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In solitaria a Maderno

In solitaria a Maderno

by PierAngiola



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12 Febbraio 2017, 09.54
Gavardo
Maestro John

Piccolo grande amore

di John Comini
Cari, bambini, martedì 14 febbraio è San Valentino, la festa degli innamorati. In questo giorno gli innamorati si scambiano regali e messaggi (una volta attraverso le lettere o i bigliettini, adesso su smartphone o tablet, sperando di non sbagliare gli indirizzi…)

È un’esplosione di cuoricini,
e chi non ha una persona a cui mandarli, festeggia San Faustino il 15 febbraio, la festa di chi cerca l’anima gemella. L’amore è una cosa meravigliosa. Noi tutti siamo splendidi frutti dell’amore della nostra mamma e del nostro papà, che a loro volta sono nati dall’amore dei nonni materni e paterni. La vita è una ruota continua, una giostra dell’amore, che non smetterà mai di girare finché una donna e un uomo si vogliono bene. Che cos’è l’amore? Perché nasce un amore? Mistero. Destino, fatalità, provvidenza (e anche si si sente uno scarabocchio, fa parte di un bellissimo disegno divino). È come chiedersi perché gli uccelli migrano, perché pellicani, aquile, fenicotteri, albatros, da millenni volano avendo come riferimento il sole e le stelle, sorvolando i ghiacci, il mare, le isole, i monti e i fiumi, portati da quel miracoloso istinto, da quell'innata misteriosa attitudine a capire il vento che li porterà. E poi, l'anno dopo rifaranno la strada, sempre e per sempre.

“Rara la vita in due, fatta di lievi gesti,
e affetti di giornata consistenti o no,
bisogna muoversi come ospiti pieni di premure
con delicata attenzione per non disturbare.
Stridono le auto come bisonti infuriati,
le strade sono praterie accanto a grattacieli assolati.
Tutto l’universo obbedisce all’amore…
ed è in certi sguardi che si nasconde l’infinito. (Battiato)

Cari bambini, vorrei ora parlarvi dei miei genitori, che sono stati per me l’esempio dell’amore vero. Mio papà si chiama Luigi, mia mamma Caterina. Adesso sono da qualche parte del cielo, e sono certo che da lassù mi stanno sorridendo.
Mio papà è nato a Salò il 13 febbraio 1913, mia mamma Caterina è nata a Salò il 1915. La famiglia di mio papà era composta dal nonno Angelo Comini, dalla nonna Margherita Raggi, avevano 6 figli: Luigi, Vittorio, Tranquillo, Francesco (che è andato in Paradiso molto presto), Giulia e Fausto. La famiglia era di modeste condizioni, come quasi tutti a quel tempo. Mio nonno Angelo era un bravissimo cementista (molti vasi nelle ville del lago di Garda sono stati realizzati da lui) ma purtroppo non era molto bravo a farsi pagare. Erano sempre in giro a far trasloco (11 volte): si sono trasferiti a Virle Treponti, poi a Brescia. Mio papà ed i fratelli maggiori andavano alla Scuola Elementare “Tito Speri”, ed è lì (destino) che ho superato il concorso magistrale e son diventato maestro (col massimo del punteggio, non so se mi spiego…ma era solo lato B). Poi son tornati a Salò, e siccome in casa “ghe n’era mai gì che chönta dù”, dovevano andare dal salumiere e farsi segnare la spesa sul “libretto”. Spesso mandavano Fausto, il più piccolino, ed il salumiere gli diceva “La prossima volta manda la mamma che devo parlarle.”
E allora il mio papà, che aveva 9 anni come voi, un giorno è uscito da scuola ed ha incontrato uno zio che l’ha portato a lavorare nell’ortaglia, e non era un lavoro semplice, e doveva dormire là lontano da casa, ed è stato strappato ai giochi dei bambini per aiutare la famiglia. Ma siccome i debiti aumentavano, mio papà da giovane è andato volontario in Africa, in Abissinia. E aveva conosciuto il signor Venuti di Palermo, con lo stesso problema, e insieme risparmiavano per poter mandare i soldi a casa. E poi quando è tornato a casa si è innamorato della mia mamma, che come tutte le mamme era bellissima. Lei da ragazza era stata scelta per andare a Roma a fare i giochi ginnici dinanzi al Duce. E mi commuovo al pensiero di mio papà che è andato da Giovanni, fratello di Caterina e valente meccanico, e gli ha detto: “Me piaseress la tò sorela” e lo zio Giovanni gli ha dato una manata sulla spalla: “Brào!”. Poi si sono sposati, e sono andati in viaggio di nozze a Venezia, ma vedevano già partire i treni pieni di soldati, e la guerra stava arrivando…Quand’ero bambino alla sera mi addormentavo col mio papà che mi raccontava la storia vera della sua guerra, di quando era stato in Africa, in Albania, di quando era stato in un campo di prigionia in Polonia. Là un soldato aveva chiesto chi sapesse il tedesco per poter fare da interprete agli altri detenuti, mio papà non ne sapeva molto, ma si è fatto coraggio ed ha alzato la mano, e poi si è fatto spedire un vocabolario tedesco-italiano da casa. I libri a volte salvano la vita. E mentre mi raccontava dei tedeschi che sparavano e dei russi che avanzavano, tra gli abissini e le cannonate, io mi addormentavo beato. E quando sono arrivati i russi ed hanno liberato il campo, mio papà si è fatto tutta la strada dalla Polonia all’Italia a piedi, ed un giorno aveva visto fuori da una canonica tedesca un bel paio di scarpe e le ha prese (scherzi al prete). Ma erano passati molti giorni, e non era ancora arrivato a casa. E allora tutti i giorni mia nonna Francesca lo aspettava alla fermata del tram e lo aspettava, lo aspettava…Un po’ alla volta tutti tornavano, ma mio papà no. E mia nonna e mia mamma aspettavano sempre, e nessuno aveva il coraggio di dir loro niente. Perché tanti non erano più tornati, perché la guerra è una cosa brutta e cattiva. E la guerra ormai era finita, ma mia nonna aspettava sempre alla fermata del tram. Finché un giorno è sceso dal tram uno così magro, ma così magro, ma l’ha riconosciuto subito che era il suo Luigi, e allora mia nonna ha attraversato la Fossa camminando verso casa, e non aveva parole, e il cuore le tremava dall’emozione, e non aveva parole, e mio papà dietro, e camminavano senza dirsi niente. E ancora adesso che sto scrivendo mi scoppia il cuore e non riesco a immaginare il volo di mia mamma verso il suo Luigi.

