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07 Gennaio 2018, 10.00

Blog - Maestro John

Valore assoluto

di John Comini
Chi era don Lorenzo Milani? Perché, a cinquant’anni dalla morte, ci si continua ad interrogare sulla sua vita, sulla sua opera educativa?

Venerdì 12 e domenica 14 gennaio il Teatro Gavardo presenterà “Lettera a don Milani” con Andrea Giustacchini (narratore), Luca Lombardi (nelle vesti di don Milani) e Paola Rizzi (che interpreterà una comicissima custode del teatro, brontolona e criticona). Le due serate, organizzate dagli amici dell’Avis di Gavardo che hanno celebrato il 55° di fondazione, inizieranno alle ore 20.30 presso il teatro Salone Pio XI (gentilmente concesso).
 
Don Lorenzo può a pieno titolo essere definito “testimone del Vangelo”. Papa Francesco, salendo la scorsa estate a Barbiana, ha reso omaggio al profeta che la Chiesa aveva emarginato. Il grande Papa ha portato finalmente a don Milani l’abbraccio della “sua” Chiesa, atteso invano durante la sua breve e tormentata vita. “Ringrazio il Signore per averci dato sacerdoti come don Milani. Pregate per me, perché io sappia seguire l’esempio di questo bravo prete”.

Don Lorenzo si rifaceva ad un Vangelo radicale e predicava un’eguaglianza che andava ben al di là del solidarismo retorico. Per lui era più importante recuperare quelli che stavano fuori dalla Chiesa. È stato un grande sacerdote ma anche un grande educatore, che ci ha fatto capire che la scuola deve recuperare lo sguardo dei ragazzi smarriti, non solo svolgere programmi e dare voti. È stato un grande pacifista, il padre dell’obiezione di coscienza in Italia. Morì condannato dai tribunali che gli contestarono il vilipendio delle forze armate. Anche da bambino, lui che era di famiglia colta e ricca, viveva con inquietudine i suoi privilegi borghesi, da “signorino” come lo chiamava il fattore della proprietà di famiglia. Ci sono molti docenti che cercano di realizzare la rivoluzione di don Lorenzo, però la scuola è una struttura burocratica che a volte mortifica le iniziative dei professori appassionati che ci provano. 
 
L’amico Ezio Gamberini, dopo l’anteprima dello spettacolo in Degagna, mi aveva scritto: “Conoscevo, per averli visti innumerevoli volte, la bravura di Paola Rizzi e Andrea Giustacchini, ma Luca Lombardi non è stato da meno, intenso e credibile. E poi, a chi, come noi, ha nel cuore "conficcato" don Lorenzo Milani, ieri sera la serata è apparsa magica, commovente ma leggera, allo stesso tempo; pareva davvero di essere a Barbiana! Saranno in molti ad apprezzare la vostra opera e le qualità del Santo che fu (e sono convinto, sarà, prima o poi) don Lorenzo Milani”.
 
Venerdì 12, prima dello spettacolo, ci sarà la video-presentazione del libretto sui 3 pellegrinaggi svolti dal Gruppo Ciclistico dell’Avis di Gavardo (Roma 2000, Santiago di Compostela 2009 e Roma 2016). 
Nella presentazione del libretto (che riporta le belle foto scattate dall’amico Antenore Taraborelli) il Presidente avisino Arturo Tebaldini (bellissima persona, sposato e grande interista, quindi abituato a soffrire…) ha scritto, riferendosi al titolo del libretto “Tutti insieme appassionatamente” dedicato al Gruppo Ciclistico…
 
Tutti: chi voleva ha potuto essere dei nostri. Nessuno escluso.
Insieme: da soli non si va da nessuna parte, insieme abbiamo visto posti bellissimi, pedalando con immensa fatica e pari gioia.
Appassionatamente: con passione. Chi non è particolarmente dotato di qualità atletiche spiega solo con la passione le levatacce, le faticacce, il riprendere dopo i piccoli incidenti della bicicletta e i guai della vita.
 
Le tre parole sopra, come da me intese, non si riferiscono solo ai tre pellegrinaggi, ma a tutto il tempo trascorso insieme e al futuro del gruppo ciclistico. “Ora, allora e ancora” (Ligabue)
 
E quindi grazie a tutti: ai primi pionieri del 1996, a quelli che son venuti dopo e non sono più andati via, a quelli che sono entrati e usciti anche più volte, a quelli che pedalano in paradiso e a quelli che si sono trovati bene, cioè tutti!
Per non lasciar spazio alla sola nostalgia di quello che è stato fatto c’è solo una cosa da fare: pensare alle prossime semplici avventure.
 
