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15 Aprile 2019, 06.46

Racconti del lunedì

Debbo firmare?

di Ezio Gamberini
Da vent’anni Remo Pascutti era il capo del personale di un’azienda con un centinaio di dipendenti, e dopo ciò che accadde in quel venerdì di Pasqua, tutto cambiò per lui…

L’aria era frizzantina, dopo le burrasche che qualche giorno innanzi avevano ripulito l’atmosfera, ma ora il sole cominciava a far sentire i suoi effetti benefici, sia sulla superficie terrestre, sia nell’animo, perciò quel giorno, un Venerdì Santo azzurrissimo e terso, sarebbe stato perfetto per consegnare ai dipendenti, personalmente, uno ad uno, il resoconto delle loro fatiche: il CUD, in altre parole la certificazione dei redditi percepiti l’anno precedente, documento necessario per compilare le dichiarazioni nel caso in cui si volessero detrarre delle spese o si possedessero altre rendite o beni.

Il gran pacco di attestati, che aveva occupato buona parte della sua scrivania, gli era stato consegnato il giorno prima e il dirigente, come ogni anno, l’avrebbe consegnato a ciascun dipendente dell’azienda non tramite una convocazione nel suo ufficio, ma recandosi personalmente nei luoghi dove ognuno svolgeva il proprio incarico.
Era un ottimo sistema per “annusare” l’aria che tirava in azienda, sentire gli umori e, se possibile, comprendere in maggior misura le persone con le quali giornalmente condivideva l’attività lavorativa, e che pensava di conoscere a fondo.

Ma il seguito prova che aveva torto.

Cominciò la distribuzione alle otto, dai magazzini, poco prima che gli autisti partissero con i loro camion carichi di merci.
Ormai la cerimonia si ripeteva da anni, perciò tutti i dipendenti si avvicinavano al capo del personale, scambiavano due parole, firmavano la ricevuta del CUD e tornavano al loro posto.

L’ultimo autista, che non aveva ancora ricevuto il suo documento e stava partendo, si avvide del dirigente quando era già nel piazzale, così bloccò l’autocarro, scese al volo e dopo aver ricevuto il plico gli chiese:

“Debbo firmare?”.

Per Remo Pascutti quel “debbo firmare” pronunciato da Alberto, l’autista più fidato in azienda, fu come una schioppettata, e ci restò quasi secco:

“Debbo firmare… debbo firmare? Ma Alberto, che bella forma arcaica, che finezza… caspita, ma tu sei unico!”, pensò tra sé, piacevolmente stupito.

Mai si sarebbe aspettato una così elegante espressione, e poi “debbo” gli richiamava “babbo”, che ispira simpatia.
Coloro che chiamano il proprio papà “babbo” gli erano sempre parse delle persone gradevoli, gli infondevano fiducia e un senso di rispetto, oltre che d’innata intelligenza.

Ma non era finita, e l’apoteosi fu raggiunta quando Alberto rincarò la dose, dopo aver osservato lo stupore sul viso del suo “capo”:
“Guardi che quando ho fatto la maturità…”, “oh Gesù...la maturità, ha fatto la maturità!”, gemette dentro di sé il dirigente, “… quando ho fatto la maturità – proseguì l’autista – c’erano ancora i sessantesimi, e io sono stato licenziato con cinquantasei sessantesimi!”.

Remo Pascutti restò impietrito, gli balbettò confusamente qualche apprezzamento, perché non voleva manifestare apertamente la tempesta interiore che lo aveva investito, e poi era convinto che, in ogni caso, tra il capo del personale e i dipendenti fosse necessario mantenere un certo “distacco”:

“Ah, complimenti Alberto, non lo sapevo…”, e proseguì nel suo giro, dirigendosi verso il reparto nel quale le merci erano immagazzinate, pronte per essere spedite.

Prima di accedervi, si fermò dietro un muretto per risistemare il suo pacco di documenti, perciò il capo magazziniere non poteva notarlo e sicuramente ignorava la sua presenza, mentre impartiva alcuni ordini ai suoi sottoposti:

“… e per motivi logistici bisogna provvedere ad una diversa e più proficua dislocazione di questo particolare tipo di merci, che soddisfi integralmente le nostre esigenze… ”.

Il capo del personale scosse il capo, incredulo:

Ma qui mi sembra di essere all’Accademia della Crusca, quest’azienda è un pozzo di cultura, e non me ne sono mai accorto!”.

Quanto avvenuto in quella mattina del Venerdì Santo, nell’arco di pochi minuti, aveva dell’incredibile, soprattutto riflettendo sulla natura della piccola città industriosa in cui risiedevano, popolata da trentamila abitanti: la minuscola bibliotechina comunale, sessanta metri quadrati in tutto, aveva in dotazione e poteva offrire in prestito ai cittadini la miseria di duemila volumi, uno ogni quindici abitanti, mentre la laboriosa cittadina contava tremila aziende, tra grandi e piccole, vale a dire una ogni dieci abitanti!

Dopo quel giorno, per Remo Pascutti nulla fu più come prima: gli parve di nascere a nuova vita, o di resuscitare, quasi fosse una Pasqua, e alla fine, dentro di sé, pensò che avrebbe dovuto modificare il suo modo di ragionare e di rapportarsi alle persone, aprendosi alla possibilità che ogni uomo, indipendentemente dall’impressione offerta al primo impatto o il ruolo che ricopre, può sempre riservare sorprese, impreviste e piacevolissime.

Ed ebbe questo pensiero:

“Debbo proprio cambiare testa!”, e rise di gusto al suo “debbo”, che conferiva alla riflessione un’efficacia e un’eleganza straordinarie.

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