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Nuvole al tramonto

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12 Novembre 2017, 09.32
Gavardo
Blog - Maestro John

Lasciatemi cantare

di John Comini
Abbiamo sempre cantato. Quelli della mia generazione, intendo. In chiesa, all’oratorio, a scuola, in colonia, in campeggio, al mare o in montagna, in pullman o camminando. Sarà stato che la guerra era finita da poco, sarà stato che la gente ricominciava a credere nel futuro, che c’era in giro un’aria di speranza.

La mia mamma cantava sempre, faceva i mestieri e cantava “Chi gettò la luna nel rio, per darmi tanto dolore chi la gettò…è stato l’amore mio che la gettò”. Ho trovato la sua voce in una vecchia registrazione, e –sapete come sono fatto- mi sono commosso. Cantava la canzone di Claudio Villa “Mamma”

“Mamma, son tanto felice perché ritorno da te.
La mia canzone ti dice ch’è il più bel giorno per me.
Mamma son tanto felice. Viver lontano perché?
Mamma, solo per te la mia canzone vola,
mamma, sarai con me, tu non sarai più sola.
Quanto ti voglio bene!
Queste parole d'amore che ti sospira il mio cuore
forse non s’usano più, mamma,
ma la canzone mia più bella sei tu!
Sei tu la vita e per la vita non ti lascio mai più!”

Ma cantava anche la tragica vicenda della miniera (e purtroppo c’era davvero chi moriva nelle miniere, come a Marcinelle)

 “Cielo di stelle, cielo color del mare,
tu sei lo stesso ciel del mio casolare.
Portami in sogno verso la Patria mia,
portale un cuor che muore di nostalgia”.
Nella miniera è tutto un baglior di fiamme,
piangono bimbi, spose, sorelle e mamme.
Ma a un tratto il minator dal volto bruno
dice agli accorsi: “Se titubate ognuno,
io solo andrò laggiù, che non ho nessuno”.
E nella notte un grido solleva i cuori:
“Mamme son salvi, tornano i minatori!”
Manca soltanto quello dal volto bruno,
ma per salvare lui non c’è nessuno.

Questa canzone la canta in modo magistrale e con voce davvero commossa la signora Lena, mamma della mia amica Beatrice Meloni.
All’asilo andavo dalle suore Orsoline, dove eravamo divisi in piccoli, mezzani e grandi, i piccoli erano i “pisòni”. C’era suor Guglielmina, era piccola come noi. E poi c’erano la madre Rosa, madre Francesca, suo Imelda, suor Benedetta e madre Crocifissa. Quando pioveva cantavamo: “Oh Madonnina santa abbi di noi pietà, un po’ di sole per carità…” così per ore e ore, fino a quando il sole aveva pietà di noi…

Le Messe, i vespri e tutte le funzioni erano in latino, e il sacerdote era girato di spalle. La mescolanza di dialetto e latino era micidiale. Alcune donne al “Tantum ergo” cantavano “Canta il merlo nel frumento, e el fa cirulcirulììì”… altre cantavano “Oh bambino pieno di vino…ahi quanto mi costò l’averti amato.”

Durante le processioni, accompagnati dalla banda, cantava all’unisono tutto il popolo di Dio: le pie donne, le orfanelle, i chierichetti, i tarcisiani, i paggetti, i numerosi  preti, i notabili e la gente comune. “Mira il tuo popolo o bella Signora, che pien di giubilo oggi ti onora. Anch’io festevole corro ai tuoi piè o Santa Vergine prega per me.”

Ricordo il Poletti, papà del Giulio e dell’Aurelio, che aveva una voce stupenda. Ti faceva capire con la sua voce che davvero, come diceva Monsignor Ferretti, “cantare è pregare due volte”. In certe canzoni la gente faceva la “doppia voce”, ed era bello sentire…

“Salve, Regina fulgida, sul capo una corona
oggi devoto popolo, fidente in te ti dona,
mentre a te sale un palpito di mille e mille cuor
da queste valli placide, piani che il sole indora,
dalle capanne povere dove si piange e implora
sempre a te sale, o Vergine, il canto dell’amor.”

