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Valerio Corradi, sociologo, si occupa di modelli di sviluppo locale; innovazione organizzativa e formazione al lavoro; buone pratiche di qualità della vita e di sostenibilità sociale.  

Il blog si propone di riflettere su alcuni temi emergenti che rendono evidente il profondo intreccio tra dinamiche locali e flussi globali.

In un quadro sociale ed economico sempre più complesso, lo spazio glocale produce squilibri e problemi ma anche nuove opportunità di “crescita” e nuove forme sociali. Per questo, oggi diventa decisivo saper coniugare l’azione locale con un modo di pensare globale.
 

 
 

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06 Marzo 2020, 19.00

Blog - Glocal

Coronavirus e gli errori di comunicazione

di Valerio Corradi
Il Coronavirus sta mettendo in ginocchio l’Italia. Quali errori sono stati commessi nella comunicazione dell’emergenza? E perché oggi il nostro Paese è all’angolo e a rischio recessione?

L’aumento dei contagi da Coronavirus e l’incertezza nelle scelte politiche e comunicative stanno incrementando il senso d’insicurezza dei cittadini, esattamente quello che non si dovrebbe verificare in un’emergenza. È evidente che sono stati commessi degli errori e che essi hanno aggravato la crisi. L’Italia rischia di uscire da alcuni circuiti dell’economia mondiale e il tempo per recuperare scarseggia.

Per approfondire questi temi, riportiamo l’analisi del prof. Marco Lombardi, Direttore del Dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, esperto di livello internazionale di Gestione del rischio e Crisis Management.

“La vicenda del Coronavirus, che ci tocca tutti da vicino per aver sconvolto profondamente la nostra quotidianità, rilancia con urgenza la figura del Crisis Manager: quello specialista che è chiamato a organizzare la risposta a seguito di una emergenza e di una crisi.

L’Università Cattolica del Sacro Cuore
cominciò oltre venti anni fa a realizzare i primi corsi per specialisti, insistendo soprattutto sugli aspetti di gestione della comunicazione in queste specifiche situazioni.

I più «maturi» ricorderanno quel 1986, quando il reattore nucleare ucraino, a Chernobyl, inquinò mezzo mondo con polveri radioattive che, in Italia, portarono al referendum che abolì il nucleare.
L’effetto delle radiazioni, che non si vedono, non si toccano e non puzzano, fu soprattutto dovuto alla comunicazione che raccontò quello che sarebbe potuto accadere nel nostro Paese.

Un racconto completamente diverso da quello, quieto e mimetico, che si fece in Francia: consapevole quel governo che l’emotività scatenata dai racconti avrebbe potuto avere un impatto sconvolgente sulle decisioni di investire nel comparto nucleare. Da allora si cominciò a lavorare sulla gestione della comunicazione in situazione di emergenza con l’obiettivo di mettere a punto metodologie, e professionisti capaci di usarle, per «vendere il benessere», cioè ridurre l’incertezza che ogni evento critico genera in ciascuno di noi.

Oggi all’epoca del Coronavirus, sembra che poco si sia imparato o, ancor più, che i vizi che orientano negativamente queste pratiche siano più pesanti delle virtù che siamo chiamati a impiegare.
Questi giorni insegnano come, per esempio, il voler dimostrare di essere tanto bravi nell’affrontare per primi l’epidemia abbia fornito – a chi non aspettava altro - la medesima narrativa e metodologia per chiudere la porta agli italiani e alle sue merci: in fin dei conti, se noi stessi isoliamo pezzi di Italia, la risposta coerente al di fuori dell’Italia è proprio quella di isolare il Paese intero.

Questo è avvenuto perché l’entusiasmo naif della risposta urgente ha fatto dimenticare che, soprattutto nell’era dei social e in quella del conflitto diffuso, gli effetti delle nostre azioni non sono tutti prevedibili.
Per la medesima incompetenza e sciatteria abbiamo visto istituzioni di vario livello intraprendere iniziative singole e non coordinate; scienziati e tecnici litigare in pubblico; giornali e televisioni cimentarsi in acrobatici titoli, purché «estremi».

Insomma, l’improvvisazione del dopo Chernobyl
ha caratterizzato, decenni dopo, la malagestione comunicativa del Coronavirus a grande detrimento dei cittadini che cercano, nella comunicazione, un’indicazione che tenga dritta la barra della barca comune verso un orizzonte.
Si poteva fare: se la politica si fosse ricordata di governare e non di litigare per il consenso; se i tecnici e gli scienziati si fossero preoccupati di informare e non di cercare affermazione; se i media si fossero assunti la responsabilità delle loro azioni.

Se, dunque, si fosse riconosciuto che una figura professionale specifica esiste, nel ruolo del gestore delle emergenze comunicative, a cui può competere con successo un ruolo esperto di coordinamento.

Recuperare, in queste situazioni, è più difficile. Ma possibile partendo dal presupposto che dobbiamo cominciare dalla consapevolezza del rischio, contenuta nei fatti che sono evidenti: prima di una emergenza sanitaria stiamo affrontando una emergenza logistica e organizzativa che ci rende vulnerabili.

La situazione si affronta con competenze specifiche: non basta saper comunicare, perché il crisis management della comunicazione ha una sua specificità non mutuabile. Le azioni sono necessariamente collaborative: in quanto la sicurezza dell’intera comunità dipende dalla responsabilità dell’agire di ciascuno di noi. Tre C: consapevolezza, competenza, collaborazione. Per batterne una: Corona”.

(Tratto da: Lombardi M., Manager professionisti per comunicare la crisi – Giornale di Brescia, 5 marzo 2020)
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