“Mai tornare indietro, neanche per prendere la rincorsa“ (A. Pazienza)
“Mai stare fermi, pensiamo a dove andremo l’anno che verrà” (Arturo)
 
Il sottoscritto aveva partecipato al viaggio di Santiago e a quello di Roma di due anni fa. Non pedalando, ci mancherebbe, ma guidando un bellissimo furgone e scrivendo gli appunti e le impressioni di ogni tappa. Quelle cronache erano state pubblicate da Vallesabbianews, grazie alla cordiale disponibilità del direttore Ubaldo Vallini. Non avendo partecipato al pellegrinaggio di Roma nell’agosto del 2000, vi riferirò qui quanto mi è stato raccontato di quel “mitico” viaggio, che ha lasciato tracce indelebili nella memoria dei protagonisti. Insomma, questa è la mia versione dei loro ricordi. 
 
 
Partenza, 12 agosto 
 
“Sotto questo sole è bello pedalare sì 
ma c'è da sudare
Sotto questo sole rossi e col fiatone e 
neanche da bere…” (Francesco Baccini)
 
Qui comincia l’avventura…Dopo giorni e giorni di allenamento, si parte. Mia nipote Carla è molto determinata, si è preparata stoicamente all’evento, macinando chilometri su chilometri con impegno e meticolosità. Cosa non si farebbe per star vicino al proprio uomo (che avrebbe dato non so cosa per lasciarla a casa…). 
 
Si scatta la classica foto di gruppo accanto al monumento dell’Avis, vicino alla Banca Valsabbina. Don Gabriele Banderini (salodiano doc come il sottoscritto) impartisce la benedizione per augurare un buon viaggio. Tutti pensano: se ci benedice il mitico don Gabriele, che è ammanicato coi santi del Paradiso, non ci saranno problemi di nessun genere! E allora via, si parte. Si seguirà per molti tratti la Via Francigena, che da secoli i pellegrini percorrevano a piedi per visitare la tomba dell’apostolo Pietro a Roma. C’è il grande Giubileo del 2000, una celebrazione della pietà di Dio e del perdono dei peccati voluta da Papa Giovanni Paolo II.
 
Bene, si parte. Un gruppo che pare un caravanserraglio, un vero miscuglio di persone, di caratteri, di idee, di parole. Tutti però uniti da un comune denominatore: il valore dell’Avis ed il desiderio di partecipare al Giubileo. 
 
In tutto 30 persone. Davanti i ciclisti Aloisi Ivonne,  Baresi Gianluigi detto Gigio, Benedetti Orazio, Bergomi Giovanni, Bettini Roberto detto Roby, Bontempi Luigi,  Casari Eleonora,  Cavagnini Sandro,  Delai Domenica Franzoni Ivo, Marchiori Piergiorgio,  Mora Daniele,  Mora Fedele, Podavini Sergio,  Scalvini Massimo, Taraborelli Antenore,  Taraborelli Francesca, Taraborelli Giovanni (il più giovane),  Tebaldini Arturo, Tebaldini  Claudio, Vacinaletti Livio, Zucchetti Bruno, Zucchetti Carla.
 
Sono seguiti da due camioncini della ditta Ferretti, con tanto di bandiere dell’Avis al vento e tutto l’occorrente per il cambio bici. Un camioncino è guidato dalla moglie dell’Orazio, Maddalena Zubani, l’altro da Poli Gian Carlo. La carovana è formata anche da due auto al seguito, la R19 di mio cognato Zucchetti Mario e l’auto di Francesca Ferretti (moglie di Livio Vacinaletti) con i figli Silvia e Paolo e Anna Martini (fedele compagna di Antenore, che gli è sempre vicina, sempre vicina…).
 
Il meteo dà parzialmente nuvoloso: meglio così, si pedala meglio con l’aria frizzante. Bisogna ricordare una cosa importante: non ci sono gli smartphone di adesso, ci sono i cellulari che ora sarebbero considerati antidiluviani, non è ancora scoppiata la moda dei selfie e di Facebook. C’è il bravo Antenore a documentare con fotografie e filmati il viaggio dei nostri eroi. Alcuni ciclisti si sono fatti colorare i capelli (e la barba) di giallo, il colore del Vaticano. Paiono vichinghi.
 
Si pedala per poco più di una trentina di km, a Visano c’è una “dolcissima” sorpresa: li accoglie Enzo Borboni, che porta le “pagnuchine”. Le fresche e calde brioches vengono addentate con fame pantagruelica, come se i nostri avessero fatto una fatica “bestiale”. Ed era solo la partenza! Enzo è il marito della dolce Margherita Guatta, che adesso è in cielo. Era una persona molto buona e riservata, un fiore, come il suo nome. 
 