A scuola era tutto un fiorire di canzoni patriottiche. “E la bandiera dei tre colori è sempre stata la più bella, noi vogliamo sempre quella noi vogliam la libertà”
Cantavamo le canzoni della Grande Guerra: “Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il ventiquattro maggio”, “Monte Grappa tu sei la mia patria” “Monte Nero Monte Nero, traditor della vita mia, ho lasciato la casa mia per venirti a conquistà!” e “Ta-pum”, che ci ricordava il sacrificio di tanti giovani soldati…

“Venti giorni sull'Ortigara
senza cambio per dismontà…
Ta-pum, ta-pum, ta-pum…
Ta-pum, ta-pum, ta-pum…
Nella valle c'è un cimitero
cimitero di noi soldà…”

Cantavamo sempre anche in colonia a Livemmo. C’erano la zia Orsolina Avanzi e la Gina Tortelli e ci faceva da mangiare la “Ghita”, nonna di mia moglie (ah che voglia di riassaggiare quelle stupende polpette, altro che MasterChef!). Conoscevamo tutto il repertorio delle canzoni di montagna: da “Quel mazzolin di fiori” a “La montanara”

“Lassù sulle montagne tra boschi e valli d'or
fra l'aspre rupi echeggia un cantico d'amor.
"La montanara, ohé!" si sente cantare,
"cantiam la montanara, e chi non la sa?".

Si cantava “Caro el me Tone, sta sö alegher, te söt el me negher en verità/ Se me so negher cosa m’importa/sulla mia porta comande me/ Sulla mia porta, sul mio cancello/ è ancor più bello fare l’amor/ Lo chiederemo al sior curato/se l’è peccato fare l’amor/
Con quelle belle non è peccato/ con quelle brutte l’è carità…”

Questa del “negher” non l’ho mai capita, forse era una canzone anti razzista ante litteram. E poi quel finale a (scarso) piacere, che far l’amore con quelle brutte era carità, mentre altri cantavano “pecat mortal”. De gustibus…
E poi c’era “Dove te vett o Mariettina”, che un mio amico pensava riguardasse il ristorante “Mariettina”. Ero circondato da amici molto perspicaci e svegli, e ne sono orgoglioso.

Il mio amico Zanetti era bravo a cantare “La ballata di Lazy Boy”. C’era la tragica canzone della “Pastorella e il lupo”, ma io mi dilettavo, nelle piccole rappresentazioni serali nel refettorio, a cantare la commovente “Profumi e balocchi”.
“Tutta sfolgorante è la vetrina piena di balocchi e profumi
entra con la mamma la bambina tra lo sfolgorio di quei lumi
comanda signora “Cipria colonia e Coty”
“Mamma - mormora la bambina mentre pieni di pianto ha gli occhi-
per la tua piccolina non compri mai balocchi
mamma tu compri soltanto i profumi per te…”

Quando in un crescendo melodrammatico concludevo con la bambina agonizzante, con la mamma che corre a vuotar tutta la vetrina per la sua figliola malata, l’emozione della colonia era palpabile. E al finale “Piange la mamma pentita stringendola al cuor” l’Orsolina piangeva, la Gina piangeva, don Angelo piangeva, le cuoche piangevano, le signorine piangevano, i bambini piangevano e io in camerata mi addormentavo beato del mio successo. Finito il turno, si tornava a casa, e la sera prima si cantava: “Anché l’è la vigilia dumà l’è la partensa se fa la riverensa ai asegn che sta ché”. Sulla corriera del Nicolini, al ritorno, già a Belprato cantavamo “Siamo arrivati ai nostri paesi” come se fossimo degli emigranti reduci dall’America, e a me scendeva una lacrima sul viso, come a Bobby Solo....