“Bellamore bellamore non mi lasciare
bellamore bellamore non mi dimenticare
rosa di primavera isola in mezzo al mare
lampada nella sera stella polare
Bellamore bellamore fatti guardare
nella luna e nel sole fatti guardare
briciola sulla neve lucciola nel bicchiere
bellamore bellamore fatti vedere
E vieniti a sedere vieniti a riposare
su questa poltroncina a forma di fiore
questa notte che viene non darà dolore
questa notte passerà senza farti del male
questa notte passerà o la faremo passare…
Bellamore bellamore non te ne andare
tu che conosci le lacrime e le sai consolare
bellamore bellamore non mi lasciare
tu che non credi ai miracoli ma li sai fare…

Ringrazio il Signore per avermi donato mio papà. Un papà che ha vissuto sempre per la famiglia. Un papà che era talmente buono che non mi ha mai dato la più piccola sberla. Che non mi ha mai sgridato, solo quando giocavo a palloncino all’oratorio e allora sul davanzale del Batista Poletti gridava: “Giovanni!”, ma era solo per dirmi di tornare a casa. Un papà che non mi faceva prediche, mai, ma come mia mamma mi ha trasmesso una fede piena d’amore. Un papà che ha allargato la famiglia al nonno Angelo, alla nonna Margherita ed alla zia Giulia, e la casa era sempre aperta a chiunque avesse bisogno di affetto. Eravamo in 10 in quella casa, ma era come vivere una commedia serena, con momenti allegri e tristi, ma sempre illuminati dalla preghiera e dalla tenerezza. Ringrazio il Signore per avermi dato un papà talmente buono che solo alla fine ho scoperto che non mi dava carezze, ma me le lasciava dare tutte da mia mamma. Un papà che, quando mamma Catina è andata in Paradiso, ha seguito la zia Giulia e le ha sempre fatto compagnia. E approfitto per ringraziare le signore polacche, Elena, Suava, Barbara, Giuseppina, Stefania e tutte le altre dai cognomi difficili e dal sorriso chiaro, che per anni sono state come sorelle e madri per il mio papà, e che come lui hanno lasciato la patria per aiutare la loro famiglia, la mia famiglia. A loro, a nome di mio papà, dico: Dziękuję bardzo! Grazie infinite!
Quando mia mamma è salita in Paradiso, in chiesa al suo funerale ho letto queste parole….