Si riparte, si passa da Canneto sull’Oglio, poi Piadena (celebre per il famoso duo e per aver dato i natali al grande maestro Mario Lodi). Tutti pedalano allegri e spensierati, tutti sono in forma, tutti sono ignari del fattaccio che sta per succedere. A Casalmaggiore ci sono le avvisaglie della sventura. La bella Leo Casari, che sfoggia una stupenda capigliatura bionda a strisce, con i colori del Giubileo, è punta da un’ape birichina e non molto “giubila (“Vola l’ape Maia, gialla e nera e tanto gaia”). Ma Leo continua sportivamente, senza recriminare. Ma ecco il thriller. Vicino al fiume Po, nei pressi di Colorno, c’è un via vai di Tir che trasportano rossi pomodori. E succede il patatrac: una rovinosa caduta coinvolge i nostri ciclisti. Giovanni, Daniele Mora, Roby Betta, Antenore, Luca e Massi cadono uno addosso all’altro, come birilli.

Disastro! Nella sfortuna, qualcuno ha guardato giù, perché la caduta è successa mentre non passavano i camion. Tutti sono attoniti, demoralizzati, increduli. Se il buon giorno si vede dal mattino… Ma poi prevale lo spirito di ottimismo. Leo, da brava crocerossina, va da un ferito all’altro con la propria valigetta del pronto soccorso. Chi è messo peggio è Giovanni ma, pur coperto di ferite, dopo la medicazione si rimette in sella, come un eroe della grande guerra.

Leo dovrà medicargli le piaghe tutti i giorni, ma Giovanni è uno forte (non per niente è di fede juventina). Per fortuna sui camioncini al seguito ci sono i provvidenziali ricambi e le ruote di scorta, che i valenti ciclisti sostituiscono veloci come i tecnici ai box della Ferrari (o, se preferite, della Mercedes). Qualcuno sorride dinanzi allo scampato pericolo, e mormora: “E per fortuna che don Gabriele ci ha dato la benedizione!” Ecco perché il leggendario don Gabriele due anni dopo è stato trasferito in Degagna e poi in Valtrompia… sempre più lontano da Gavardo!
 
E così tra una battuta ed un brontolamento si riparte: per prudenza i ciclisti si dividono in due gruppi, a distanza di… caduta. Ma poi si giunge alla bellissima città di Parma, la città dell’opera lirica (vi è nato Toscanini) e del prosciutto, che è musica per il palato. Arrivati nel Parco Ducale, coi suoi stupendi platani e i meravigliosi viali, al primo chiosco i nostri si rimettono insieme. Un panino, una birra e poi… Una sola birra? Ma vogliamo scherzare? La birra contiene carboidrati… e tra i ciclisti scorre più del fiume Po. Ognuno ha una versione diversa dell’incidente, ognuno racconta la propria esperienza con dovizia di particolari, e le parole servono anche per sgonfiare il rischio corso e poter tornare a sorridere. Qualcuno telefona a casa, ma senza usare toni drammatici: quando si è lontani tutto si ingigantisce, si sa. Allora è meglio stare sul vago, che comunque la fortuna arride agli audaci. Si sorride perché proprio lì, nel Parco Reale, si incrociano facce conosciute: sono alcuni giostrai che annualmente arrivano con i loro “carusù” alla leggendaria Fiera di Gavardo, in maggio.
 
Si passa da Stradella (famosa per le fisarmoniche e la canzone di Paolo Conte), poi Collecchio e infine si giunge all’Hotel Cavalieri presso Fornovo di Taro. Per raggiungerlo bisogna fare un’altra salita, ma pazienza: dopo 130 km e tanta paura, una doccia, una cena e una notte stellata attendono la compagnia viaggiante. 


2^ tappa: 13 agosto
 
“Sento un po’ la fatica sono gli anni che ho
ridi poco che c’è una salita e lì ti annienterò
ho un trenino nel petto e uno vero più in là
ma di amare non smetto finché ce la fa” (Fabio Concato)
 
La mattina è fresca, ma ci sono le prime avvisaglie del caldo che accompagnerà i nostri. La dolce Domenica vuol fare una bella foto ricordo, ma le cade la macchina fotografica. Niente paura, nulla di rotto. Oggi il Passo della Cisa attende i ciclisti. A guardare il “Road book” c’è da far tremare i polsi. L’altimetria va dai 146 metri di Fornovo ai 1041 me del Passo: 43 chilometri di salita e di sudata. Sergio Podavini detto Poda (o Frenciu per gli amici) da vero atleta, dà una mano ai ciclisti in difficoltà. Fa la spola tra chi è davanti e chi è nella “rete”, fa un po’ da “spazzino” e da buon samaritano. Ma lui è davvero uno sportivo coi fiocchi e controfiocchi, ogni tanto a Gavardo lo vedo allenarsi, e corre come il vento, mentre il sottoscritto ha l’andatura di una tartaruga (senza offesa per le tartarughe). 
 
