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12 Marzo 2017, 12.59
Gavardo Prevalle
Maestro John

Acqua azzurra, acqua chiara

di John Comini
Qualche giorno fa a scuola è mancata l’acqua. C’erano dei lavori in corso e i bambini non potevano né bere né usare l’acqua per l’igiene. Una catastrofe...

Per fortuna poi l’acqua è tornata e tutto si è risolto per il meglio. Ma è stata (involontariamente) l’occasione per comprendere l’importanza dell’acqua, che spesso sprechiamo, pensando che sia una cosa che c’è sempre stata e sempre ci sarà. Il rispetto di sé, degli altri e dell’ambiente sono la trilogia dell’educazione. Non buttare la carta per terra, lasciare l’aula in ordine, fare la raccolta differenziata, non sprecare l’acqua del rubinetto (qualche bambino dopo la ricreazione ha così sete che pare prosciughi l’acquedotto) sono piccole cose ma contribuiscono a non distruggere il nostro ambiente.  L’educazione al rispetto dell’ambiente è ormai fondamentale per cercare, fin da bambini, a non distruggere questo vecchio pazzo mondo. Più riusciamo a focalizzare la nostra attenzione sulle meraviglie e le realtà dell'universo attorno a noi, meno dovremmo trovare gusto nel distruggerlo.  Papa Francesco ha detto di recente: “Mi domando se in questa terza guerra mondiale a pezzi che stiamo vivendo non stiamo andando verso una gran guerra mondiale per l’acqua”. Ha sottolineato che è «doloroso» vedere paesi che con le loro legislazioni «negano» questo diritto ed ha invitato a non dimenticare le cifre dell’Onu che certificano che «mille bambini muoiono ogni giorno a causa di malattie collegate all’acqua». “Come si legge nel libro della Genesi, l’acqua è al principio di tutte le cose, è “creatura utile, pura e umile” –citando il Cantico delle creature di San Francesco – fonte della vita.” È una faccenda molto seria, che viene prima di tutte le altre. Dove c’è acqua c’è vita. Il diritto all’acqua è determinante per la sopravvivenza delle persone e decide il futuro dell’umanità. Ecco perché è prioritario educare circa la gravità di questa realtà.

Le cifre che le Nazioni Unite rivelano sono sconvolgenti e non ci possono lasciare indifferenti: mille bambini muoiono ogni giorno a causa di malattie collegate all’acqua; milioni di persone consumano acqua inquinata. Bisogna fare presto, che è già tardi. “Si dovrebbe poter comprendere che le cose sono senza speranza, e tuttavia essere decisi a cambiarle” (Francis Scott Fitzgerald)

“E l'acqua si riempie di schiuma il cielo di fumi
la chimica lebbra distrugge la vita nei fiumi
uccelli che volano a stento malati di morte
il freddo interesse alla vita ha sbarrato le porte.
Un'isola intera ha trovato nel mare una tomba
il falso progresso ha voluto provare una bomba
poi pioggia che toglie la sete alla terra che è vita
invece le porta la morte perché è radioattiva…
Un giorno il denaro ha scoperto la guerra mondiale
ha dato il suo putrido segno all'istinto bestiale
ha ucciso, bruciato, distrutto in un triste rosario
e tutta la terra si è avvolta di un nero sudario
e presto la chiave nascosta di nuovi segreti
così copriranno di fango persino i pianeti
vorranno inquinare le stelle la guerra tra i soli
i crimini contro la vita li chiamano errori…
Eppure il vento soffia ancora
spruzza l'acqua alle navi sulla prora
e sussurra canzoni tra le foglie
bacia i fiori li bacia e non li coglie
Eppure sfiora le campagne
accarezza sui fianchi le montagne
e scompiglia le donne fra i capelli
corre a gara in volo con gli uccelli
Eppure il vento soffia ancora!  (Pierangelo Bertoli)

