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29 Marzo 2020, 10.30
Gavardo
Blog - Maestro John

Destinazione Paradiso

di John Comini
Quand’ero bambino in casa si respirava il profumo della fede. Sapevo chiaramente che i defunti non erano scomparsi nel nulla, ma vivevano per sempre nell’amore di Dio, in Paradiso.

Accompagnavo mia zia Giulia nelle case a far visita ai defunti. Le sue frasi classiche erano: “Condoglianse…Sóm ché de pasagio… somea che la dorme …l’è bèla distesa. Quacc agn? 98: che zùina!”

E ai funerali c’erano le Consorelle del Santissimo Sacramento con lo stendardo, i chierichetti con la croce, il sacerdote che recitava il rosario, dietro la bara i familiari e via via tutta la gente, fino alle ultime file, dove spesso c’era chi camminava accanto alla bicicletta.

In questi giorni continuano a suonare le campane da morto e ad arrivare notizie di persone che ci lasciano: Giovanni Savoldi (papà di Elena e del mio amico Alessio), il professor Silvio Lombardi (nonno del mio amico Luca), il signor Angelo Botturi (Angiolino, zio della mia collega di scuola Marì), la signora Tiziana Battisti (moglie del dottor Marzollo, mamma di Claudio, Paolo e Mauro), Pierino Tonni (condoglianze a Rosaria e ai figli Michele e Silvia), la signora Pierina Terraroli vedova Moreni (mamma di Germana, Monica e Gianmario) e ora la mamma del simpatico Direttore Ubaldo Vallini, la signora Marianna Ligato…

E non pare vero che i familiari di chi ci ha lasciato non possano (per sacrosante ragioni) accogliere le persone per una visita di conforto, di preghiera, di solidarietà.

Niente veglie funebri, nessuna benedizione del caro estinto. E anche i funerali si svolgono in forma strettamente privata, senza la celebrazione della Messa. Una mia amica mi ha scritto: “Penso ad Alessio e al fatto che vive in grande solitudine il dolore della perdita di suo papà. Che situazione complicata per tutti. Certo c’è il telefono e la possibilità di mandare un messaggio lenisce la solitudine. Ma il valore di un abbraccio vale mille parole.”

Com’è vero. Ma voglio dire una cosa, e la voglia dire con forza a chi ha pianto i propri cari: sappiate che in quel momento non siete mai stati soli. Mai! I vostri cari hanno lasciato nella comunità, chiusa in casa, la memoria dei bei momenti della loro vita, il loro sorriso, lo sguardo gentile, le parole dette col cuore. Mentre stavate loro dicendo addio, la comunità si è stretta idealmente con voi.

Adesso che il tempo è incerto, proprio adesso che ogni sospiro è un soffio di vita rubato alla morte, non possiamo dimenticare che si vive solo il tempo in cui si ama. Un sorriso non dura che un istante, ma nel ricordo può essere eterno.

In questi giorni bui ci sentiamo soli, ma è proprio adesso che serve la speranza. Manteniamolo viva, dobbiamo essere più forti delle nostre sofferenze, delle nostre paure. Quando se n’è andato suo nonno, il mio grande amico Luca mi ha scritto: “Due o tre giorni fa aveva detto a mio zio, stupito, che era contento di vederlo, ma che lui stava salendo una scala luminosa e non pensava d’essere ancora lì...”

Vorrei citare il Manzoni: “Dio che non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande.” Io che sono l’ultimo dei cristiani (facciamo il penultimo) credo nel valore misterioso della preghiera. Quando il cuore è immerso nell’amarezza, nello sconforto, nella solitudine, solo la preghiera è in grado di acquietare l’anima. Che commozione, vedere Papa Francesco che sale da solo, sotto la pioggia, fin sul sagrato della Basilica di San Pietro nell’immenso vuoto della piazza, per la benedizione Urbi et Orbi con il Santissimo fra le mani.

Qualcuno ha scritto che c’è solo una storia, la più antica, la luce contro l’oscurità. A volte sembra che l’oscurità stia vincendo, ma grazie alle persone buone la luce non smette mai di brillare.

In questi giorni davvero non pensavo ci fosse così tanta gente buona e generosa. Medici, infermieri, farmacisti, soccorritori dell’ambulanza, Protezione Civile, Vigili del Fuoco, chi lavora in Comune, Forze dell’ordine, quelli della raccolta differenziata, commesse, chi ci fa il pane e ci procura la verdura e la frutta. E poi papà, mamme e nonni che si impegnano a inventare giorni sereni per i bambini. E insegnanti che lavorano per lezioni via internet (e non è così semplice, credetemi!). E i poveri sacerdoti, che trovano la forza di portare i Sacramenti e la Parola del Vangelo.

