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In solitaria a Maderno

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by PierAngiola



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21 Gennaio 2018, 08.43
Gavardo
Blog - Maestro John

Che anno è, che giorno è?

di John Comini
Ogni inizio d’anno prendo il calendario nuovo e scrivo. Scrivo le date dei compleanni e gli onomastici delle persone care, segno l’anniversario di matrimonio (o di martirio), gli spettacoli, le scadenze per assicurazioni, cambi gomme, eccetera.

Ai miei cari che sono in Paradiso metto una nuvoletta nel giorno del loro compleanno in cielo. Quest’anno non devo segnare le date della scuola. E mi pare una cosa strana. Non devo segnare gli scrutini di gennaio e giugno, i giorni delle schede, le riunioni di interclasse, i collegi dei docenti…e neppure le tanto sospirate vacanze!

Il mio coscritto Carlo Zanetti mi ha portato una bellissima foto di gruppo. Sono i mitici maestri delle Scuole Elementari di Gavardo, schierati nel cortile. Ci sono, tra gli altri, il maestro Simoni, il maestro Cantoni, la maestra Cirimbelli, il maestro Mario Baronchelli, papà del mio indimenticabile amico e maestro Silvano, dalla voce “amplificata” e dal grande sorriso. Chissà quante persone li riconosceranno, e ricorderanno il tempo della propria infanzia… Ricorderanno la preghiera in classe, i giochi nel cortile con la blusina nera con tanto di numero della classe scritto in caratteri “romani”. E poi le classi formate solo da maschi o da femmine.

Ricorderanno i banchi di legno giganteschi, il pennino con l’inchiostro, le cartelle. Ricorderanno il maestro che ti chiamava alla cattedra (sopra una pedana di legno, come un trono) e ti dava una bacchettata sulle gambe pre-jeans, cioè nude. Ricorderanno il capoclasse che gridava “Classe, attenti!”. Quanti ricordi…

Nel gruppo si riconosce il maestro Grumi (che ho avuto la fortuna di avere come insegnante per 3 anni). Il mio amico Mauro Abastanotti mi ha procurato un articolo del bollettino “Il Ponte”, datato febbraio 1971, dove il maestro Alberto ha scritto: “Vorrei dire quattro cosette semplici semplici alle molte mamme che vengono da noi maestri a lamentarsi dei loro ragazzi, dipingendoli come diavoli scatenati o come impenitenti sfaticati e dei quali, a loro dire, ‘non sanno più che farsene’. C’è certamente in questa loro preoccupazione qualche cosa di vero, ma non trovo che ce se ne debba tanto allarmare.

Per esperienza personale, sia pure concesso che il ragazzo d’oggi non è quello di venti-trenta anni fa, non trovo che il cambiamento sia poi tanto grande. Il nostro alunno è ancora sensibile alla magia della voce del suo maestro, sa ancora commuoversi e interessarsi anche alle cose semplici pur conoscendo vita e miracoli dell’Apollo XIV (sic); sa ancora obbedire e, oggi come vent’anni fa, quel che dice il maestro è per lui legge. Continuo a insegnare a far di conto, a leggere e a scrivere curando che l’acquisto di queste capacità strumentali assuma una dimensione spirituale che avvii e solleciti l’attività conoscitiva e il senso critico. Tutto qui. Oggi come ieri. E con risultati, ora deludenti, ma più spesso rassicuranti, come sempre…

Cerchiamo di tenerci vicino il più possibile i nostri figli e, prima di affidarli ad una comunità più grande e diversa, impegniamoli ad amare compiutamente quella comunità piccola che è la famiglia. Più tardi potremo con tranquillità lasciarli liberi di percorrere la loro strada…”
Una volta il maestro ci aveva detto che avremmo visto un filmato riguardante i leopardi, noi eravamo tutti eccitati (non c’era la televisione), ma rimanemmo delusi: era su Giacomo Leopardi…
Il grande poeta aveva scritto questo splendido “Dialogo di un venditore d’almanacchi e un passante”…

Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
Passante. Almanacchi per l'anno nuovo?
Venditore. Sì signore.
Passante. Credete che sarà felice quest'anno nuovo?
Venditore. Oh sì, certo.
Passante. Come quest'anno passato?
Venditore. Di più.
Passante. Come quello di là?
Venditore. Più ancora.
Passante. Ma come qual altro? Non vi piacerebbe che l'anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
Venditore. No, non mi piacerebbe.
Passante. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
Venditore. Saranno vent'anni.
Passante. A quale di cotesti vent'anni vorreste che somigliasse l'anno venturo?
Venditore. Io? non saprei.
Passante. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
Venditore. No in verità.
Passante. Eppure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Venditore. Questo si sa.
Passante. Non tornereste voi a vivere cotesti vent'anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
Venditore. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
Passante. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
Venditore. No, non vorrei.
Passante. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch'ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l'appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?
Venditore. Lo credo.
Passante. Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?
Venditore. Signor no davvero, non tornerei.
Passante. Oh che vita vorreste voi dunque?
Venditore. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz'altri patti.
Passante. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell'anno nuovo?
Venditore. Appunto.
Passante. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest'anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d'opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll'anno nuovo, il caso comincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Venditore. Speriamo.
Passante. Dunque mostratemi l'almanacco più bello che avete.
Venditore. Ecco, illustrissimo. Questo è il più bello. 
Passante. Ecco…
Venditore. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi!”

Ogni anno spero che il mondo diventi migliore. Ma ormai sono vecchio, e noto che i ladri restano ladri, i cattivi restano cattivi, i mafiosi restano tali, chi inquina lo fa senza problemi…E, come scrisse Einstein, “due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma riguardo l’universo ho ancora dei dubbi.” Ma ogni anno ricordo a me stesso che ci sono persone che non hanno smesso di credere nell’amore. Ci sono persone in cui ogni battito del cuore è un universo di possibilità, la possibilità di cambiare il proprio destino. Ci sono momenti in cui è giusto dare il nostro piccolo contributo alle maree del bene che inondano la terra. Ci sono momenti in cui ci chiediamo cosa fare in questo pazzo pazzo pazzo mondo. E allora penso alle migliaia di persone che in silenzio fanno il proprio dovere ogni giorno, ogni anno. Penso ai molti volontari che si impegnano a rendere la vita degli altri più bella, o, se volete, meno brutta. Avete visto il sorriso dei missionari o delle persone che spendono la propria vita per gli ultimi? È un sorriso azzurro come il cielo.

Mio figlio Andrea mi ha mandato una bellissima poesia in dialetto. È di Claudio Ascolti, si intitola “Treno” ed è recitata da Roberto Capo. Cercatela su youtube, è bellissima. Spero di averla trascritta giusta…

“Ghò pié póra dele sciafe söle orece, del vent che sifola
dele parole vilinuse dela zent.
Ghò pié póra del’aria che pia söla pel, söle mà
come sento pontalì che encioda el temp che völ scapà
Ghò póra che l’amur el pase endaren
che la lùna la rides dei mé spasem
e che l’ua la pases sensa aì tastat gnà un grà
Ghò póra degli orare de chèl treno che pasa en dela not
che fischia el só segnal e che el fa una cùrva larga
prima che del pont che scaalca el Cés.
Vede ai finistrì töcc chei che ghó ulìt bé
e che ghó mai parlatt asé”.

Che quello di quest’anno sia un calendario pieno di bei giorni, di serenità, di salute e di bontà. E di onestà. Per tutti. Non pretendo la felicità. Quella ce la regalano i bambini. E tutti noi siamo stati bambini, con la nostra bella blusina, le ginocchia sbucciate e il cuore pieno di sogni…

Ci sentiamo la settimana prossima, a Dio piacendo

maestro John Comini







 

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Commenti:

ID74879 - 22/01/2018 05:34:12 (bernardofreddi)
A me non serve un calendario per ricordarmi le date speciali. Mi basta una moglie.



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