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01 Aprile 2019, 09.50

L'intervista

Vecchioni, un «vecchio mastino» della canzone d'autore

di Davide Vedovelli
A pochi giorni dal concerto che terrà a Bergamo venerdì 5 aprile, un’intervista al grande cantautore Roberto Vecchioni, che ha da poco dato alle stampe il disco “L’Infinito” 

Roberto Vecchioni
è uno degli ultimi grandi cantautori rimasti, un “vecchio mastino”, come si definirà lui in quest'intervista. Ha da poco dato alle stampe un disco di rara bellezza e grande ispirazione: l'Infinito. 75 anni ma la voglia di cantare e suonare di un ragazzino lo porta in giro per l'Italia con un nuovo tour. 
 
Venerdì 5 aprile farà tappa a Bergamo, al Palacreberg, per presentare il nuovo lavoro e i suoi grandi successi. Lo raggiungo al telefono per farmi raccontare come è nato questo disco e fare il punto sulla situazione attuale della canzone in Italia.
 
 
L’infinito è un disco attuale, che parla al presente e ben fatto come si faceva una volta. È la dimostrazione che la canzone d’autore non è morta e c’è ancora spazio per questa bella forma d’arte?
La canzone d'autore ha avuto un sacco di trasformazioni, tantissime. D'altronde non è mai stata uguale, dall'antichità a ora è cambiata continuamente. La canzone d'autore di oggi è il RAP, il TRAP. Quella  che esprimo io, che esprimono Guccini o De Gregori, è canzone d'autore degli anni '70, quella che è nata sull'apertura a certe idee sociali, sull'amore, sulla relatività della vita.

Noi siamo vecchi mastini che non demordono mai. Continuiamo a dire cose che sono di sempre, non solo di quegli anni. Certo in quegli anni sono state dette benissimo.
 
Da nostalgico e amante della canzone d’autore faccio fatica a capire e apprezzare la poca ricerca e il pressapochismo della musica italiana di oggi. Negli anni ‘70 c'era una ricerca stilistica assoluta, una ricerca di bellezza e perfezione dei testi, cosa che oggi mi sembra manchi molto. E' d'accordo?
Sì, tu hai ragione, ma non è questa la pecca peggiore. Ci sono alcuni che sui testi ci lavorano bene, fanno un buon uso dell'italiano... ma mancano i contenuti. A parte la rabbia, lo schifo del mondo, la pace che non c'è... a parte queste quattro cose non c'è più nulla. Anche la costruzione dell'amore e dei sentimenti è approssimativa. Poi ci sono delle eccezioni, ci sono alcuni che le sanno fare bene.
 
L'Infinito è un disco particolarmente ispirato, che affronta in modo leggero ma profondo parecchi temi. Come è nato? Mi spiego, sono canzoni scritte in questi ultimi anni o sono frutto di un unico intenso momento creativo?
Io l'ho pensato in questi quattro o cinque anni ma poi l'ho costruito in pochi mesi. Questo periodo che va da Sanremo ad adesso ho costruito un pensiero sulla vita che è molto diverso da prima. Un pensiero positivo, innamorato dell'esistenza, un pensiero sulla felicità che non è solo gioire ma è vivere in fin dei conti. Ho scritto due romanzi e quando ho detto “bisognerebbe scrivere anche un disco” ho fatto il disco.
 
Nel disco c’è la politica, l’amore, il rapporto con il dolore… c’è praticamente tutto. C’è l’entusiasmo di un ragazzino filtrato con gli occhi dell’esperienza. Ci sono le storie di alcune persone che hanno a che fare con il destino e che lo possono cambiare. Se lo proiettiamo nella nostra società mi sembra che tra la gente serpeggi più il concetto di fatalismo che non quello di destino. Come è cambiato il suo modo di concepire il destino negli anni?
Avevo un concetto di destino molto vago, molto classico, alla greca. Il concetto di destino come il fato che quando arriva ti frega. Questo era il mio concetto una volta. Negli ultimi quindici anni c'è stato un riavvicinamento a Dio e poi ho considerato l'uomo in se stesso e nelle sue capacità di autodeterminarsi la vita.

Rimane il caso, certo... il caso che un treno deragli, che ti cada una tegola in testa. Sono casi questi, ma il destino come costruzione di un'esistenza non ha mai colpa dei tuoi fallimenti. Il fallimento è tuo.
 
Voglio essere diretto e schietto: io credo fortemente nel ruolo sociale dell’artista (che sia musicista, pittore o scultore) ma molti scansano questa responsabilità. Molte volte voi cantautori avete interpretato e ispirato idee, contestazioni e movimenti studenteschi. Lei sente questa responsabilità? Non crede dovrebbero sentirla anche tutti coloro che sanno di avere un grande carisma e una grande influenza su migliaia di ragazzi?
Questa è una domanda difficile. Il compito di chi si impegna in un'arte è sempre quello di liberare da qualche cosa, di dire anche il meglio e non solo peggio della vita. Però non è obbligatorio, l'arte è libera. Se uno vuol parlare dei cazzi suoi lo lascio fare (ride). Purtroppo non abbiamo più trent'anni...
 
Sabato prossimo a Bergamo che concerto presenterà? Quali sono le sonorità e le caratteristiche di questo tour?
II tour è molto particolare, allestito con immagini e monologhi. Il primo tempo è tutto “l'Infinito” e la seconda parte le vecchie canzoni. Dura molto ma non credo dia fastidio (ride.)
 
Qual è il suo vizio preferito?
Fumare il toscano, pure troppo.
 
 
Appuntamento quindi venerdì 5 aprile alle ore 21.00 presso il Creberg Teatro Bergamo, in via Pizzo della Presolana.
Info e biglietti: www.crebergteatrobergamo.it 
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