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10 Ottobre 2017, 09.00
Pertica Alta Valsabbia
Barbaine 2

«Convivere per vivere»

di Daria Gabusi
A Daria Gabusi l'onere di pronunciare domenica scorsa il discorso ufficiale. Ci è parso interessante e ve lo proponiamo in forma integrale

La dott.ssa Daria Gabusi presiede il Comitato scientifico del Centro studi "La brigata Giacomo Perlasca delle Fiamme Verdi e la resistenza bresciana". Centro studi che domenica era rappresentato a Pertica Alta anche dal suo presidente: prof. Alfredo Bonomi.

Vi proponiamo in forma integrale il discorso pronunciato da Daria Gabusi, in quanto contiene nelle sue linee essenziali uno studio approfondito sull'ambiente culturale in cui si mosse la Resistenza, con le Fiamme Verdi ed in particolare con la Brigata Perlasca.

La ringraziamo per avercene concesso la pubbicazione.

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Barbaine, 8 ottobre 2017

«CONVIVERE PER VIVERE»
Il “ribellismo per amore” delle Fiamme Verdi tra storia, memoria e attualità

Buongiorno a tutte e a tutti e ben arrivati nella comunità delle Pertiche.

Saluto la presidente onoraria delle Fiamme Verdi bresciane Agape Nulli Quilleri
Il vice-presidente nazionale della Federazione italiana volontari della libertà (FIVL) Roberto Tagliani
Il coordinatore provinciale delle Fiamme Verdi Alvaro Peli, che ringrazio per avermi invitata a pronunciare l’orazione ufficiale
Il presidente dell’Anpi provinciale Giulio Ghidotti
Il presidente della Comunità montana di Vallesabbia e sindaco di Pertica Alta Giovanmaria Flocchini
Il rappresentante provinciale Filippo Ferrari
Il presidente del Centro studi “La Brigata Giacomo Perlasca delle Fiamme Verdi e la Resistenza bresciana” Alfredo Bonomi
Le autorità presenti
E quanti, non potendo essere qui con noi, hanno voluto aderire alla commemorazione

Saluto e ringrazio di cuore anche don Luciano e le persone che, assieme a lui, curano e custodiscono Barbaine e il sacrario della Brigata Perlasca.

Il titolo di questo intervento è Convivere per vivere, uno dei motti, uno dei moniti che accompagnavano la testata de «il ribelle» , l’organo ufficiale, clandestino, delle Fiamme Verdi, fondato e voluto da Teresio Olivelli per la formazione dei partigiani e di quanti riuscivano a leggerlo.
Le riflessioni pertanto che vorrei condividere con voi, oggi, riguarderanno il “ribellismo per amore” delle Fiamme Verdi, declinato tra storia, memoria e attualità.

Rinnoviamo oggi quel rito civile attraverso il quale – da decenni – vengono ricordati i caduti della Brigata “Giacomo Perlasca” : giovani che si sono ribellati al giogo dell’occupazione nazista e della nuova dittatura mussoliniana risorta nell’autunno del 1943 e che, proprio a causa della loro ribellione, sono stati brutalmente uccisi.

La brigata – come sappiamo – traeva origine dal precocissimo «Battaglione Valsabbia», organizzato da Giacomo Perlasca e dal suo vice Mario Bettinzoli fin dall’ottobre del ’43 per incanalare il ribellismo spontaneo dei primi giorni successivi all’8 settembre.
Dopo l’arresto e l’uccisione di Perlasca e Bettinzoli, nel febbraio del ’44, la resistenza bresciana e quella valsabbina subivano un contraccolpo, attutito solo nei mesi successivi dal convogliare di energie residue e di nuove risorse umane entro un’altra formazione partigiana, che nasceva ufficialmente nell’estate del 1944 prendendo il nome proprio da Giacomo Perlasca, sotto la guida di Ennio Doregatti (il comandante “Toni”).