“Cara mamma, stamattina ho aperto il tuo testamento.
Mi hai lasciato la tua voce, che mi svegliava al mattino raccontandomi i fatti della vita e i morti di Salò.
Mi hai lasciato la scodella di caffelatte ed i tuoi occhi che mi guardavano sereni.
Mi hai lasciato il sapone che usavi per lavare le mie magliette tutte sudate quando tornavo dall’oratorio, e non mi sgridavi mai se per caso arrivavo tardi.
Mi hai lasciato le mille carezze che mi facevi.
Mi hai lasciato il fazzoletto che ti serviva per asciugarti le lacrime quando ti commuovevi o quando ridevi.
Mi hai lasciato il rosario, e le preghiere che erano il momento naturale della giornata.
Mi hai lasciato un quadretto con su scritto: “Omnia munda mundis”, tutto è puro per i puri.
Mi hai lasciato una lunga tavola alla quale sedevamo in dici, anzi in nove perché tu eri sempre in piedi a servire tutti.
Mi hai lasciato una scatolina con alcuni piccoli, semplici giocattoli, che abbiamo usato noi, e poi i nostri figli, e poi i nipotini, ed era una scatola magica.
Mi hai lasciato il tuo sguardo con cui accoglievi ogni persona, e mai hai parlato male di qualcuno, in ognuno trovavi sempre qualcosa di buono.
Mi hai lasciato una sveglia che non guardavi perché il tuo tempo batteva al ritmo del cuore.
Mi hai lasciato le tue canzoni che cantavi mentre pulivi i vetri delle finestre.
Mi hai lasciato una porta sempre aperta, ed io sapevo che se tornavo a casa tu c’eri, sempre.
Mi hai lasciato le parole per raccontarmi le storie della vita, gli aneddoti, le barzellette, le filastrocche, l’amore per il teatro.
Mi hai lasciato lo scarso senso degli affari, perché mi dicevi: “Se fossi io in negozio, regalerei le scarpe a tutti e chiuderemmo in due giorni.”
Mi hai lasciato l’amore per papà, a sua volta innamorato di te.
Mi hai lasciato la premurosa pazienza con il nonno Angelo e la nonna Margherita, con la zia e i nipotini.
Mi hai lasciato la fede, mi hai donato Dio.
Mi hai lasciato le trecce della mia sorellina Mariangela, che adesso puoi finalmente abbracciare, con zio Tranquillo, con Maria e suor Dina, in Paradiso.
Ciao mamma, buon viaggio.”

“Domani partirai, non ti posso accompagnare
sarai sola nel viaggio io non posso venire
il tempo sarà lungo e la tua strada incerta
il calore del mio amore sarà la tua coperta
Ho temuto questo giorno è arrivato così in fretta
e adesso devi andare la vita non aspetta
guado le mie mani ora che siamo sole
non ho altro da offrirti solo le mie parole…
Lo sai che l'onestà non è un concetto vecchio
non vergognarti mai quando ti guardi nello specchio
non invocare aiuto nelle notte di tempesta
e non ti sottomettere, tieni alta la testa…
Ama, la tua terra, ama, non la tradire
non frenare l'allegria, non tenerla tra le dita
ricorda che l'ironia ti salverà la vita
Ed io ti penserò in silenzio nelle notti d'estate,
nell'ora del tramonto quella muta delle fate
e parlerò al mio cuore perché, domani partirai
in silenzio ma in una notte di estate
io ti verrò a cercare, io ti verrò a parlare
e griderò al mio cuore
perché tu lo possa sentire” (Fiorella Mannoia “In Viaggio”)

