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10 Dicembre 2009, 10.00
Roè Volciano
Storia

Da Roè al seguito di Garibaldi


Sul numero di ottobre della rivista “Camicia Rossa” è stata pubblicata la storia di Giovanni Pietro Scarpellini, un garibaldino di Roè Volciano, volontario nelle operazioni in Valtellina nel 1859.

Questo l’articolo di apparso sulla rivista “Camicia Rossa” di ottobre a cura di Antonio Tantari.

La città di Bergamo nei mesi maggio-luglio 1859 fu direttamente interessata ai movimenti dell’ala volontaria delle forze franco-piemontesi, rappresentata dai Cacciatori delle Alpi al comando di Giuseppe Garibaldi . Ai volontari lombardi, che inizialmente vennero arruolati nei centri di raccolta di Cuneo, Savigliano e Acqui, si unirono quelli che vennero incorporati mano a mano che la brigata garibaldina procedeva nella sua marcia attraverso la Lombardia. Ben sessantasei di loro, poi, parteciparono anche alla spedizione dei Mille.
Il giorno 8 giugno alle ore 7 i Cacciatori, provenienti da Almenno San Salvatore, entrarono in Bergamo, abbandonata dagli austriaci nottetempo, divenendo così una minaccia sulla destra e alle spalle del generale Urban, acquartierato a Vaprio sull’Adda. Gabriele Camozzi, all’avanguardia della brigata, fece armare alla meglio i contadini del circondario e suonare le campane a stormo, per cui la campagna si sollevò fino a Palazzolo. In città venne pubblicato il proclama con cui Garibaldi chiamava a raccolta tutti i giovani in grado di imbracciare un fucile . Lo stesso Camozzi nominato, nel frattempo, al comando della Commissione d’arruolamento, pubblicava un avviso in cui rendeva noto che era stato aperto in città l'ufficio di arruolamento dei volontari nel corpo dei Cacciatori delle Alpi nel locale delle Scuole dei Tre Passi. L’ufficio sarebbe rimasto aperto dalle ore 8 antimeridiane alle ore 4 pomeridiane. Questo orario sarebbe stato pubblicato sulla porta dello stesso locale e sulla Gazzetta Ufficiale di Bergamo. Emanava, poi, anche una circolare ai parroci della provincia per invitarli ad animare i giovani ad arruolarsi per ingrassare le file dei volontari . Fu così che nel giro di qualche giorno furono più di mille e cinquecento coloro che si arruolarono rispondendo a quegli inviti.
Tra questi vi fu anche Giovanni Pietro Scarpellini. Nato il 5 giugno 1841 a Vàsàrhely (Ungheria) da Angelo e Julianna Kovats . Angelo era nato il 29 maggio 1795 a Capriolo in territorio bresciano ma al confine con la provincia di Bergamo . La sua famiglia, infatti, era originaria della Val Seriana (suoi antenati sono attestati a Ranica e a Torre Boldone fin dalla seconda metà del XVII secolo). Quando e perché Angelo si trasferisse in Ungheria non è stato possibile accertarlo. Qui, però, conobbe quella che diverrà la madre di suo figlio. Dopo un certo periodo di permanenza in Ungheria fecero, poi, ritorno in Lombardia.
Si racconta che il giovane Giovanni Pietro, per poter raggiungere Bergamo e arruolarsi nei Cacciatori delle Alpi, trovando l’opposizione del ciabattino presso il quale lavorava, non esitò a lanciargli addosso gli arnesi di lavoro e fuggire a gambe levate. La sera del 28 giugno 1859, dunque, insieme ad altri sei volontari, si presentò al Deposito dei Cacciatori delle Alpi di Bergamo. Venne iscritto al numero 97 del libro matricola e nei giorni successivi, sottoposto a visita medica, fu dichiarato abile e, quindi, aggregato alla IV Compagnia del Battaglione che era in formazione in città . La Commissione Medica era composta dai dottori Achille Cadei, Federico Alborghetti e dal sottotenente Giovanni Cadolini. Quest’ultimo, il 21 giugno aveva ricevuto l’ordine di restare presso il Deposito cittadino, per occuparsi dell’organizzazione e dell’istruzione del battaglione che si stava costituendo in città. Cadolini racconta che era difficile tenere ordinati i volontari, cresciuti a 650, nonostante la indulgenza ingenita del Maggiore Camozzi, li tenevo in ferro per educarli alla disciplina e per evitare disordini, applicando le consuete punizioni e chiudendo in carcere i più faziosi.