E poi il meraviglioso personale e i volontari delle Case di Riposo, che –pur nella tristezza di vedere così tanti anziani lasciare questo mondo- si fanno coraggio e continuano a donare un servizio all’altezza. Certamente andranno a dormire stravolti ma certi di avere fatto fino in fondo il proprio dovere, con dedizione e sempre in tasca sorrisi da dispensare a tutti.

Riporto una lettera scritta al Giornale di Brescia dal dottor Giovanni Damiata (un medico di famiglia, profondo e cordiale, che ho avuto la fortuna di incontrare grazie all’Avis Gavardo). “Sulla mia biciletta da viaggio ho scritto da sempre “Memento mori”: una frase storica, non certo inventata da me, un inno alla vita per alcuni aspetti, una costante presa di coscienza della sua finitezza per altri. Un velo anche comico pensando a Troisi e Benigni. Una sera, a cena con un amico collega medico, si parlava di vita, di morte, si faceva un po’ di filosofia insomma; non eravamo certo depressi di fronte a una pizza e una buona birra! Ci si chiedeva cosa avremmo scelto se ci fosse stata la possibilità di scelta tra una morte improvvisa nel sonno e una morte più lenta, più consapevole. Metaforicamente: giungere al traguardo della lunga corsa potendo ripensare alle salite, alle discese, alle fatiche, ai gioiosi ristori ma guardandolo arrivare in faccia con il calore del pubblico e dei propri cari, o correre finché tutto si spegne nel nulla improvvisamente, senza coscienza e senza sofferenza? Due diversi modi di pensare la morte e la vita: penso che solo riflettendo sulla morte si possa apprezzare appieno la nostra esistenza. Nessuno dei due ha però menzionato davanti a quella birra la terza possibilità, nessuno poteva forse nemmeno immaginarla: quella che si verifica in questi giorni. Cioè, l’avvicinarsi al traguardo in un letto di ospedale, lentamente, coscientemente, ma senza conforto dei familiari e dei propri cari. Solo quello di persone buone che fanno il loro lavoro oltre il dovuto, ma pur sempre estranei. Così al mattino, arrivo in ambulatorio e chiamo quel paziente che ho visto a casa tempo fa, che mi rincuora dicendomi che sta sconfiggendo questo maledetto virus e presto andrà a casa perché sta meglio, poi chiamo quello che ho sentito cinque giorni orsono al telefono, che conosco da anni, lui e tutta la sua famiglia, con cui ho parlato di trekking e vacanze negli anni scorsi, ma non risponde più. Solo poi, il figlio mi comunica che non ce l’ha fatta. Lui stesso non lo ha più visto da quando l’ambulanza è partita da casa, non lo ha più nemmeno sentito al telefono da tre giorni fa. Questa terza possibilità non l’avevamo immaginata. Forse triste, troppo triste anche per noi “medici di famiglia” che riflettiamo spesso sulla morte e sulla vita anche davanti a una pizza e birra.”

Dedico a chi ha perso una persona amata questa bellissima poesia di Patricia Vena…
“Non ce ne siamo andati per sempre, nessuno se ne va per sempre.
Siamo rimasti un po’ nel sole di mezzogiorno, nella corrente del fiume,
nelle strade ardenti dell’estate, nelle notti tristi dell’autunno.
Siamo rimasti un po’ nell’aria e un po’ nella terra,
nel soffio del vento e nel caldo della siesta.
Non ce ne siamo andati del tutto.
Un po’ siamo rimasti in ognuno di coloro che abbiamo lasciato.
Un po’ siamo rimasti nella voglia di tornare che a volte ci passa addosso
ci travolge inondandoci di ieri
per poi andarsene lasciandoci esausti, senza energie, a forza di ricordare…
Non ce ne siamo andati del tutto, nessuno se ne va del tutto.
Lo so perché a volte torno in un profumo, in un suono, in un colore, o in un sogno
che poi dimentico…”

Il mio amico Ezio Gamberini in uno struggente ricordo della mamma aveva scritto “Tutte le mamme vanno in Paradiso.” Oltre le nuvole, oltre la notte, anche nella disperazione più cupa, c’è Qualcuno che non ci abbandona. Mai. Perché il cielo non finisce, mai.

Ci sentiamo la settimana prossima, a Dio piacendo
maestro John

Nelle foto:
1) Il mio biondo amico Alex col papà
2) La signora Pierina Terraroli accanto al marito, al matrimonio di Germana con Massimo.
3) Il professor Silvio Lombardi
4) La bella signora Tiziana circondata dall’affetto delle nipoti.

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