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Specchi riflessi

Specchi riflessi

di Renato Sorice



17.06.2018 Sabbio Chiese Bagolino

18.06.2018 Vestone

18.06.2018 Sabbio Chiese Bagolino Valsabbia

17.06.2018 Gavardo

17.06.2018 Casto Valsabbia

17.06.2018 Gavardo Valsabbia

18.06.2018 Capovalle

18.06.2018 Vobarno

18.06.2018 Idro Valsabbia

17.06.2018 Pertica Bassa





13 Dicembre 2015, 09.50
Lavenone
Valsabbini

Arrivederci partigiano

di val.
L'hanno accompagnato questo sabato al cimitero di Lavenone per il suo ultimo viaggio. Antonio Paredi, l'ultimo partigiano di Lavenone, aveva 96 anni. L'avevamo intervistato dieci anni fa

Ecco l'articolo pubblicato allora sul Giornale di Brescia. Vallesabbianews non c'era ancora.
Chissà perchè l'avevamo chiamato Osvaldo...
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LAVENONE – Infiltrato in questura a Brescia per conto del Corpo di Liberazione Nazionale, nella Brigata d’assalto Garibaldi “Michele Marino”, la 122 bis, con il nome di battaglia “Kepeu”, ha rischiato grosso subito dopo la Liberazione, quando è stato accusato di collaborazionismo dai partigiani valsabbini.

Un brutto quarto d’ora risolto grazie ad una telefonata dalla locanda “Alla lepre” vicina a casa.
E’ Osvaldo Paredi, classe 1919, di gennaio, l’ultimo partigiano di Lavenone, meccanico all’Ave di Vestone prima della seconda guerra mondiale, calzolaio seguendo le orme del padre e, per alcuni anni, gestore di una delle più frequentate “balere” della Valle Sabbia.

La guerra l’ha sorpreso al termine del servizio militare prestato a Durazzo.
Si trovava a Roma su un aereo nel luglio del ’43 quando gli americani, in quel momento “nemici”, presero a bombardare la capitale.
Dopo l’8 settembre è tornato a Lavenone a piedi e si è poi ritrovato a Brescia, di fronte agli americani diventati “amici”, quando il suo comandante, Bettoni, fece di tutto per evitare un ulteriore spargimento di sangue contribuendo a consegnare agli alleati la città già liberata.

Così ci ha raccontato il Paredi. Siamo andati a trovarlo per sentire del “suo” 25 aprile.
Lui ci aspettava ed ha rinunciato per una volta a salire con il suo piccolo fuoristrada fino al fienile con roccolo che possiede in “Sengrana”, proprio sul confine fra i comuni di Lavenone, Vestone e Pertica Bassa.

Con gli occhi lucidi almeno quanto il cervello, ha rivissuto con noi per ore la sua esperienza, arrivando fino ad acquattarsi dietro al tavolo di cucina per mimare quella volta che a Vobarno ha incontrato la colonna dei tedeschi in fuga.

«Il 25 aprile? Aspetta un momento – ci ha detto al momento di iniziare a srotolare la sua storia e i relativi documenti conservati in una cartelletta -. Ne ho fatta di strada, prima, ce n’è da raccontare, c’è da fare un libro».

Osvaldo Paredi ha rischiato molto, in quei frangenti, e ha avuto tanta fortuna.
Noi saltiamo a piedi pari fino al giorno in cui è diventato un partigiano: «Era il Natale del ’44 quando, i tedeschi che stavano al Milano di Idro, riuscirono a prendermi dietro casa, come disertore.
Per fortuna sono riuscito ad impietosire un ufficiale che, in cambio della promessa di arruolarmi nella Monterosa, mi ha lasciato andare: "entro tre giorni voglio vedere i documenti", mi aveva intimato.
Me li sono fatti fare, falsi, dai partigiani a Brescia, e sono rimasto lì, infiltrato in questura con il ruolo di “gappista”, quello che doveva avvisare se erano previsti rastrellamenti».

Ed è a Brescia con il suo comandante Bettoni che anche per Osvaldo Paredi arriva il giorno della Liberazione.
«Quella mattina eravamo in Piazza Loggia e gli americani sono arrivati a Sant’Eufemia – ricorda -. Lì hanno incrociato la coda della colonna di tedeschi in fuga, hanno sparato con i carri e hanno distrutto tutto ad altezza d’uomo.
Per fortuna è intervenuto Bettoni a fermarli. "Ve la consegnamo noi la città", gli ha detto "aspettate ad entrare".
E siamo corsi in Castello dove c’erano gli ultimi fascisti che non ne volevano sapere di arrendersi. Li abbiamo convinti, per questo che gli alleati non hanno avuto bisogno di sparare nemmeno un colpo per entrare».

«Sono tornato a casa dietro ai tedeschi, che prima erano andati verso il Garda, poi hanno dovuto risalire la Valsabbia. Sono arrivato a Lavenone il 26 sera.
Il 27 mattina sono venuti a prendermi quelli delle Fiamme Verdi che mi accusavano di essere fascista. Se non mi avesse risposto Bettoni al telefono, chiarendo chi ero e cosa avevo fatto al suo fianco, non so come sarebbe finita».

Poi il Paredi ci accompagna giù per le scale e ci fa vedere il suo ordinatissimo laboratorio da calzolaio... e la storia continua.

Ubaldo Vallini

.... Fino a Ieri qualla terrena. Per molto tempo ancora quella impressa col coraggio e con la dedizione negli affetti familiari.
Arrivederci.


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