Cosa può significare oggi “rendere omaggio” ai caduti della Brigata Perlasca che, nella più ampia adesione alle Fiamme Verdi – formazioni apartitiche e di ispirazione cristiana – hanno dato il loro contributo alla Resistenza italiana e alla Resistenza europea nella lotta contro il fascismo e contro il nazismo?
Quale può essere il modo migliore, più giusto per ricordarli?
Forse il modo migliore per rendere loro omaggio è tornare a riflettere sulle motivazioni di quella scelta di ribellione al fascismo, così come vennero elaborate nelle testimonianze che ci hanno lasciato, nei diari, negli scritti e nella stampa clandestina .

Dopo il 25 luglio 1943, ma poi ancor più dopo l’8 settembre, si era aperta per tutte le italiane e per tutti gli italiani una possibilità che molti auspicavano, ma che pochi ritenevano realizzabile: quella di opporsi – ribellandosi – al totalitarismo fascista, al nazionalismo, al bellicismo, alla violenza, al razzismo fascista.

Come ha scritto lo storico Claudio Pavone, dopo l’8 settembre
«si ampliavano i campi del possibile, e dentro quello spazio dilatato occorreva esercitare scelte drastiche e rapide, alle quali la maggioranza degli italiani mai aveva supposto che la vita potesse chiamarli» .

Proviamo perciò a tornare alle radici della scelta dei partigiani della Perlasca
che ne hanno lasciato testimonianza, e più in generale alle radici del “ribellismo per amore” delle Fiamme Verdi, così come le hanno elaborate, in particolare, due esponenti di elevato profilo morale e intellettuale, quali Teresio Olivelli (che, come sappiamo, tra pochi mesi verrà proclamato beato) e Laura Bianchini.
Sono scritti nei quali è costante il richiamo alla responsabilità personale, alla moralità, alla riforma interiore, quali motori della lotta antifascista prima e del rinnovamento della società poi.

Scriveva Rinaldini nell’ottobre del 1943, quando percepiva che negli ambienti dell’azione cattolica bresciana avrebbero preferito per lui un impegno meno diretto nella resistenza:

«Il passo è fatto, non si ritorna indietro. […]
Io non mi sento assolutamente di starmene […] chiuso in casa, […].
La guerra non la fa solo chi è temerario. […].
Non è da eroe gettarsi in mezzo alla mischia. Eroe è chi calcola tutto, chi si prepara e serenamente va all’azione. La forza vera, quella che ha sostenuto i martiri, veniva dallo spirito non dalla carne.
Farà bene, in un’azione, il tipo ardito, ma non inferiore sarà chi ha accumulato forze spirituali e da queste attinge» .


Il percepire la necessità morale di combattere una ‘guerra di civiltà’ che ponesse fine a un’epoca di ‘barbarie’ si può rinvenire in numerosi passaggi del Diario di Rinaldini, così come negli scritti di altri ‘ribelli per amore’: Andrea Trebeschi (che sarebbe poi stato arrestato, deportato e morto di stenti nel lager di Gusen nel gennaio del 1945), già nell’autunno del 1943, aveva acquisito la lucida consapevolezza di essere giunti, in una visione quasi escatologica, «alla sera del tempo» .

E qualche mese più tardi – nel marzo del ’44 – Teresio Olivelli, sul secondo numero del «ribelle», denunciava come si stessero chiaramente contrapponendo due diverse e opposte concezioni del mondo:

«La nostra rivolta […] è rivolta contro un sistema e un’epoca, contro un modo di pensiero e di vita, contro una concezione del mondo. […] Tra il loro «mondo» e questo nostro, l’abisso è inadeguabile. […] A questa nuova città aneliamo con tutte le forze: più libera, più giusta, più solidale, più «cristiana». […] Lottiamo per una più vasta e fraterna solidarietà degli spiriti e del lavoro, nei popoli, e fra i popoli» .