Dopo tanta fatica e sudore, si raggiunge il passo della Cisa. Qualcuno ha ancora il fiato per salire le scale e raggiungere la Chiesetta, altri si buttano letteralmente sulla prima sedia che trovano. Come dice il saggio, “dopo la salita c’è la discesa”. 
 
Ivonne, moglie di Sergio, che è andata molto bene in salita, ha il terrore delle discese, e quando frenando e rallentando giunge in fondo, trova mio nipote Bruno seduto su un paracarro, tranquillo e beato, che fuma in pace la sua sigaretta. Si passa da Pontremoli (dove c’è la villa di Zucchero Fornaciari), poi a Sarzana. Ciba chiede ad una simpatica vecchietta: “Nonnina, non avrebbe una caramella?” E lei: “Bel giovane, gliele vado a comprare”. Il fascino di Ciba e della divisa avisina! Il sole è a picco, ma si sente l’aria salmastra del mare. Si immaginano i bagnanti rosolare sulle spiagge di Forte dei Marmi, tra i gelati e le canzoni di moda. Si giunge presso il Pensionato Studentesco “Don Bosco” di Marina di Massa. È gestito da simpatiche e solerti suore, abituate al vociare degli ospiti. 
 
E qui accade una specie di miracolo. Sarà perché tutti i partecipanti hanno dormito insieme nella sala adibita a teatro, mettendo i propri zaini accanto ai materassi distesi per terra. Sarà perché hanno cenato attorno ad un’unica, grande tavolata all’aperto, in un clima di perfetta letizia. Sarà perché pian piano cominciavano ad intrecciarsi le amicizie e l’atmosfera si faceva sempre più comunitaria. Sarà perché era il compleanno di Antenore, classe di ferro e bellissima persona, a cui è stato donato un pacco regalo con dentro un magnifico orologio. 
 
Insomma, quella serata e quell’atmosfera sono rimaste un ricordo indelebile in tutti, ciclisti ed accompagnatori. Ma poiché la sera questi viaggiatori non sono mai stanchi, e non dormono neanche a sparargli, ecco che escono e vanno alla Festa dell’Edera (forse dei repubblicani?). E qui ho ascoltato delle strane leggende, che andrebbero verificate… Una racconta che il grande Sandro Cavagnini, bravo ciclista e brava persona, sentenziava di non aver mai bevuto la grappa, da quando aveva fatto il servizio militare. E siccome qualche “anima candida” l’ha convinto a berla (“che vuoi che ti faccia?!”) pare che dopo svariati tentativi (traduci: bicchieri) sia andato a dormire “leggermente” alticcio, e abbia dovuto prendere la rincorsa per superare un gradino alto pochi centimetri. Ma io non ci credo.

Un’altra leggenda racconta che il grande Luigino Bontempi (persona sobria e tutta d’un pezzo) abbia imparato per la prima volta a bere la birra. E siccome so che nel gruppo ci sono alcuni diavoletti tentatori (brave persone, s’intende, ma a livello alcolico non sono secondi a nessuno) il bravo e onesto Luigino, una volta appreso i rudimenti del bere la birra, non abbia più smesso nelle puntate successive. Una leggenda metropolitana (che però non stento a credere) racconta che la notte sia stata molto calda ma anche molto lunga. Immaginatevi la scena: 30 persone tutte ammassate per terra, uomini donne e ragazzi mescolati in un clima di parole sussurrate, di russamenti, di gente che va in bagno e sbatte contro gli altri che dormono. Luigino, in preda all’arsura, ha tracannato la borraccia di Arturo pensando contenesse sali e bevande energetiche. Invece si trattava di grappa, e si presume che Luigino quella notte abbia ululato alla luna… Si aggiunga un concerto di “petardi” (non so se mi spiego). Fortuna che le dolci e pie suore dormivano in altro loco, altrimenti avrebbero rischiato di perdere la vocazione. Una notte davvero emozionante!