Ecco, cari bambini, vi ho parlato dei miei genitori. Io sono stato fortunato a conoscere mia moglie Emi (mi vengono tante battute ma non posso scriverle…se no a mezzogiorno salto il pranzo!). Fa parte di una grande famiglia, gli Avanzi di Gavardo, e tutti mi vogliono davvero bene, come io ne voglio a loro. Mia moglie è quella bambina nella foto che porta il cesto alle nozze del fratello maggiore, Giovanni con Valeria.  Nell’altra foto vedete mia mamma che tiene in braccio mio fratello maggiore Franco. Un figlio è un miracolo che cambia la vita. Ogni figlio è frutto unico dell'amore, i figli vengono dall'amore e crescono nell'amore. In un mondo segnato spesso dall'egoismo, la famiglia è una scuola di solidarietà e di condivisione. E so benissimo che l’amore è una cosa bellissima ma molto difficile. L’ha detto anche Papa Francesco: "Gli sposi novelli io li chiamo i coraggiosi perché ci vuole coraggio per sposarsi e farlo per tutta la vita. Vi esorto a mantenere costanti, nel costruire la vostra famiglia, l'amore e la dedizione oltre ogni sacrificio. E a non finire mai la giornata senza fare la pace tra voi."
Cari bambini, so che l’amore può finire. Potrei dire che l’amore è tutto rose e fiori, che l’amore è bellezza infinita. Ma poi ci sono i piatti che volano, ci sono sempre piccoli ostacoli del cuore, ogni giorno è un giorno da vivere. E non bisogna mai dar nulla per scontato. Ci sono 2 date che non sono sul calendario: ieri e domani. Tutta la vita è un eterno presente, fatto di scelte, di sogni, di rinunce, di sguardi, di delusioni, di arrabbiature, di speranze. E sono certo che, se per caso i vostri genitori si sono allontanati, l’amore per voi rimane intatto e infinito. Loro saranno sempre il vostro papà e la vostra mamma, sempre e per sempre. Come dice Robin Williams nel film “Mrs. Doubtfire”: “Esistono tanti tipi diversi di famiglia. Certe famiglie hanno una mamma, certe altre hanno un papà, o due famiglie. Qualche bambino vive con gli zii, alcuni vivono con i nonni, altri bambini vivono con i genitori adottivi, altri ancora vivono in case separate, in quartieri separati, in diverse parti del paese e possono anche non vedersi per giorni, settimane, mesi, anche anni a volte. Ma se c'è l'amore quello è un legame autentico, e tu avrai una famiglia nel cuore, per sempre.” Vi auguro di avere dei genitori che si vogliono bene come nella bellissima canzone di Jovanotti, “A te”

“A te che sei l’unica al mondo l’unica ragione
per arrivare fino in fondo ad ogni mio respiro
quando ti guardo dopo un giorno pieno di parole
senza che tu mi dica niente tutto si fa chiaro
A te che mi hai trovato all’angolo coi pugni chiusi
con le mie spalle contro il muro pronto a difendermi
con gli occhi bassi stavo in fila con i disillusi
tu mi hai raccolto come un gatto e mi hai portato con te
A te io canto una canzone perché non ho altro
niente di meglio da offrirti di tutto quello che ho
prendi il mio tempo e la magia che con un solo salto
ci fa volare dentro all’aria come bollicine…
A te che sei, semplicemente sei sostanza dei giorni miei…
A te che mi hai insegnato i sogni e l’arte dell’avventura
a te che credi nel coraggio e anche nella paura
a te che sei la miglior cosa che mi sia successa
a te che cambi tutti i giorni e resti sempre la stessa…
A te che non ti piaci mai e sei una meraviglia
le forze della natura si concentrano in te
che sei una roccia, sei una pianta, sei un uragano
sei l’orizzonte che mi accoglie quando mi allontano
A te che sei l’unica amica che io posso avere
l’unico amore che vorrei se io non ti avessi con me
a te che hai reso la mia vita bella da morire,
che riesci a render la fatica un immenso piacere,
A te che sei il mio grande amore ed il mio amore grande
a te che hai preso la mia vita e ne hai fatto molto di più
a te che hai dato senso al tempo senza misurarlo
a te che sei il mio amore grande ed il mio grande amore
a te che sei, semplicemente sei, sostanza dei sogni miei…
e a te che sei, semplicemente sei, compagna dei giorni miei…”

E adesso concludo con una cosa per sorridere. “Da secoli le donne aspettano che il principe azzurro arrivi dal regno incantato dei sogni sul suo bianco destriero, per chiedere la lor mano. Ma esiste solo un principe azzurro. E dopo averlo atteso invano finiscono per sposare un comunissimo uomo. Poi vivono scontente e infelici rimpiangendo il sogno svanito e con la sensazione di essere state truffate. Ma quel che è peggio è che rendono la vita dei poveri mariti un inferno, perché i meschinelli non sono esattamente dei principi.” Capito, Emi?

“Dille, dille, dille alla mia sposina
che io l’amo, che l’amo tanto
di un amore sincero e santo
e le mie gioie, le mie gioie e i miei dolor
e le mie gioie, le mie gioie e i miei dolor…”

Ci sentiamo la settimana prossima, a Dio piacendo.
 
maestro John Comini






 

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