Allo stesso modo alcuni sacerdoti vicini a quei giovani e alle «Fiamme verdi» (padre Rinaldini, don Vender, don Almici) nella primavera del 1944 redigevano quel documento noto come Manifesto della resistenza cattolica nel quale, mentre chiedevano alla Chiesa di condannare «apertamente» le violenze nazi-fasciste, (fatti «gravemente deformanti la personalità umana e cristiana»), dall’altra cercavano di indirizzare i ribelli di ispirazione cristiana.

Essi – scrivevano – «devono preoccuparsi che il movimento di resistenza non diventi a sua volta fonte di ingiustizia e di mali; […] hanno il dovere di preoccuparsi che la loro azione avvenga secondo giustizia, per amore della Patria e dei fratelli, non per odio; […] che non provochi rappresaglie più gravi dello scopo da raggiungere» .

Alla riunione del 30 novembre 1943, quando dopo molti incontri clandestini si era arrivati alla effettiva creazione delle FFVV a Brescia, oltre a Giacomo Perlasca e altri c’era anche una donna, formatasi all’antifascismo nella scuola spirituale ed etico-civile dei padri della Pace: Laura Bianchini, che diverrà redattrice, l’unica, del «ribelle», firmando articoli di profonda e intensa spiritualità.

Uno dei più noti – pubblicato certo non a caso il 25 luglio del 1944, nel primo anniversario della caduta del fascismo e dedicato alla “smobilitazione degli spiriti”, al disarmo delle coscienze prima ancora di quello degli eserciti –, oltre a essere quasi un “decalogo per una pace duratura”, si presentava al contempo come un vero e proprio ‘testamento del ribellismo per amore’, volto a spiegare i motivi per i quali si era dovuta compiere la difficile scelta di imbracciare le armi, e del tutto in linea con quanto aveva scritto Teresio Olivelli nel marzo di quello stesso anno:

«Smobilitare gli spiriti […] significa [impegnare gli uomini] in un programma […] rivoluzionario: neutralizzare gli effetti di una ventennale educazione all’odio, alla violenza, al disprezzo della vita umana, al culto della forza, a un esasperato nazionalismo imperialista, per instaurare a base della vita personale, nazionale e internazionale, la reciproca comprensione, il rispetto del diritto, l’esercizio della solidarietà» .

La meta ultima alla quale questo ribellismo antifascista di matrice cristiana tendeva era dunque quello di una riforma interiore, unico viatico per una pace globale, profonda, radicale e duratura.

Così la Bianchini aggiungeva:
«Sembra a molti che lo stato di guerra […] giustifichi [] l’appello all’odio, alla violenza, al disprezzo della vita. Non è vero.
Che cosa chiediamo alla lotta che sosteniamo, alla guerra che combattiamo? Forse distruzioni, rovine, uccisioni, lacrime e sangue? […] Ma noi alla nostra guerra chiediamo dei beni: la libertà per tutti sotto la tutela di giuste leggi» .
«Per questo possiamo combattere e morire, uccidere e farci uccidere senza odio e senza violenza, ma solo per un indomito e santificante amore» .


Tra gli obiettivi definiti nel programma iniziale delle FFVV veniva messo a tema anche l’ingiustizia sociale, definita «L’anticristiana divisione della società in classi economicamente privilegiate le une, diseredate le altre».

Laura Bianchini riprendeva poi sul «ribelle» questa istanza di critica al capitalismo inteso come elemento che turba la pace in quanto si frappone alla giustizia sociale, inconciliabilmente contrapposto al cristianesimo e intimamente legato alle dittature:
«ogni totalitarismo è insieme anche capitalismo, dato che il potere non si esercita solo sugli uomini, ma anche sui loro beni e sulle loro attività […] E ogni oligarchia politica […] si risolve sempre anche in una oligarchia economica» .