Nel frattempo, la brigata garibaldina, proseguendo nella sua inarrestabile avanzata, era giunta a Salò, sulle rive del lago di Garda. Lì ricevette ordine di portarsi in Valtellina, per impedire il passo a un forte corpo nemico che l’Austria stava raccogliendo in Tirolo agli ordini dell’Arciduca Alberto, violando la neutralità del suolo federale tedesco. Il 20 giugno, il tenente colonnello Giacomo Medici, precedendo la brigata, lasciò Salò dirigendosi verso la destinazione indicata dove avrebbe preso il comando di tutte le forze organizzate e da organizzarsi per la difesa della Valtellina. Transitando per Bergamo, dispose che il battaglione che si stava lì formando sarebbe stato il IV del Reggimento, poiché ritenne che fosse composto da elementi migliori dell’altro che, invece, si stava ordinando a Como. A tal fine, provvide che fossero inviati a Bergamo gli ufficiali e i sottufficiali del 2° Reggimento dapprima destinati a Como . Medici, giunto a destinazione si spinse, quindi, ad occupare S. Antonio di Morignone in attesa del resto della brigata agli ordini di Garibaldi; costui, a cui era stata affidata la difesa dello Stelvio, del Tonale, del Caffaro con la Rocca d’Anfo, il giorno 27 era, frattanto, sbarcato a Colico. La forza a disposizione di Medici era di 1800 uomini, raccolti per lo più durante la marcia di avvicinamento per la Valtellina, più alcune compagnie di volontari valtellinesi e otto guide a cavallo, mentre quella nemica tra Bormio e lo Stelvio contava 7.000 uomini . Garibaldi, non dimentico degli uomini raccolti nei depositi, il 30 giugno scriveva a Vittorio Emanuele II che il marchese Maggiore Gabrio Camozzi ha raccolto nella città e provincia di Bergamo un numero considerevole di volontari. Mi risulta che mille circa di questi non hanno armi. Chiedo che vengano dal parco d’artiglieria di Milano spediti a Bergamo al marchese Camozzi 1200 fucili e 48000 cartucce . Il 2 luglio, Bormio era minacciata dagli austriaci; Medici, allora, decise di intervenire in aiuto della cittadina salvandola da sicuro saccheggio. A Bergamo, intanto, il giorno successivo, Camozzi pubblicava un nuovo avviso in cui ricordava a quanti volessero seguire l’esempio dei tanti che già impugnavano le armi, che l’arruolamento volontario era sempre aperto. Qualche giorno più tardi il IV battaglione divenne operativo e fu consegnato a Cesare Alfieri appena promosso maggiore, che, ferito nella battaglia di San Fermo, non ancora completamente ristabilitosi, era in convalescenza a Menaggio.
Le compagnie così costituite vennero affidate la prima al Tenente Cadolini, la seconda al Tenente Semenza, la terza al Tenente Bagaggia e la quarta al Tenente Mangili.
Giovanni Pietro Scarpellini venne definitivamente assegnato alla III Compagnia (n. 88 d’iscrizione del libro matricola) . L’armamento non tardò ad essere completato ma con armi pessime e in parte difettose. Anche il corredo fu incompleto: la biancheria venne distribuita soltanto in piccola parte, le ghette non furono date, i cappotti erano di molti colori, i calzoni quasi tutti troppo corti e di pessimo tessuto; fu fornito un piccolo sacco a pane ma non lo zaino; i volontari si lamentavano di questa situazione incolpando di tutto ciò il Ministro Lamarmora .