In colonia al mare (sempre con le suore) cantavo, ovviamente, “Marina””. Ho scoperto dopo che la cantava Rocco Granata, un emigrante che viveva in Belgio, con il padre che lavorava nelle miniere di carbone. Rocco ed i suoi, come molti migranti era trattato piuttosto male dalla gente del posto. Era un bravo fisarmonicista, e un giorno ha inciso un 45 giri il cui lato B (no, non pensate all’altra cosa…) era “Marina”, che in poche settimane ha venduto milioni di copie nel mondo ed ha cambiato la vita di Rocco e della sua famiglia. Che bella storia, vero?

“Mi sono innamorato di Marina
una ragazza mora ma carina
ma lei non vuol saperne del mio amore
cosa farò per conquistarle il cuor.
Un giorno l’ho incontrata sola sola,
il cuore mi batteva mille all’ora
quando le dissi che la volevo amare
mi diede un bacio e l'amor sboccio'...
Marina, Marina, Marina
ti voglio al più presto sposar…
O mia bella mora no non mi lasciare
non mi devi rovinare oh, no, no, no, no, no... “

Ma anche su in Gaver, al campeggio con don Erminio, o a Monte Zugna, attorno al fuoco cantavamo…
“È l’ora dell’addio fratelli è l’ora di partir, il canto si fa triste che partir è un po’ morir Ma non addio diciamo allor che uniti resterem, ma non addio diciamo allor che ancor ci rivedrem”.

Naturalmente si sapevano le canzoni dello Zecchino d’oro, da  “44 gatti” a “Il valzer del moscerino”,  passando da “Il caffè della Peppina”. Ma anche le canzoni di Carosello ci entravano subito in testa, e le cantavamo anche quando andavamo alle superiori (sempre con i miei amici svegli): “Mamma mamma lo sai che c’è è arrivato il merendero…”  “Tutti quanti amici siam ed insieme noi cantiam questo allegro ritornello che fa umpa unmpa umpapà! …Di Gioele amici siam ed insieme a lui cantiam viva viva gli indiscussi di Perugia Bis-Colussi.”

Sapevo a memoria le canzoni del jukebox dell’oratorio. Quando ero triste, bastava che mi mettessi ad ascoltare le musiche cantautoriali, e subito le lacrime scendevano. C’era la hit parade dell’allegria: Dio è morto, Dormi sepolto in un campo di grano, Lunga e diritta correva la strada,Ad Auschwiz c’era la neve, Cielo grigio su foglie gialle giù...Tutti morimmo a stento, ingoiando l’ultima voce…
Poi su qualche mangiadischi ho sentito la canzone censurata “Je t’aime moi non plus”, e lì era facile cadere in tentazione nel riascoltarla...In certi campi scuola ho sentito canzoni hard, come “Bambina mia di zucchero, di zucchero sei tu…” di cui non oserei mai scrivervi il testo, neanche sotto tortura. Naturalmente io la so, ma solo per sentito dire (anzi, cantare). Qui lo dico e qui lo annego, come diceva ancora quel mio amico. Anche se molte canzoni avevano un risvolto “piccante”, come la canzone dello spazzacamino.

“Su e giù per le contrade
di qua e di là si sente
cantare allegramente
è lo spazzacamin!
S'affaccia alla finestra
una bella signorina
con voce graziosina
chiama lo spazzacamin…”

E qui mi fermo, per non incorrere nella censura. Ma anche “Il cacciatore del bosco” aveva risvolti a luce rossa. Ricordo certi monellacci dell’oratorio che da anarchici, senza Dio e senza legge, trasformavano la bellissima melodia partigiana “Fischia il vento” con le trasgressive e lascivie parole “Oh Natascia hai fatto tu la piscia, sì Dimitri ne ho fatto cento litri”

La sera, a casa dei miei, nel “grattacielo”, sentivo i canti provenire dal Bar Acli, dove quasi tutti i sabati c’erano gli sposalizi.
La radio diffondeva le canzoni del festival di Sanremo, il juke-box del bar Acli sparava a tutto volume Caterina Caselli “Casco d’oro”, Lucio Battisti, Rita Pavone, Orietta Berti, Gianni Morandi, Patty Pravo e l’Equipe 84. Molte canzoni erano tradotte dall’inglese, come “Senza luce” dei Dik Dik era tratta da una struggente melodia dei Procol Harum. E il nostro Fausto Leali è diventato famoso con “A chi” tratta da “Hurt” di Roy Hamilton (ma il grande Fausto la canta con una maggiore intensità…).