La guerra dunque che questo partigianato cattolico combatteva era certo – secondo la nota interpretazione di Claudio Pavone – una guerra civile (contro i fascisti), patriottica (contro il tedesco invasore) e di classe (contro l’ingiustizia sociale), ma – rispetto alle formazioni di altra ispirazione – vi era anche un obiettivo più profondo (nella direzione dello spirito) e più vasto (verso l’intera umanità): essi combattevano una guerra di civiltà, una sorta di ‘guerra alla guerra’, che si poneva come obiettivo ultimo la realizzazione di una società solidale, veramente e profondamente pacificata, rifondata sulla libera convivenza civile.

Ma accanto alle motivazioni dei militanti e dei combattenti vi erano anche quelle di quanti fiancheggiavano e sostenevano i ribelli, mettendo a rischio la loro stessa vita.
Altrettanto nobili, erano motivazioni che rispondevano a un imperativo morale pre-politico, che rispondevano all’imperativo della solidarietà fra esseri umani.

Lo diceva benissimo, in un’intensa intervista di circa trent’anni fa, Santina Dusi, che sarebbe diventata fidanzata e moglie del comandante “Toni” e che vogliamo ricordare.
Lei aveva iniziato la sua militanza nella resistenza attraverso una forma di maternage, accogliendo e nutrendo ufficiali montenegrini fuggiti dal campo di concentramento di Vestone. Si era sentita «felicissima di poter fare qualcosa. […] Ci si sentiva gratificati, ci si sentiva felici» .
E ancora: «Io ho fatto tutto, forse più per spirito umanitario per aiutare» .

Erano le motivazioni di quanti, nella nostra valle, nella povertà che segnava la vita contadina, con generosità e coraggio esemplari rischiarono la vita per nutrire, vestire, nascondere i giovani della Perlasca: le donne di Odeno che li ospitarono nel terribile inverno del ’44, le donne di Belprato che ricomposero la salma di Emi per i solenni funerali nel febbraio del ’45.
Erano motivazioni che ben si inscrivono in quel “clima di entusiasmo morale” che, come ha dimostrato Claudio Pavone , caratterizzò l’intera resistenza italiana ed europea.

Mentre ancora combattevano la guerra di Liberazione, sulle pagine del «ribelle» pensavano già al dopo, alla ricostruzione, a come riedificare un mondo pacificato, una comunità rinnovata, una nuova convivenza civile fondata sulla giustizia sociale.
E mentre riflettevano sul futuro, in qualche modo, mandavano una missiva rivolta anche a noi, oggi.
    E tra le preoccupazioni più profonde vi era quella che il fascismo, del quale si intravedeva ormai la fine, risorgesse.

Settantatré anni fa, nel novembre del 1944, Laura Bianchini chiudeva l’articolo intitolato Verso nuovi fascismi? con un interrogativo:
«Chi può negare che non sia sospesa sul mondo una tentazione di fascismo?».

Partendo dalla constatazione che «vi è nel mondo una minaccia e una tentazione fascista a cui sarà impossibile sfuggire se gli uomini non ne prenderanno a tempo coscienza» , il fascismo veniva definito un’attitudine negativa dello spirito, che porta divisione, diabolica dunque nel senso etimologico del termine, antiumana prima ancora che anticristiana.
   
Quasi profeticamente, la Bianchini (che sarebbe poi stata eletta all’Assemblea costituente) denunciava la natura ‘carsica’ e camaleontica del fascismo, che si poteva presentare come una «mentalità sbrigativa», ma anche come
«quella particolare attitudine spirituale che fa l’uomo dimissionario della dignità che gli è propria, che lo curva e annulla in pratica […] sotto la tirannia dei falsi idoli, delle pesanti mistiche della collettività.
Anche se dovessero tramontare i miti della razza, e della nazione, restano e vigoreggiano quelli della classe, dello Stato partito, della disciplina anonima, del Capo
» .