“Chiare, fresche et dolci acque” cantava il Petrarca (e quando il profe diceva “cantava” pensavo fosse un cantautore…ah beata ignoranza!). Nel Villaggio “Don Mario Pasini” inaugurato in Mali l’anno scorso, realizzato dal gruppo Mali-Gavardo con il contributo di Cuore Amico, i volontari (guidati ed animati dal mio inesauribile ed entusiasta cognato Gabriele Avanzi) hanno allestito l’ospedale, una scuola materna con orfanatrofio, una scuola elementare ed una scuola professionale ad indirizzo agrario, sale di formazione per le donne maliane, oltre alla casa delle suore (congregazione delle Figlie di Maria Immacolata: una è medico, un’altra è direttrice scolastica e una terza è puericultrice). I volontari (con il fattivo aiuto delle persone del posto) sono stati impegnati nella costruzione di due pozzi d’acqua, prelevata ad una profondità di 40 e 60 metri, ed è particolarmente pura. Oltre che per bere, sarà utilizzata anche per l’agricoltura (vista la scarsità, in molte zone per irrigare viene utilizzata acqua non pulita). È stata inoltre acquistata una macchina che permette di “impacchettare” l’acqua, che può essere conservata fresca in semplici sacchetti, per poi essere bevuta come una specie di ghiacciolo… Quando insegnavo Religione (anche se la religione non s’insegna, si vive), avevo fatto imparare questa preghiera sarda ai miei bambini: “Signore mio, Signore mio, io voglio la terra fiorita, e il sole per riscaldarla. La luna, l’acqua, il vento, il pane per tutte le creature. Dammi un albero di fede grande quanto il mondo ed un mare d'amore filiale, fraterno. Dammi pazienza di ascoltare i mali dei miei fratelli, ed una mano santa per guarirli, fino alle radici.”

Vanno, vengono, ogni tanto si fermano
e quando si fermano sono nere come il corvo
sembra che ti guardano con malocchio
Certe volte sono bianche e corrono
e prendono la forma dell'airone o della pecora o di qualche altra bestia
Ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri
Certe volte ti avvisano con rumore prima di arrivare
e la terra si trema  e gli animali si stanno zitti
certe volte ti avvisano con rumore

Vanno  vengono  ritornano  e magari si fermano tanti giorni
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più  il posto dove stai
Vanno vengono  per una vera  mille sono finte
e si mettono lì tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia. (De André, Le nuvole)

Nella foresta dell’Amazzonia ogni anno vengono abbattuti (per il nostro “benessere”) alberi per un territorio grande come l’Umbria.  Le foreste vergini hanno un ruolo fondamentale nell’assorbire anidride carbonica (riducendo l’effetto serra), proteggere la biodiversità e regolare il flusso dell’acqua negli ecosistemi.
È vero, la Nasa ha detto che sono stati scoperti sette nuovi pianeti simili alla Terra, dove potrebbe esserci la presenza dell’acqua e quindi potrebbero essere abitabili. Ma ci vogliono “solo” 40 anni luce per raggiungerli. E anche la luce (elettrica) la dobbiamo risparmiare. Ogni anno (il 24 febbraio) Radio2 invita tutti a partecipare alla giornata del risparmio energetico. Come? Spegnendo le luci, andando al lavoro in bicicletta, cucinando a basso impatto ambientale, diffondendo il messaggio.

L’iniziativa si chiama “M’illumino di Meno” ed ha questo decalogo:
1. Spegnere le luci quando non servono.
2. Spegnere e non lasciare in stand by gli apparecchi elettronici.
3. Sbrinare frequentemente il frigorifero; tenere la serpentina pulita e distanziata dal muro in modo che possa circolare l’aria.
4. Mettere il coperchio sulle pentole quando si bolle l’acqua ed evitare sempre che la fiamma sia più ampia del fondo della pentola.
5. Se si ha troppo caldo abbassare i termosifoni invece di aprire le finestre.
6. Ridurre gli spifferi degli infissi riempiendoli di materiale che non lascia passare aria.
7. Utilizzare le tende per creare intercapedini davanti ai vetri, gli infissi, le porte esterne.
8. Non lasciare tende chiuse davanti ai termosifoni.
9. Inserire apposite pellicole isolanti e riflettenti tra i muri esterni e i termosifoni.
10. Utilizzare l’automobile il meno possibile, condividerla con chi fa lo stesso tragitto. Utilizzare la bicicletta per gli spostamenti in città.
Qualcuno penserà: tanto va tutto male, non cambia niente. E forse ha ragione. Forse cambiare il mondo è un’illusione. Ebbene, chiamatemi illuso: spero ancora nei bambini, che forse riusciranno a salvare questo mondo che noi grandi stiamo distruggendo. Leggete questa semplice ma profonda poesia di una bellissima bambina di nome Gilda, fa la classe 3^ ma potrebbe insegnare tante cose ai potenti della Terra…S’intitola “Il mio albero”