La gente girava in bicicletta cantando il successo di Celentano “Azzurro”, che si può considerare il vero inno italiano (e che è stata scritta dal mitico Paolo Conte).
Quando ero al mare in Sarfdegna, con i miei cognati Angelo e Margherita, insieme ai bambini Barbara e Andrea cantavamo a squarciagola la canzone “Oleanna”

“Shenengo il caballero quando ad Oleanna fu
mise in piedi un grattacielo con le fondamenta in su…
Le mucche campagnole quando migrano in città
vi frequentano le scuole  dove imparano a ballar
Se vino tu vuoi bere che ti faccia inebriar
dalle pompe dei pompieri tu non hai che da succhiar…”

Che nostalgia, ragazzi! Mi piaceva molto Sergio Endrigo…
“C'è gente che ama mille cose
e si perde per le strade del mondo
io che amo solo te  io mi fermerò
e ti regalerò quel che resta della mia gioventù”
Poi sono venuti i “miei” cantautori, De André, De Gregori, Guccini, Jannacci… Il mitico Angiolino Goffi era bravo a suonare la chitarra ed a cantare “Il testamento di Tito”.

Ricordo quando è morto Luigi Tenco. Mamma mia com’ero triste, come le sue canzoni che adoravo.
“E lontano lontano nel tempo
qualche cosa negli occhi di un altro
ti farà ripensare ai miei occhi
i miei occhi che t'amavano tanto…
E lontano lontano nel mondo
una sera sarai con un altro
e ad un tratto chissà come e perché
ti troverai a parlargli di me
di un amore ormai troppo lontano.”

Mi piace ricordare il buon Franco Turotti, che cantava con passione la canzone di Al Bano
“Il 18 di novembre di un anno che non so,
anche un passero dal ramo per paura se ne andò.
Venne buio all’improvviso, e la vita sua finì
il ragazzo che sorride lo chiamavano così..
Ragazzo che sorridi non avverrà mai più
che resti senza sole la nostra gioventù
il mondo di domani confini non avrà
ed una mano bianca la nera stringerà…”.

Che bello cantare! Tante canzoni le ho fatte imparare a scuola ai  miei bambini,
Finisco dedicando una canzone a mia moglie:
 “Meglio sarebbe se non ti avessi amato, sapevo il credo ed ora l’ho scordato, scordato il credo scordai l’Ave Maria, come potrò salvar l’anima mia!”. Ma siccome so che dopo non mi fa le lasagne, le dedico questa di Daniele Groff, si intitola “Sei un miracolo”

“Son venuto qui per dirti tutto per dirti aiutami
ho capito che questo sono io
nei miei pensieri nei miei lati scomodi
quindi prendimi
ma adesso è presto se tu te ne vai
Sei un miracolo
mi dai il coraggio per stare dove sto
sul ciglio di un equilibrio che non ho
questo sono io, ma con te ce la farò.”

Ci sentiamo la settimana prossima, a Dio piacendo

maestro John Comini

Nelle foto:
. Si canta alla “Caminada del Cés” con don Cesare Polvara alla chitarra e amici della Faita
. Orsolina Avanzi e Gina Tortelli
. L’amica Claudia Pozzani (moglie di Mario Taraborelli) mentre canta da bambina
. Mio cognato Giovanni Avanzi (bravo cantante) che canta con alcuni amici in montagna
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