Sono, come purtroppo ci racconta la cronaca politica nazionale e internazionale di questi ultimi anni e di questi ultimi mesi, preoccupazioni che tornano di grandissima attualità.
Diventano purtroppo attuali quando richiamiamo le recenti elezioni per il rinnovo del parlamento tedesco e i consensi ricevuti dal partito di estrema destra razzista xenofobo antiislamista, con una massiccia componente negazionista.
   
Ma lo sono anche se riflettiamo sull’inquietante aggressività mediatica scaturita in Italia dalla “galassia nera” di neofascisti e neonazisti al procedere dell’iter parlamentare della legge che istituisce il reato di propaganda fascista.
E lo sono, più in generale, a fronte del dilagante populismo.

Mala tempora currunt, verrebbe da dire.

In un mondo, per tanti versi, feroce (e ferino) come quello in cui viviamo, dobbiamo invece raccogliere il messaggio di fiducia e di speranza che ci hanno lasciato nel passaggio attraverso la guerra e la Resistenza i “ribelli per amore” e quanti, donne e uomini non solo in Italia, ma in tutto il movimento europeo di resistenza, parteciparono di quegli stessi sentimenti: agire per cambiare in meglio la società e percepire di vivere un momento altamente formativo, di rapida maturazione, cogliendone addirittura il carattere provvidenziale.
   
In un articolo intitolato Invito alla fiducia Laura Bianchini, se da una parte descriveva gli orrori della guerra civile – «violenza e viltà, prepotenze e servilismi, brutalità e abiezioni di ogni genere, crolli di edifici e di coscienze, avidità egoiste fino al delitto»  – dall’altra riusciva a porli entro un orizzonte ‘provvidenziale’ :

«Come tutti i tempi, anche quest’ora ha le sue nobiltà le sue grandezze, la sua provvidenzialità» .

E ancora:

«È questa l’ora in cui urge per tutti un appello e un impegno a un interiore arricchimento di motivi spirituali e contemporaneamente a una azione generosa e ardita perché nella società i fermenti più sani si affermino, lievitando la massa» .

Con una lucidità certo non comune per un ragazzo di soli ventidue anni, anche uno dei caduti che ricordiamo oggi, Emiliano Rinaldini (“Emi”), leggeva nel conflitto bellico un’esperienza determinante per la sua crescita personale:

«La guerra ci ha affinati. La guerra ci ha posto dinanzi, con la sua crudezza, dei problemi da risolvere, […];[…]
è sorto in noi il desiderio […] e poi il bisogno di fare qualche cosa per risanare questa popolazione del mondo: l’umanità tutta, noi stessi»
.

Quando veniamo qui, ci avviciniamo a questo sacrario, dovremmo metterci in silenzio e ascoltare: sentiremmo forse interiormente la loro voce, che ci interpella chiedendoci perché quella società libera e giusta che loro avevano sognato e per la quale molti di loro sono stati uccisi non si è ancora realizzata.
È la domanda posta anni fa da Lionello Levi Sandri parafrasando la preghiera del ribelle: «Siamo stati capaci di realizzare questa Italia “generosa e severa”?».
Non solo, potremmo aggiungere, generosa e severa, ma anche meno corrotta, meno egoista e più solidale.

Se ci mettessimo idealmente in ascolto, quella voce ci chiederebbe il coraggio di raccogliere un’eredità impegnativa, l’eredità delle loro motivazioni, di renderle ancora vive contribuendo al rinnovamento della società civile, tramite l’attuazione – ciascuno nel proprio ambito e nel proprio ruolo, pubblico e privato – di quei principi per i quali i nostri ‘ribelli per amore’ sono stati uccisi: la libertà e la pace, ma anche la solidarietà e, soprattutto, la giustizia sociale, a livello nazionale e globale, senza la quale nessuna pace è davvero possibile.

Grazie

Daria Gabusi

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