Se fossi un albero
sarei l’albero dell’amore
perché così potrei dare
la pace nel mondo.
Se fossi un ramo
mi allungherei
per abbracciare tutti
i bambini del mondo.
Se fossi un albero
vorrei essere amato da tutti
e donerei i miei frutti
ai bambini poveri.

Quando penso alla natura, penso alla montagna, alle sue bellezze sconfinate. Silenziosa, calma, bella e…insuperabile. In estate si possono fare passeggiate nei boschi, rinfrescarsi al ruscello. E quando piove, basta un mazzo di carte, un panino, una birra e una bella compagnia.  Davvero la montagna è magica, incantata. Migliaia di persone stanche, stressate e fin troppo “civilizzate”, stanno cominciando a capire che andare in montagna è tornare a casa e che la natura incontaminata non è un lusso ma una necessità. Sulla montagna sentiamo la gioia di vivere, la commozione di sentirci buoni e il sollievo di dimenticare le miserie terrene. Tutto questo perché siamo più vicini al cielo. La via verso la cima è come il cammino verso se stessi, solitario. Nei grandi spazi della montagna, nei suoi alti silenzi, l’uomo non distratto può cogliere il senso della sua piccolezza e la dimensione infinita della sua anima. Come scrive Reinhold Messner “Camminare per me significa entrare nella natura. Ed è per questo che cammino lentamente, non corro quasi mai. La Natura per me non è un campo da ginnastica. Io vado per vedere, per sentire, con tutti i miei sensi. Così il mio spirito entra negli alberi, nel prato, nei fiori. Le alte montagne sono per me un sentimento.” E aggiunge: “A salvare la Alpi non saranno gli ecologisti, ma chi rifiuta il consumismo, chi si accontenta di mangiare pane e formaggio e di camminare con le proprie gambe.”

E Mauro Corona: “La montagna mi ha fatto capire che è da sciocchi mettere la vita in banca sperando di ritrovarla con gli interessi. Mi ha aiutato a non essere troppo tonto, anche se un po’ tonti si è tutti da giovani. Mi ha insegnato che dalla vetta non si va in nessun posto, si può solo scendere.” Il grande Walter Bonatti ha detto: “La montagna mi ha insegnato a non barare, a essere onesto con me stesso e con quello che facevo. Le montagne – come lo sport, il lavoro e l'arte – dovrebbero servire solo come mezzo per far crescere l'uomo che è in noi. Perché, direte voi, è così speciale la montagna?

La montagna ti spoglia di ogni frivolezza: non importa come sei vestito, pettinato o cosa fai nella vita. Quando porti il cappellino, indossi gli scarponi e vai, importa solo chi sei in quel momento e dove stai andando. Ti rendi conto che non hai bisogno di niente altro che dei tuoi polmoni, delle tue gambe e dei tuoi occhi per ammirare tutta la bellezza che ti circonda.
La montagna è una straordinaria maestra di vita. La montagna ti insegna ad apprezzare il silenzio e a ritrovare la tua dimensione: quando inizi a camminare lungo il sentiero, anche quando sei con gli amici o con la famiglia, a un certo punto ti trovi inevitabilmente immerso nel silenzio, perché prendi il tuo personale ritmo, che non è quello di chi ti circonda ma è il tuo, solo il tuo. Il respiro si stabilizza e i pensieri cominciano a scorrere liberi. Amo questo silenzio, così difficile da trovare nella vita di tutti i giorni, sempre piena di rumori di fondo. Qui tutto scorre lento e hai modo di riflettere su tante cose, con la serenità e la limpidezza che ti regala la tranquillità del paesaggio che ti circonda.