 
3^ tappa: 14 agosto
 
“Tutti siam compagni di strada 
non serve che il tuo cielo sia il mio 
potrei sfiorarti sempre e non incontrarti mai 
e ognuno ha nelle scarpe il suo Dio
Siamo compagni di strada forse amici mai 
ma è così lungo il cammino che non si sa mai 
e se ti perdi, fermati resta lì dove sei io ti troverò…
Su vie di umanità, violenza o santità 
su percorsi d’amore 
strade di libertà o di diversità 
strade che non sai mai  dove arriveranno 
siamo compagni di strada”
(Roby Facchinetti e Riccardo Fogli)
 
È mattina, si deve ripartire. Ma pare che gli strascichi della sera non si siano dissolti del tutto. Il mitico Massi, una persona che sa rendere allegra ogni situazione, chiede in giro a quante atmosfere va pompata la ruota della mountain-bike. Di solito è sui 4,5 o 5 atmosfere. Qualcuno (pare sia Livio, ma non si fa la spia) gli fa l’ennesimo scherzo e gli dice: “10 atmosfere”! Così Massi pompa, pompa, pompa, sbuffa e pompa. Poi parte, tutto bel “pompato” e gonfio d’orgoglio. Ma la comitiva non fa in tempo a percorrere un chilometro che si sente un boato.

No, non era un attentato dell’Isis (a quei tempi non c’era ancora… bei tempi!). Era la gomma del Massi! Si pedala in fila indiana lungo lo splendido litorale di Forte dei Marmi. Carla è in leggera difficoltà sulla salita di Monte Magno ma Sergio le dà una bella spinta e Carla riparte che è un piacere. Leo fa sfracelli e va su che pare Coppi in gonnella, supera tutti (chissà quali sostanze proibite ha ingurgitato), sta per raggiungere vittoriosamente la vetta ma sfreccia Dorina e la batte. Leo quasi si butta a terra per lo sconforto. Chi troppo vuole nulla stringe, cara la mia bella Leo! Si passa da Camaiore, Arturo e Ciba non hanno letto il cartello e chiedono ad un signore che ha  entrambe le mani occupate da un sacco di sporte e sportine: “Scusi, per Camaiore?”. Quello sciorina una serie di imprecazioni vernacolari, denominando tutti santi ed i martiri, con vari appellativi poco edificanti.

Si giunge a Lucca, un gioiello di città, con il suo centro storico davvero unico nel conservare edifici di varie epoche antiche. Si fa il giro delle splendide mura cinquecentesche. E si rimane incantati da tanta bellezza. Nel frattempo capita una comica avventura ad alcuni accompagnatori del gruppo. Nelle vesti di turisti, Francesca Taraborelli e sua mamma Anna insieme a Francesca Ferretti col figlio Paolo (in età prescolare, quindi senza colpe) fanno un giro a Pisa, per vedere la Torre che pende che pende e che mai non vien giù. 
 
Avendo perso l’orientamento (può capitare, persino alle donne… ) abbassano i finestrini e chiedono ad un turista cinese: “Per favore per andare alla torre di Pisa?”Il cinese risponde “Italiane?” e le nostre “Sì”. Il cinese di rimando “ Lì, lì!”. No, non parlava cinese, la torre era proprio lì, a due passi. Ma, si sa, le donne hanno sempre l’occhio sulle bancherelle piene di souvenir, e per giustificarsi la spiegazione è stata: “Con la capote dell’auto la torre non si vedeva”. Ah, donne ch’avete intelletto d’amore…
 
Si giunge a Fucecchio, città che ha dato i natali a Montanelli. I nostri come orde barbariche assalgono l’unico bar, vuotando il frigorifero. Le radler scorrono a fiumi, ma Sergio si ciba solo di Calippi, lui è un professionista. Si riparte, il sole pian piano viene coperto dalle nuvole. Si passa vicino a San Miniato. Si attende qualche minuto per il passaggio di un funerale. Uno (pare sia Massi) esclama a gran voce “Prima el funeral, te edarett che verà apò a piöer!”. Il profetico Massi viene subito accontentato: si scatena un violento temporale. Le raffiche di vento ostacolano i nostri ciclisti, che faticano a pedalare. Ma la sera, a Poggibonsi, all’Hotel Europa li attende una grande abbuffata di pastasciutta. Avete presente le gare di mangia-budino alla festa di San Luigi? I camerieri non fanno a tempo a versare la pasta nelle fondine che subito sparisce in bocche fameliche. Gli spaghetti finiscono, e allora lo chef cucina maccheroni e tutti i tipi di pasta che ha in dispensa. La sera Ivo viene relegato a dormire nella vasca da bagno per il gran russare, che rischia di tener svegli tutti. E buonanotte ai suonatori… ed ai sognatori.
 
Fine della prima puntata, per la seconda dovrete attendere domenica prossima, a Dio piacendo.
 
Maestro John Comini
 
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