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11 Marzo 2015, 14.29
Provaglio VS Valsabbia
70° Liberazione

«Rendiamo concreti ancora oggi gli ideali di libertà e giustizia»

di Redazione
L’intera Valle Sabbia si è ritrovata domenica scorsa a Provaglio Val Sabbia per onorare i caduti per la libertà nel 70° anniversario della Liberazione

In tanti anche quest’anno sono saliti a Cesane di Provaglio Val Sabbia per l’annuale celebrazione in ricordo dei 10 partigiani della 7a brigata “Matteotti”, trucidati dai fascisti il 5 marzo 1945.

La Valle Sabbia istituzionale era rappresentata dal presidente della Comunità montana Giovanmaria Flocchini e da numerosi primi cittadini. Hanno portato il loro saluto il presidente Flocchini e il sindaco di Provaglio Val Sabbia Marco Venturini.
Numerosi i gonfaloni dei Comuni presenti, le rappresentanze delle associazione combattentistiche e d’arma e i bambini di Provaglio che hanno letto brani e poesie sulla resistenza.
È toccato poi alla staffetta partigiana Elsa Pelizzari recitare la Preghiera del ribelle.

La commemorazione ufficiale è stata affidata quest’anno al prof. Rolando Anni, dell’Archivio storico della Resistenza bresciana.

Riportiamo qui sotto integralmente il suo intervento.

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Care amiche e cari amici, permettete che vi chiami così, pur senza conoscervi, dal momento che non ci troviamo qui casualmente, ma perché condividiamo alcuni valori e una visione della vita simile.
Oggi, dopo una considerazione iniziale sul senso del nostro ritrovarci, come negli anni trascorsi, in questo luogo, vi proporrò, o meglio proporrò a me stesso per condividerle con voi, tre brevi riflessioni per poi concludere con un breve pensiero.

Ogni volta che sono invitato a parlare
di quel breve, brevissimo periodo (20 mesi appena) che è stato chiamato con il bel nome di Resistenza, non posso non pormi alcune domande che ora pongo anche a voi.
Ha ancora un senso oggi, dopo 70 anni, parlare e riflettere su vicende tanto lontane? E se ha un senso, come io credo l’abbia, qual è?
Non ce lo dobbiamo nascondere: la memoria di quanto è avvenuto, qui e in tanti luoghi delle nostre montagne, ha un rischio molto grave in sé, se la memoria resta solo ricordo, cerimonia e parole.

Il ricordo, invece, di questi dieci ragazzi
e di tanti loro coetanei che 70 anni fa sono stati uccisi, non può limitarsi ad un solo momento, sia pure importante come questo ritrovarsi, ma si deve necessariamente tradurre in qualcosa di diverso.
Deve tradursi, io credo, nel perseguire con pazienza e impegno, giorno per giorno, come sappiamo e come possiamo, il raggiungimento di quelle speranze nelle quali questi giovani, magari in modo ingenuo e persino confuso ma forte, hanno creduto: la libertà di pensare e di agire, la giustizia e la dignità per tutti e non solo per alcuni, una vita insomma degna di essere vissuta.

Erano speranze concrete, fondamentali, ma, lo devo ricordare, fragilissime, che andavano allora difese ed oggi preservate per i nostri figli e i nostri nipoti. Quei valori non sono stati conquistati una volta per sempre, ma vanno conquistati giorno per giorno.

Prima riflessione: chi e cosa ricordiamo questa mattina?

Ricordiamo la morte di 10 giovani uomini a poche settimane dalla fine della guerra. La loro storia è stata raccontata da Aldo Gamba, che per tanto tempo è venuto qui.
Quei partigiani si erano trasferiti su questi monti per sfuggire a una serie di rastrellamenti. Il 4 marzo (era una domenica), all’alba, furono sorpresi dai soldati del 40° battaglione mobile della GNR, nonostante un partigiano delle FF. VV., Alfredo Poli, che poi si fermò con il gruppo, li avesse raggiunti, la sera precedente, per avvertirli di un possibile imminente rastrellamento.

Dopo un breve conflitto a fuoco furono costretti ad arrendersi. Uno di loro, Domenico Signori, per cercare di sfuggire alla cattura, morì gettandosi in un burrone. Gli altri furono condotti a Casto e poi a Idro, sede del comando del 40° battaglione, dove furono battuti e colpiti con violenza.
Nella notte sul 5 marzo furono condotti prima a Barghe e poi costretti a salire a piedi e giunti ad Arveaco, spossati e non più in grado di camminare, furono fucilati.

La loro storia di sofferenza e di morte non è una storia unica.
Molti altri giovani ribelli furono uccisi allo stesso modo sulle montagne e nelle pianure dei nostri paesi e delle nostre città, senza che a loro fosse consentito di scrivere qualche riga di addio alla famiglia e alle persone amate.
Oggi li ricordiamo perché erano giovani, perché pensiamo a quale avrebbe potuto essere la loro vita e non poté essere, perché non hanno potuto veder quel mondo di libertà e pace che, nel loro entusiasmo, avevano immaginato e sperato, e infine perché hanno contribuito a preparare per noi un mondo più giusto.

Seconda riflessione
Non vorrei che fossero chiamati eroi questi giovani uomini, ma chiamati col nome che è più adatto a loro: esseri umani, desiderosi di vivere. Perché i ribelli, i partigiani non desideravano la morte, ma vivere e per questo erano disposti anche a morire. E non sembri questo atteggiamento una contraddizione. Non esaltavano la “bella morte”, come i loro coetanei fascisti, ma sottolineavano il valore assoluto della vita.