La montagna unisce, crea dei legami forti. Quando cammini di fianco a una persona riesci a cogliere i suoi aspetti più autentici, a vedere cosa c’è dietro la maschera apparente e non puoi non sentirti vicino, anche solo per un momento. Nelle molte ore trascorse assieme ci siamo raccontati, con le nostre vite, i nostri sogni, il nostro sguardo sul domani. Ci siamo aiutati quando ne avevamo bisogno con una mano stesa per attraversare un tratto difficile o caricandoci in spalla lo zaino di un altro più affaticato di noi. Ci siamo emozionati raggiungendo assieme la méta e trovandoci di fronte a paesaggi spettacolari. Abbiamo riso davanti a un bicchiere di birra e scherzato delle manie di ognuno. Abbiamo percorso un piccolo pezzo di strada assieme, un’avventura che ricorderemo perché in tutti noi ha lasciato qualcosa.”

La contrà de l’acqua ciara
no’ xe più de l’alegria,
quasi tuti xe ’ndà via,
solo i veci xe restà.
Le finestre senza fiori,
poco fumo dai camini:
senza zughi de bambini,
la montagna xe malà.
Su in contrà de l’acqua ciara,
solo i veci xe restà.
Torno torno la fontana,
dove i sassi sa le storie,
se ga perso le memorie
che racconta la contrà.
No’ se ride, no’ se canta,
no’se fa filò la sera,
no’ vien più la primavera:
la se ga desmentegà.
Su in contrà de l’acqua ciara,
solo i veci xe restà.

Tra le canzoni cantate in modo magistrale dagli amici del coro La Faita, “La contrà de l’acqua ciara” è una di quelle che preferisco. È una canzone struggente, mi regala un’amara malinconia. L’ha scritta il grande Bepi De Marzi, cantore dell’inesorabile fine del mondo contadino-montanaro, che ha dichiarato: “La mia è una infinita disperazione. Piango un mondo umiliato e offeso. Urlo anche per lo scempio delle città: “Come fosse morto il mondo, se la città d’autunno non ha più foglie gialle nei viali di cemento nero. Le foglie non sono mai nate, son rimaste nel cuore dei rami duri come pietra…”. Questo canto ha sorpreso i miei amici milanesi. Nella contrada che ho cantato, come in altre delle nostre montagne, ora vivono molti immigrati; e sono tornati i giochi dei bambini, magari in lingue diverse. Ecco un’altra felicità che consola i miei giorni inquieti.”

Una delle persone più belle che conosco, Antonio Abastanotti, ha scritto un bellissimo libro “La cassapanca della Adele” (e spero che venga stampato in più copie e diffuso, perché è una miniera di ricordi e di bellissimi racconti). Ad un certo punto scrive… “Durante l’anno 1946, un gruppo di ragazzi, di cui feci parte anch’io, si organizza in un’associazione con tanto di statuto, motto e gagliardetto; è il “Gruppo della Montagna Achille Ratti di Gavardo”, che raggruppa 16 Gavardesi imberbi, poi divenuti 22. L’assemblea nomina presidente Terzio Ferretti, vice presidente Gabriele Codurri, segretario Rino Simoni e cassiere Renato Paganelli.  Il motto, forse suggerito dall’assistente ecclesiastico don Renato Monolo, è “In montibus vita”, che campeggia in testa al bel fregio floreale, raffigurante una stella alpina in perfetto stile liberty. Lo statuto del gruppo Achille Ratti, (dal nome di Papa Pio XI°, amante della montagna) viene approvato solennemente dai soci il 17 settembre 1946: prevedeva la volontà di “incrementare nei giovani appartenenti l’amore alla montagna, inteso come scuola di elevazione delle energie del corpo e dello spirito”. Potevano far parte del gruppo i maggiori di 16 anni e tutti quelli che risultavano essere “fisicamente idonei a sopportare le fatiche della vita di montagna e che diano sufficiente affidamento di comportarsi da giovani seri e di condotta buona“…

