il limite è ciò che poniamo come termine di confronto.
Senza tale termine (che guarda caso si traduce con la parola limite) non è misurabile la “differenza”, ciò che fa differire le cose l’una dall’altra, ciò che misura il movimento nello spazio come variazione tra un punto che si muove e il punto scelto, voluto, come riferimento.

Intorno al limite giochiamo la nostra capacità di capire, misuriamo l’abilità di dosare la forza della nostra azione, ci diciamo bravi o pessimi, buoni o cattivi in base al confronto con esso.

Poiché l’uomo non può non decidere, perché anche il non decidere è un decidere, egli non fa che porre limiti.
Ogni decisione porta con sé il confine, il taglio con cui il mondo è stato separato in ciò che significa è in ciò non significa.

Da quanto detto segue necessariamente che l’uomo non può che essere etico, essendo l’etica “quel ramo della filosofia che si occupa di qualsiasi forma di comportamento (gr. ἦθος) umano, politico, giuridico o morale” (Enciclopedia Treccani).
Infatti il decidere, il porre un limite, è una forma di comportamento dettato dalla volontà, come d’altra parte ogni forma di comportamento.

Ora, alla domanda sul perché non si deve superare un limite se effettivamente esso può essere superato, domanda particolarmente cara a chi vuole contrapporre un certo ateismo alla religione in genere, si può senza particolare enfasi rispondere che ogni limite può essere superato perché ogni volontà, che esprime un limite, può essere superata da un’altra volontà più forte che non vi si vuole adeguare.

Dietro tale domanda tuttavia si nasconde un discorso molto più complesso: quando il limite è posto da una volontà divina è ancora valida la risposta che abbiamo appena dato? Il limite può essere superato e posto tanto in là quanto la potenza della volontà vincente riesce a porlo? Può la volontà umana superare la volontà divina? Può il mutabile volere dell’uomo vincere contro l’immutabile volere di Dio?

Da ormai quasi un secolo e mezzo la risposta a questa domanda è che Dio è morto e noi lo abbiamo ucciso (La gaia scienza - 1882 - Friedrich Nietzsche).
Non c’è quindi immutabile che possa fermare il mutabile divenire delle cose, non c’è limite che non possa essere superato, non c’è volontà vincente che non possa diventare perdente.

È chiaro allora che chi critica ingenuamente una qualsiasi forma etica, che sia quella religiosa o quella laica, sta inconsapevolmente promuovendo, con volontà, un’etica alternativa.
Ridicola è l’apologia della violenza come quella della potenza. Stucchevole il buonismo come il bullismo.
Bisognerebbe invece elevare il discorso dove si respira meglio, dove il cervello più ossigenato pensa meglio.

Nei luoghi più ossigenati si comprende cosa sia il “senso”.
La parola “senso” implica necessariamente una direzione, la quale prevede, per essere tale, un fine, qualcosa a cui tendere. Questo qualcosa, questo fine, è “la fine”, ossia il momento finale che determina il valore di tutto ciò che è stato fatto per arrivare a quel limite, a quel confine. Lo spaesamento dell’uomo occidentale moderno sta nel non trovare più il senso, disperso senso, perché non è più chiaro quale sia il fine.

La Tecnica, includente tutti i fini, li fagocita occultandoli tutti, alimentando un flusso continuo di auto-potenziamento senza scopo. In questo gorgo l’uomo senza rendersene conto, attratto dall’efficacia razionalmente fondata dalla scienza che promette il paradiso e l’immortalità, si illude di controllare, in uno spazio chiuso e rassicurato dal principio di non contraddizione, l’orrore e la meraviglia dello spazio aperto della vita. Si illude di cancellare “la fine” tanto da non aver più bisogno di un fine. Dimentica il sacro.

Avere senso del limite significa dunque conoscere il fine che si esprime nella fine. Il limite massimo per l’uomo è la morte, avere senso del limite significa allora conoscere il senso della vita che nella morte trova la sua fine.

Chi non ha senso del limite, chi non comprende quale sia il fine, non solo non comprende la vita, non sa darle un senso, ma è condannato ad affannarsi nel tentativo di riempire un vuoto incolmabile e angosciante. Forse il mitologico Sisifo ha ancora molto da insegnare.

Leretico

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Commenti:

ID72583 - 03/07/2017 22:44:38 (Dru) A parte tutto ciò che risulta da contraddittorie premesse
Mi preme insistere su un tema in particolare perché noto che proprio la filosofia non ti entra in testa: per il freddo e il suo di contenuto o l'esser freddo cosa è in pericolo? Il caldo o l'esser caldo, talmente in pericolo che in ogni contenuto del freddo non c'è il caldo. E per la potenza e il suo di contenuto, cosa è in pericolo? L'impotenza o l'esser impotente. In cielo cosa volano? Gli uccelli e i pesci sono in pericolo. Tutto questo con l'apologia non c'entra nulla, ma c'entra con l'essenza o cosa sia il soggetto della filosofia: il soggetto della filosofia è l'ente in quanto ente o essente per sé e in ée e non per altro. Dunque affermare come affermi tu che l'ente o la potenza sia per "chi" e non per lapotenza stessa, è affermare la negazione della potenza o produrre contraddizione. La potenza in filosofia non è sostenuta daqualcuno ma dalla potenza, la sua essenza.


ID72586 - 04/07/2017 06:52:00 (Dru) Chi afferma di vedere apologie di potenza in chi parla filosoficamente della potenza
È perché oppresso o in pericolo da quella, si sente di doverne egli stesso produrre un'apologia.


ID72646 - 07/07/2017 12:07:02 (Dru) nei luoghi più ossigenati il "senso"
significa ciò che è,in quanto il non senso è ciò che non è. E questo, il senso, ha poco a che fare con il fine o qualcosa a cui tendere. Se ciò che è ad esempio è la natura matrigna che non ha senso o il ciò che è è il ciò che non è, vedi che il senso è non aver scopo o fine o qualcosa a cui tendere. Buon viaggio.



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