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10 Gennaio 2018, 06.13

Eppur si muove

«Non occorre più andare in Svizzera per morire con dignità»

di Leretico
Marina Ripa di Meana prima di morire ha lasciato un video-messaggio in cui ha voluto avvertire tutte le persone malate e in condizioni di estrema sofferenza che...

...“non occorre andare in Svizzera” per morire con dignità.

Forse non sapeva che il 14 dicembre dello scorso anno il Senato della Repubblica aveva approvato in via definitiva la legge sul “fine vita” che, oltre alla normazione contro l’accanimento terapeutico, ha regolamentato anche le “Dat”, ossia le Dichiarazioni anticipate di trattamento, dette anche testamento biologico.

Forse invece lo sapeva
e, con l’enfasi che l’ha sempre contraddistinta, ha voluto affermare la positività di un nuovo e riconosciuto diritto, tanto vituperato da alcuni quanto atteso nel suo riconoscimento da altri. Segno di inciviltà e decadimento per i primi quanto di civiltà e di pietà umana per gli altri.

Da anni la battaglia per la possibilità di morire con dignità
è stata combattuta senza esclusione di colpi: da un lato la Chiesa, insieme a tutte le sue organizzazioni e associazioni sparse sul territorio nazionale, da sempre contraria a norme che trattino della vita e della morte dell’individuo, materia secondo loro riservata solo a Dio.
Dall’altro lato le organizzazioni laiche e le associazioni dei famigliari di persone sofferenti, le quali, in nome della dignità umana, rivendicavano il diritto alla libera scelta in materia di cura, soprattutto quando la sofferenza è tale da impedire che la sopravvivenza sia considerabile come “vita dignitosa”.

Da una parte dunque il principio assoluto, almeno per la Chiesa, della difesa della vita, dall’altro il principio di libertà di scelta della cura, entrambi contenuti e tutelati, in maniera diretta e indiretta, nella Costituzione italiana.

Quella del 14 dicembre scorso allora è stata, nel bene o nel male, una decisione parlamentare storica, perché ha sancito un confine finora invalicato e per molto tempo considerato in Italia invalicabile: la possibilità per l’individuo di decidere come morire in caso di situazioni particolarmente dolorose e difficili.

Non sono mancate ovviamente critiche
asperrime provenienti dal mondo cattolico. Accuse dirette di aver dato via libera all’omicidio assistito, oppure più ironiche, ma sempre molto dure, riferite alla “deriva individualista” a cui, con questa decisione, si abbandonerebbe la società italiana.

Non voglio a mia volta fare qui contro-ironia sulla presunta “deriva individualista”, che pure è un problema degno di essere affrontato, ma di una cosa sono certo: se qualcuno paragonasse la legge appena approvata ad una sconfitta e se addirittura volesse essere offensivo mettendola sullo stesso piano della legge sul divorzio o sull’aborto, non solo guadagnerebbe un giudizio di impertinenza ma anche di mancanza di sensibilità e di rispetto della sofferenza umana, che tante famiglie ha colpito e colpisce quotidianamente.

Come nella storia occidentale si è dimostrato che ad ogni difesa intransigente di una presunta verità religiosa è corrisposta la nascita o il potenziamento dell’Inquisizione, sempre santa ovviamente, altrettanto possiamo affermare che ad ogni imposizione, di qualsivoglia principio, nasca ribellione e protesta.
È in questa luce che dobbiamo leggere il conflitto storico tra “impostazione cattolica” e “impostazione laica” (orribile semplificazione, ma sintetica ai fini del discorso) del problema della regolazione del “fine vita”.
Imposizione da un lato, ribellione dall’altro.

La questione che fa impuntare il mondo cattolico è tutta inscritta nel rapporto tra Dio e l’uomo benché è necessario ricordare che Inquisizione e frustrazione sono manifestazioni totalmente umane che mal si addicono a definire la relazione con il divino.

Nella visione proveniente dal mondo cattolico si rappresenta una struttura gerarchica in cui l’uomo è posto al di sotto di Dio, la Rivelazione contiene la verità e la Chiesa è l’unica intestataria del diritto di trasmettere tale verità all’uomo.

In questa posizione di assoluta sudditanza
, l’uomo non ha diritto di intervenire nella creazione e nella distruzione della vita, riserva divina esclusiva.
Ovviamente la contravvenzione di questo principio non può che portare alla punizione, elargita nelle forme più varie nel corso dei secoli, spesso sotto forma di scomunica.