Fu organizzata una festa per la benedizione del gagliardetto, fatta durante la messa domenicale, cantata in Gregoriano da tutti i fedeli presenti, come nelle grandi feste, con tanto di padrino, nella persona del colonnello Giuseppe Giacobinelli, zio del nostro presidente.  Per l’occasione potemmo sfoggiare i nuovi maglioni celesti, con chiusura dell’apertura al collo, di un cordoncino bianco e pompon dello stesso colore delle maglie, sarebbe poi stata la prima divisa del gruppo. La lana per i maglioni e le corde per la montagna, ci furono offerte dal comm. Giordana, allora direttore generale del Lanificio di Gavardo, tramite una nostra richiesta fatta con una postilla, del parroco don Luigi Ferretti. Dopo la Santa Messa, sfilammo fino all’albergo Braga, con il nostro gagliardetto in testa al gruppo, cantando l’inno che il M° Nestore Baronchelli aveva composto appositamente per noi, impegnandosi anche a farci scuola di canto, dove c’era stato preparato in offerta, un dessert. Eravamo abbagliati dall’euforia per la gioia di quell’avvenimento, la gente al nostro passaggio ci applaudiva. Il gagliardetto offerto dallo zio del nostro presidente, Colonnello Giacobinelli, padrino del gruppo, fu confezionato dalle suore Orsoline.

Le prime riunioni le facevamo in una saletta della casa dell’arciprete, che a quel tempo divideva con il curato don Renato Monolo. Più tardi il curato ci concesse una stanza all’oratorio. Ci demmo un gran da fare per arredarla come fosse un rifugio Alpino. La sera dopo la cena ci ritrovavamo tutti qui. Ricordo bene questo fatto perché una sera, durante una riunione del gruppo, sentimmo un grande boato, ed un susseguirsi di scoppi, uscimmo tutti subito all’aperto, un grande chiarore notammo nel cielo proveniente da sud ovest, sembrava la fine del mondo, ed eravamo esterrefatti per quello spettacolo, sapemmo più tardi che era scoppiata la polveriera della fascia d’oro, nel territorio di Castenedolo.
Purtroppo don Renato si ammalò ed aveva impensierito i suoi superiori e per offrire al giovane Sacerdote una località, dove l’aria buona non mancava, il Vescovo decise di inviarlo a Belprato, un paesino che oggi conta 121 abitanti e come parrocchia è unito a Lavino e Livemmo. A quel tempo il borgo, che si trova nell’alta Val Sabbia, era pressoché isolato. La strada da Nozza a Belprato era solo abbozzata e non essendoci mezzi di comunicazione, la via era la vecchia mulattiera che bisognava fare a piedi. (come si usava dire col cavallo di S. Francesco). Don Renato si accomiatò dai giovani Gavardesi che commossi lo accompagnarono fino alla sua nuova parrocchia; baci, abbracci, promesse di rivedersi e i ragazzi tornarono a Gavardo. A sostituirlo venne incaricato don Andrea Persavalli originario di Gavardo, anche lui un appassionato della montagna.
Col tempo comprammo anche una bellissima tenda per otto persone, da una ditta specializzata, ricordo che la provammo in monte Magno, durante una giornata che si tenevano le elezioni Politiche, del 1948, la maggior parte di noi ne eravamo esclusi per l’età. Il ritrovarci in una esperienza tutti insieme ci gratificava assai.

Iniziarono poi le uscite. La prima a Belprato, dove era parroco don Renato Monolo, il quale ci ospitò nella sua casa, durante le vacanze natalizie, a cui partecipai anch’io, avevamo con noi solo un paio di sci ed uno slittino, ma ci divertimmo molto a fare capriole sulla neve. Nel gruppo ci eravamo divisi i vari compiti: vennero nominate le guide, il topografo, il responsabile delle calzature, infermiere e cuciniere. Rino Simoni era aiutante cuoco ed aveva il compito di preparare acceso il fuoco, io ero addetto a procurare legna, il primo giorno il Rino, accese il fuoco, e rimase esterrefatto: la stanza si riempì subito di fumo, chiamò subito don Renato preoccupato, il quale si mise a ridere, non aveva tolto la tavola di legno che ostruiva il camino ad impedire che entrasse il freddo. Quando fu organizzata la gita al Monte Baldo, non potei parteciparvi. Purtroppo per motivi di lavoro non potevo sempre partecipare, poiché di sabato solitamente lavoravo.” Poi il grande Antonio racconta di una gita sull’Adamello…
“Durante l’estate del 1947, in preparazione della escursione all’Adamello, in 12 ci iscriviamo al CAI di Brescia, per l’occasione la cassa del gruppo anticipa la quota per il tesseramento, avendo noi le tasche vuote. A quel tempo pochi erano fra i giovani quelli che potevano disporre di qualche lira.