Eppure nelle lettere scritte poco prima di morire, quelle lettere che solo a pochi fu concesso di scrivere (leggetele, in esse è contenuto il significato profondo della Resistenza), non è dato di trovare alcuna tristezza, ma piuttosto una serenità incomprensibile in chi stava per morire.

Mi sono chiesto il perché. Non ho trovato risposte definitive.
Io credo che la serenità che si trova in quei fogli ormai ingialliti dal tempo sia determinata in primo luogo dalla preoccupazione di addolorare ancora di più le persone care a cui erano indirizzat quelle parole (la fidanzata, la moglie, i figli, i genitori …).
Ma, secondo me, esiste un altro motivo più profondo, quello che fa scrivere a Giovanni Venturini, (Tambìa), fucilato l’11 aprile 1945, alla madre:

Cara mamma, perdonatemi se involontariamente vi ho fatto tanto soffrire. Vi raccomando, siate forte come siete sempre stata quando ero lontano in guerra e pregate per me perché sia sempre più forte. Ormai sono ridotto a misera cosa, non sono più uomo e qualche volta piango dal dolore dei miei piedi che non mi serviranno più.
Pazienza, sono rassegnato! Si vede che anche questo era scritto nel libro della mia vita. Perdono a tutti e auguro a nessuno quello che ho sofferto e soffro io, nemmeno a chi lo ha fatto a me, nemmeno alle bestie.


Quello che fa scrivere a Giovanni Battista Vighenzi, fucilato il 27 aprile 1945, alla moglie, in una delle lettere più belle e toccanti dei condannati a morte della Resistenza bresciana, queste parole:

Liana amatissima, c’è un gran sole nel mio cuore in questo momento e una grande serenità. Non ti rivedrò più, Liana. Mi hanno preso, mi fucilano. Scrivo queste parole sereno d’animo e col cuore spezzato nello stesso tempo per il dolore che proverai.
Muoio contento di essermi sacrificato per una idea di libertà che ho sempre tanto auspicato.
Sotto la mia firma e sulla fede metto i miei ultimi baci.


Quella serenità, così sconvolgente per noi ancora oggi, nasceva, io penso, dal sapere nel profondo della coscienza che la loro vita per quanto breve non era stata sprecata, che non era stata vissuta inutilmente, che aveva avuto un senso. E questa serenità nel momento della loro sconfitta irrimediabile, nella consapevolezza che non avrebbero mai visto quel mondo più giusto in cui avevano sperato.

Terza riflessione

Oggi è la domenica 8 marzo, festa di tutte le donne.
Non posso non ricordare che cosa le donne, le mamme, le fidanzate, le sorelle, le ragazze, hanno fatto nei 20 mesi della Resistenza. Senza di loro i ribelli in montagna letteralmente non sarebbero sopravissuti. Furono loro a procurare il cibo, a consegnare le lettere, a curare i feriti, a comporre con pietà i morti.
Per questo ricordo ora un fatto esemplare, perché riassume in sé quanto anche altre donne hanno fatto. Una giovanissima donna, Maria Boschi, salita a Provaglio alla notizia dell’uccisione dei nove partigiani, racconta:

I ragazzi che erano passati la domenica mattina prigionieri, li avevano fucilati la notte.
Allora sono andata su, mi ricordo, e non sarebbe da dirsi, ma bisogna dirlo.
I morti erano già stati portati su, in camera mortuaria a Pieve di Provaglio, proprio vicino alla chiesa.
Li avevano rinchiusi in una stanza, uno sopra l’altro perché non ci stavano. Accatastati in questa piccola stanzetta.
La scena che si è presentata quella non sarà da dimenticare, perché era una cosa raccapricciante.
Tutti questi ragazzi avevano le mani tagliate, i piedi tagliati, perché li avevano fatti camminare scalzi. Poi erano stati seviziati. La faccia era piena di sangue, di grumi di sangue e di fango.
E mi ricordo che mi sono levata il fazzoletto da tasca, che questo fazzoletto, un pezzo di questo fazzoletto, adesso si trova su al museo della Resistenza. E l’altro mezzo, ne ho dato un pezzettino a tutti i famigliari.
Ricordo che questo fazzoletto lo intrisi in un po’ di acqua, una ciotola d’acqua e ho cercato di lavare questi volti.

Il testo è molto importante e richiede qualche ulteriore riflessione.
Inizia con un dilemma, cioè un conflitto interiore fra l’orrore suscitato dai morti (che la memoria vorrebbe, ma non può cancellare) e la pietà che obbliga a raccontare perché quei morti e il modo atroce della loro morte non venga dimenticato.
Prosegue nel racconto con il lavacro dei corpi, cioè di un rito pietoso che risponde a una tradizione di misericordia e di rispetto, scritto nel profondo di ogni uomo, per coloro che sono morti. Si tratta di un rito che era tradizionalmente opera misericordiosa delle donne
Questo rito diventa infine una sorta di commovente e profonda azione sacra: il fazzoletto intriso di sangue (che è avvertito in ogni cultura come un simbolo di vita), diviso in tanti pezzi, è distribuito come un rito di comunione.

Conclusione
Nella cultura ebraica e in quella cristiana il nome di una persona la definisce nella sua essenza. Leggere ora il nome dei dieci giovani qui uccisi, in un ricordo laico e religioso insieme, significa restituire loro individualità e umanità:

Amilcare Baronchelli, impiegato    23 anni
Arnoldo Bellini, operaio        23 anni
Bruno Angelo Cocca, operaio    20 anni
Luigi Cocca, operaio            21 anni
Teodoro Copponi, calzolaio        19 anni
Pierre Lanoy                26 anni
Alfredo Poli, operaio            18 anni
Gaetano Resa                20 anni
Domenico Signori, operaio        24 anni
Ferruccio Vignoni,            21 anni

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