Anche nel caso di Eluana Englaro,
circa nove anni fa, alcuni cardinali, molto irritati per come si era conclusa la vicenda, proposero la scomunica dei medici e di tutte le persone coinvolte nella morte della sfortunata ragazza, rimasta in stato vegetativo per 17 anni dopo un incidente automobilistico.

Ricordiamo che sulla base della dottrina cattolica i suicidi non avrebbero diritto né alla funzione funebre né ad esser ammessi in paradiso, essendo usurpatori di facoltà divine allo scopo di imporre il proprio dominio su Dio.
Uguale il giudizio viene emesso nei confronti di chi si permette di toccare la vita dell’uomo.

Nonostante il concetto di libero arbitrio abbia riempito decine di migliaia di pagine nel corso dei secoli da parte dei più insigni padri della Chiesa, sul tema della dignità della morte non si dà alcuna libertà, solo intransigenti giudizi.
L’uomo fondamentalmente è Tecnica, la sua natura è di sopravvivere cercando di utilizzare ciò che la natura gli ha messo a disposizione e quindi cercando di “organizzare mezzi al fine di raggiungere determinati scopi”.

Da quasi due secoli l’uomo ha rifiutato il ruolo di subalternità a Dio, spinto dal pensiero filosofico che, in nome della verità del divenire, ha distrutto ogni immutabile in un processo tanto necessario quanto drammatico.
Non più dunque verità divina rivelata attraverso la Chiesa, ma verità che si dà, si manifesta nel mondo attraverso un processo continuo di creazione e distruzione da cui Dio, nella sua immutabilità, viene escluso.
Dio è stato travolto da un meccanismo inarrestabile, non potendo che subire la propria distruzione, la morte.

L’uomo occidentale non prega più, non ha più fede, diserta i riti religiosi, li ritiene manifestazioni sociali a cui è opportuno partecipare ma da cui è scomparsa la verità. Verità che, invece, sempre più egli crede si “materializzi” attraverso l’efficacia della Tecnica, alimentata dal progresso scientifico, i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti.

La “medicalizzazione” della vita
, diretta conseguenza di questo processo, è arrivata ad uno stadio avanzatissimo, tanto che mentre nell’Ottocento gli agonizzanti compivano l’ultimo viaggio nel triste percorso dalla proprie case verso l’ospedale, luogo dove si andava a quell’epoca per morire, oggi lo stesso viaggio, quando appena è possibile, si compie al contrario, dall’ospedale verso casa, per morire tra i propri affetti e ricordi.

Così si spiega perché l’apertura della Chiesa
del 31 ottobre del 1992, che vide, su spinta di Papa Wojtyla, la riabilitazione di Galileo Galilei e delle sue tesi condannate per eresia nel processo del 1633, deve essere registrata come sconfitta, o meglio come ammissione di sconfitta rispetto alle motivazioni profonde e filosofiche che nei secoli hanno visto contrapposta la Chiesa alla scienza, e quindi alla medicina.

La scienza, pur dichiarando ormai ufficialmente di essere di natura ipotetico-deduttiva, avendo rinunciato al ruolo di portatrice di verità in contrapposizione diretta con la verità rivelata, è intervenuta nei secoli sempre di più sulla vita dell’uomo, allungandone la durata, come effetto principale, ma anche migliorandone la qualità in moltissimi aspetti.
Essa ha dunque potuto spostare il confine materiale di intervento sempre più avanti in un cammino inesorabile, i cui risultati ottenuti l’hanno incoronata come unica  e “vera” speranza per l’umanità.

L’uomo occidentale, o meglio la Tecnica, ha raccolto e indossato i panni ormai dismessi da Dio, ucciso e scomparso dalla storia.
La Tecnica promette la salvezza essendosi ormai sostituita completamente a Dio. E si legga a questo proposito un libro suggestivo di Yuval Noah Harari intitolato “Homo Deus - Breve storia del futuro” (2015), in cui è chiarissima la promessa di salvezza della scienza, sotto forma di immortalità, a cui l’uomo presta ormai fede.

Quanto detto valga a spiegare perché la società italiana, e come lei quelle di tanti altri paesi, ha spinto per ottenere una legge sul testamento biologico e sul fine vita: perché non crede più, non ha più fede nelle verità della Chiesa mentre crede, ha fede, nelle verità della scienza e della medicina.

E valga ciò anche a spiegare perché la contraddizione in cui è avvolta la posizione cattolica si evidenzi drammaticamente sempre più man mano che il percorso di abbandono delle fede religiosa per abbracciare la fede nella Tecnica, si avvicina alla sua realizzazione.