La gita all’Adamello è raccontata da Rino Simoni, su alcuni fogli, che gentilmente mi ha fatto avere. Ricordo che quando mi stavo preparando per questa gita, con tanto entusiasmo in cuore, avevo uno zaino militare, che il papà mi aveva procurato, nel quale dovevamo portare il necessario per mangiare una settimana ed i vestiti di ricambio.
La mamma mi aveva preparato un coniglio arrosto oltre a qualche scatoletta di carne, ed un pezzo di formaggio. Per giacca avevo una giacca militare di lana, tinta color marrone dalla mamma, e pantaloni alla zuava, usuali ed un maglione di scorta, oltre a quello indossato del gruppo. Avrei calzato gli zoccoli di legno come al solito per l’inverno ed in testa un copricapo invernale con pelo attrezzato di para orecchi. Io non disponevo di una piccozza, come alcuni miei amici, i quali dopo il lavoro, essendo tra loro alcuni meccanici, se le erano forgiate e temperate, con la collaborazione del Placido Amici, io potevo disporre di un “Alpestoch” militare, procuratomi dal papà, ma ero felice di averlo. Quando il giorno della partenza sollevai lo zaino per caricarlo in spalla, la mia sorpresa fu immensa; sotto c’erano un paio di scarponi nuovo fiammante, piansi dalla gioia, i miei genitori non potevano farmi regalo più grande.  Fu un’esperienza meravigliosa, mi rimase nel cuore tutta la vita.

Il sette settembre
dello stesso anno, ormai allenati ed entusiasti della montagna, con Renato Paganelli, decidiamo di andare sul monte “Corna Blacca”, troviamo altri due amici che verranno con noi, Giacomo Seminario e Achille Scaglia. Partiamo alla vigilia è un sabato pomeriggio, zaino in spalla, con la bicicletta ci portiamo a Forno Dono dove, lasciate le bici presso un’osteria, procediamo a piedi sulla mulattiera che porta a Levrange, qui prendiamo alloggio presso l’unica osteria della contrada. Per cena, una buona minestra con patate e fagioli. Poi andiamo dal parroco pratico della zona per chiedere consiglio sull’ora della partenza all’indomani. Ci consiglia di partire prima delle ore 5, senza partecipare alla S. Messa, ci da lui stesso la dispensa, recitiamo in compenso il s. Rosario con Lui. Non c’era a quel tempo la S. Messa della sera. All’osteria dormiremo tutti quattro in un letto matrimoniale. Quando si è giovani è sufficiente trovare da sdraiarsi che si dorme, anche se qualche amico russa. Al mattino, fatta la colazione, zaino in spalla, si parte verso il Pian del Bene e da qui, iniziamo a salire verso la cima della Corna Blacca. Avevamo con noi corde e piccozza come se stessimo per salire sulle Dolomiti. Arrivati, comunque, sulla cima la soddisfazione fu grande e lo spirito molto appagato. Sulla cima era già stata posta una stele col nome dei partigiani morti in questa zona, fra i quali anche un certo Bagozzi di Soprazocco, chiamato col nome di battaglia “Ragazzo”….Riprenderò le escursioni in montagna da pensionato, nel 1983, con il caro amico Renato Paganelli.”