L’8 luglio, malgrado a Villafranca venisse firmato l’armistizio con sospensione delle attività belliche fino al 15 agosto, il 2° Reggimento sostenne allo Stelvio l’ultimo fatto d’armi della campagna. Vide contrapposti ottomila austriaci, al comando del generale Whim contro i volontari di Medici. Il combattimento, durato buona parte del giorno, costò poche perdite da ambo le parti ed ebbe come esito l’occupazione del passo da parte dei Cacciatori delle Alpi.
La notizia dell’armistizio colse di sorpresa Garibaldi a Tirano. Fu il comandante austriaco Huyn a mandargliene la notizia da S. Maria del Tonale per mezzo di una staffetta. Nonostante ciò, il 14 luglio un ordine del giorno, inviato da Lovere, dove Garibaldi si era nel frattempo trasferito, prevedeva che in Valtellina fossero presenti al comando di Medici due battaglioni acquartierati a Bormio, che avrebbero fornito distaccamenti sullo Stelvio; un altro battaglione a Teglio; il battaglione Valtellinese a Sondrio; il battaglione adolescenti a Tirano, e infine il IV battaglione che, appena pronto, da Bergamo si sarebbe portato a Teglio. Nel frattempo, però, il giorno successivo vennero anche sospesi gli arruolamenti nel Corpo dei Cacciatori delle Alpi.
Cosicchè, quando ormai i volontari pensavano che tutto fosse finito, il 18 luglio il maggiore Alfieri ricevette dal comando di piazza di Bergamo l’inatteso ordine di partire entro due giorni. Vani furono i reclami del maggiore che dovette preparare in fretta ogni cosa per la partenza. Il 20, quindi, il battaglione si mise in marcia per Lecco e fece tappa per la notte a Caprino. Il 23, i 650 uomini che lo componevano furono trasportati con i piroscafi a Colico e da lì a Morbegno dove, arrivati la sera, furono accolti con musiche e luminarie. Furono, poi, a Sondrio dove restarono alcuni giorni. Quindi, alla fine del mese, furono inviati parte a Mazzo e parte a Grosotto . Ai primi di agosto, il Ministero della Guerra accettava le dimissioni di Garibaldi e i Cacciatori delle Alpi furono affidati al Maggiore Generale Pomaretto . Il IV battaglione, nel frattempo, continuò ad occupare le posizioni assegnate effettuando le consuete manovre di esercitazione previste dal programma di addestramento. Alla fine di agosto, per le continue dimissioni degli alti ufficiali (la gran parte dei quali aveva deciso di seguire Garibaldi nell’Italia centrale), il maggiore Alfieri venne nominato comandante ad interim del 2° Reggimento. Intanto, accadevano frequenti disordini fra i volontari, che soffrivano la mancanza d’ogni cosa e per l’assoluta trascuratezza del Ministero, come riconobbero anche gli ufficiali che li passarono in rivista. Del resto i volontari, essendo la campagna finita, erano impazienti di tornare alle loro case e si dimostravano intolleranti del servizio e alle esercitazioni, che ai loro occhi non avevano più alcuno scopo . Il 12 settembre, mentre da Valeggio Napoleone III comunicava la Pace, il IV Battaglione, tornando a Sondrio, iniziò la fase di ripiegamento che avrebbe completato a Como, dove giunse il 3 ottobre.
Dai documenti in nostro possesso non sappiamo se Giovanni Pietro si congedò subito oppure seguì il battaglione fino a Como; non sappiamo neanche se, successivamente, prese parte ad altre esperienze risorgimentali. Tornato alla vita civile di lui si perdono le tracce; lo ritroviamo anni più tardi, domiciliato a Ghisalba (Bg), di professione magazziniere, dove il 15 febbraio 1874 sposò Scarpellini Teresa di professione filatrice dalla quale, dopo essersi trasferiti a Palazzolo sull’Oglio (Bs), ebbe due figli: Angelo e Giuliano . Successivamente si trasferì con la famiglia prima a Nembro (Bg) in Val Seriana, poi, nel 1892, per lavorare presso il locale cotonificio Hefti, a Roè Volciano (Bs). Qui morì il 23 gennaio del 1915 circondato dall’affetto dei suoi cari. 

Antonio Tantari

Foto della lapide cimiteriale di Giovanni Pietro Scarpellini

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