Infatti, perché, avendo la Chiesa accettato l’aiuto della medicina e che quindi non sia più solo Dio ad intervenire sulla vita, tuttavia pretende poi che la scienza non smetta di intervenire, imponendo di fatto l’accanimento terapeutico, sofferenza inutile?
Perché avendo accettato di spostare il limite della vita in avanti, contravvenendo alla legge divina, questo limite non può essere successivamente bloccato nel punto oltre cui c’è solo inutile sofferenza, mancanza di dignità della persona, mancanza di libertà di scegliere di non voler più soffrire?

Il Cristianesimo che ha parlato
, dalla nascita di Gesù in poi, al cuore di ogni individuo riconoscendogli, indipendentemente dalla sua condizione sociale, la possibilità della salvezza, proprio quel Cristianesimo che ha visto nel “Discorso della montagna” (Vangelo di Matteo 5,1-7,28) il simbolo della realizzazione, in ciascun cuore, in ciascun individuo, del regno di Dio, proprio quel Cristianesimo ora fa ironia sulla presunta “deriva individualista” della società, rifiuta il grido di dolore degli ammalati e dei loro familiari negando loro di fatto il valore dell’individualità a cui ha fatto appello nei secoli per costruire il proprio messaggio di redenzione e di salvezza.

Ecco il dramma: per difendere con logica principi teologici fondativi, il Cristianesimo deve negare il proprio fondamento che risiede nei cuori delle persone, con grave e profondissima lacerazione negli animi di queste ultime.
E la lacerazione si è fatta ormai condizione dell’uomo moderno, costretto sempre più a scegliere non tra bene e male, troppo semplificata impostazione, ma tra valori fondamentali in contrasto tra loro. Unica magra consolazione, nel caso del fine vita: non dover più andare in Svizzera per scegliere di morire con dignità.

Leretico
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Commenti:

ID74781 - 10/01/2018 15:41:21 (Sbrindolino)
Vedo tanta confusione su cosa pensa la Chiesa sul fine vita e sulla dignità di una vita (certamente è interpretazione molto personale), ma mi limito a dire che per morire come è morta Marina Ripa di Meana, non serve andare in Svizzera e non serve nemmeno la legge sulle DAT, ma basta la legge sulle cure palliative del 2010, la quale prevede la sedazione profonda nell'ultimo stadio della malattia. Dico ciò anche perché è apparso un articolo su Il fatto quotidiano parecchio fuorviante sul tema.


ID74784 - 10/01/2018 21:02:13 (Giacomino) S e prevale il lato moralista del cristianesimo
probabilmente si trova in rotta di collisione con quello che è il senso di compassionevole comprensione sempre del cristianesimo.


ID74797 - 11/01/2018 17:26:07 (bernardofreddi)
Nemmeno la Chiesa è un blocco compatto: solo che - almeno fino all'attuale pontificato - a monopolizzare i mass media erano spesso le posizioni più retrive, mentre i cattolici più aperti al dialogo spesso subivano poco meno che un linciaggio morale.


ID74799 - 11/01/2018 18:23:41 (Tc)
la chiesa...sempre stata confusionaria...prima faceva le guerre nel nome di Dio,poi ammazzava gli eretici,poi ammzzava i poveri cristi ritenuti stregoni o streghe...e ora e' confusa su come un malato terminale debba morire...alla faccia della compassione...che confusiu'...


ID74801 - 11/01/2018 21:18:46 (Dru) La vita è un dono di Dio
Guai a manipolarla, cioè guai a considerarla un dono della Tecnica. Se la vita, come la morte, diviene contenuto della Tecnica, Dio muore. E la chiesa non vuole che Dio muoia. Vedo che Leretico si sta convertendo alla filosofia. Bell'articolo, a parte Marina...


ID75274 - 21/02/2018 08:39:10 (Pseudosofos) Dignità del morire
Grazie dell’articolo. Uno degli aspetti non noti a chi non ha (ancora) ricevuto il dono della fede teologale è presumere che per un cattolico la sua vita sia “sottoposta” a Dio. In realtà, dal momento in cui la fede comincia ad esistere nel suo cuore, un cattolico ritiene la sua vita liberamente “donata” a Dio è agli altri. La ritiene non più un suo possesso. Se così non fosse il martirio non sarebbe comprensibile. Infatti, l’atto del martirio volontario in nome delle fede in Dio appare come suicidio, a chi quella fede non la conosce. Mi pare, tuttavia, ci sia filosofica differenza fra il voler morire perché si dispera di se stessi nel soffrire e giungere eroicamente a offrire la propria vita a quel Dio cui là si è affidata.



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