“Notte scura, notte senza la sera, notte impotente, notte guerriera
per altre vie, con le mani le mie cerco le tue, cerco noi due.
Spunta la luna dal monte, spunta la luna dal monte.
Tra volti di pietra tra strade di fango cercando la luna, cercando
danzandoti nella mente, sfiorando tutta la gente
a volte sciogliendosi in pianto
un canto di sponde sicure ben presto dimenticato
voce dei poveri resti di un sogno mancato…
Un canto di sponde sicure di bimbi festanti in un prato
voce che sale più in alto di un sogno mancato…(ancora Pierangelo Bertoli)

L’incanto della montagna l’ho vissuto in Gaver, al campeggio organizzato per noi ragazzi dal leggendario don Erminio (che noi, gente di poca fede, chiamavamo “don Sterminio”). Montavamo le tende, che risultavano piuttosto sbilenche e le mucche ci guardavano con gli occhi pieni di compassione....Ma noi eravamo felici! Di giorno scendevamo alla vicina locanda, dove c’era un juke-box con le canzoni di Battisti e Lucio Dalla…Io ne cambiavo il testo “Lucio dove vai? Con le mutande a fiori?” e ridevamo come dei deficienti. Scusami, Lucio, scusami! Facevo interminabili partite a dama, e discussioni su Dio, sul destino, sull’eternità… ma sotto sotto erano le ragazze che invadevano i nostri pensieri. Attorno al fuoco cantavamo, io guardavo l’orsa minore e il grande carro e mi veniva da piangere...
"Il cielo è pieno di stelle che fan sognare le cose più belle
tu sogni e guardi lontano vedi un gran fiume che scorre pian piano
Sul fiume c'è una piroga e dentro questa c'è un negro che voga.
Il negro lascia il vogare guarda la luna e si mette a cantare.
"Ti prego o madre Luna dona al mio popol ricchezza e fortuna."
Intanto dietro la duna vedi calare pian piano la luna.

A quel tempo si diceva “negro”, vedi alla voce  Fausto Leali “Pittore ti voglio parlare, mentre dipingi un altare, io sono un povero negro e nel Signore io credo…”.
Di notte si dormiva poco, altre chiacchierate interminabili. Fuori c’era un silenzio incredibile, rotto solo dal compressore che dava la corrente all’accampamento…e dalle “trombe” di qualcuno che aveva mangiato pesante… Compiuto l’atto mefistofelico, poi continuava a russare con una faccia che era la sintesi della beatitudine. Se ti “scappava” eran dolori, dovevi uscire dal sacco a pelo ed affrontare il gelo notturno, qualcuno si arrangiava a svolgere le proprie necessità a pochi metri dalla tenda. Se poi la questione era “grossa”, le foglie diventavano dieci piani di spinosa morbidezza.

Qualche anno dopo il sottoscritto (tutto casa –chiesa e oratorio) sono andato con quelli dell’oratorio a Monte Zugna (vedi foto). Lo Zugna è una montagna carica di storia, che offre molteplici possibilità di visita a siti e manufatti risalenti alla Prima guerra mondiale. Ero strafelice, e non sapevo che andava ignaro verso il mio destino. C’era don Eugenio, la “sua” Olimpia, faceva da mangiare la Giuseppina (mamma della mia cara e dolce cognata Giovanna Maccarinelli). Ricordo che c’erano vari incontri sulla realtà giovanile e sul significato di essere cristiani, e si facevano spesso seduti sull’erba, nella natura incontaminata. Mi ricordo di Laffranco, che era uno degli animatori delle discussioni. La sera facevo un gran ridere con i miei compagni di camerata, e mi addormentavo felice. Un giorno sono arrivati carabinieri, vigili del fuoco e quant’altro: una donna (era ferragosto) si era persa nei boschi, e siamo andati alla ricerca anche noi…Si chiamava Antonia, e noi continuavamo a gridare “Antonia! Antonia!”. Poi abbiamo saputo che la poveretta aveva camminato tutta la notte in mezzo agli alberi giù per la montagna, ed era stata ritrovata dopo un’avventura davvero sconvolgente. Ma Monte Zugna è rimasta un’esperienza incredibile perché alcuni di noi, “giovinastri” buontemponi (non faccio nomi, ma tutti lo sanno) avevano organizzato l’incredibile scherzo della seduta spiritica. All’interno di un bunker (residuato bellico), avevano finto di collegarsi con i nostri antenati, chiedendo loro alcune date… Lo “spirito”, richiamato dall’oltretomba, faceva muovere un bicchiere su un foglio con i numeri, e “stranamente” conosceva la data di nascita di alcuni di noi… Quasi tutti ci siamo cascati, e alla fine qualcuno si è anche arrabbiato per lo scherzo…Anche a Monte Zugna c’erano le canzoni intorno al fuoco, e mi ricordo che le cantava con noi Renzo Giacopuzzi, che ora è in cielo tra le stelle.

“Al cader della giornata noi leviamo i cuori a Te.
Tu l'avevi a noi donata, bene spesa fu per Te.
Te nel bosco, nel ruscello, Te nel monte e Te nel mar.
Te nel cuore del fratello, Te nel mio cercai d'amar.
I tuoi cieli sembran prati e le stelle tanti fior:
son bivacchi dei beati, stretti in cerchio a Te, Signor.
Quante stelle, quante stelle, dimmi Tu, la mia qual è?
Non ambisco la più bella, basta sia vicina a Te.”

Non posso finire il racconto
senza dirvi che in quei giorni, tra cose serie e facete, la mia attuale moglie mi ha “visto” per la prima volta, e mi ha “puntato”. Io, ignaro di tutto (come la maggior parte degli uomini….) ridevo e cantavo, ero libero e felice, non sapendo che su quei sentieri di montagna incontravo il mio destino di uomo sposato.

“…E in tutto questo bell’andare
quello che ci consola
è che siamo stati vicini
e siamo stati anche bene
e siamo stati male
ma siamo ancora insieme” (Ivano Fossati, Naviganti)

Finisco con una bellissima battuta “vera” dell’amico Marco Franzini. Erano in un campeggio, stavano pulendo le pentole. Passano dei signori, chiedono: “Siete di corvée?” “No, siamo di Gavardo”.

Ci sentiamo la settimana prossima, a Dio piacendo.

maestro John Comini

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18/11/2017

«Che cosa ricordi del 25 aprile 1945?»

Questa la domanda posta dai biografi dell’Associazione “I Giorni” ai prevallesi che a quell’epoca erano bambini. Approfondiamo un po’ il tema della presentazione del libro «Quel giorno… che giorno», in programma domani a Prevalle

17/11/2017

«Quel giorno... che giorno»

È in programma per il pomeriggio di domenica, 19 novembre, la presentazione del libro contenente i ricordi dei prevallesi che erano bambini il 25 aprile del 1945 (1)

13/11/2017

Assegni e premi di studio

Per gli studenti di Prevalle c’è tempo fino a questo venerdì, 17 novembre, per presentare la domanda per l’assegnazione delle borse di studio conferite dall’Amministrazione comunale

08/11/2017

In biblioteca arriva il «tempo famiglia»

Quattro sabati mattina di laboratori dedicati ai bambini e alle loro famiglie, pensati per esplorare alcuni temi della crescita emotiva e affettiva dei propri figli attraverso il gioco e la creatività

04/11/2017

La cultura dello spiedo

Questa sera a Prevalle un’iniziativa dell’Ecomuseo del Botticino dedicato al principe dei piatti della cucina bresciana, con la presentazione del docufilm “Storge” e una cena con degustazione

02/11/2017

Vertenza L'Alco, distanze fra sindacati e azienda

Lavoratori di L’Alco convocati in assemblea lunedì prossimo per discutere le proposte dell’azienda che intende chiudere i poli logistici di Prevalle e Rovato

26/10/2017

I primi 35 anni del Gruppo Aido di Prevalle

Sarà festeggiato questa domenica l’anniversario del gruppo comunale di Prevalle dell’associazione che promuovesse la donazione di organi

26/10/2017

Impressionante carambola

Tre feriti, dei quali due in gravi condizioni, E' il bilancio dell'incidente che per quasi 4 ore ha bloccato a Prevalle la 45Bis. E si può dire che sia andata bene! VIDEO
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